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giovedì 12 gennaio 2017

I cento nomi

In questi giorni si è sollevato un polverone mediatico sui debitori di Montepaschi. Tutti i giornali, di destra centro e sinistra, addirittura l'ABI di Patuelli (cioè del Vice Presidente dell'epoca Mussari), per non parlare di deputati e senatori alla ricerca di una commissione di inchiesta, hanno richiesto a gran voce che fossero resi noti i cento principali morosi della banca.
Normalmente, quando c'è questa consonanza di amorosi sensi fra giornalisti (compreso il Financial Times), banchieri e politici, la cosa un po' puzza. Nel caso di specie, poi, il giochino è addirittura banale. Dire che Montepaschi è sommerso dagli NPL (cioè dai non performing loans, crediti in sofferenza o incagliati) perché gli affidati non hanno restituito quanto ricevuto non solo è tautologico, o al massimo banale (ove sottintendesse che il frazionamento del rischio di controparte riduce il rischio medesimo), ma ha oggettivamente una funzione di intorbidamento dei termini reali della crisi finanziaria, sistemica, che attanaglia il nostro Paese.
Da un lato vi sono i banchieri, che tentano di ridurre tutto il problema del sistema bancario italiano a qualche cattivo pagatore che - magari continuando a girare in Ferrari, signora mia! - ha messo in difficoltà alcuni Istituti, e is dimenticano totalmente dei loro Comitati crediti, degli uffici di audit, del ruolo che dovrebbe svolgere Banca d'Italia. Sono orbi che - coerentemente - così come accusano solo e soltanto la Grecia delle sue disgrazie (d'altronde la colpa seguirà la parte offensa in grido, come suol), ugualmente se la prendono col debitore moroso, tralasciando invece di concentrarsi anche sul creditore non troppo diligente.
Dall'altro, specularmente, stanno i tanti Giannino a piede libero, secondo i quali questi orrendi figuri che mandano in default le banche sarebbero tutti imprenditori decotti sponsorizzati dalla politica, foraggiati da amministratori collusi e senza scrupoli, per cui a fallire sono sì banche private (che fino a venti anni fa erano pubbliche e floride), ma evidentemente non abbastanza private. Un salvataggio con i soldi del contribuente non è, per loro, un danno che si aggiunge alla beffa; è - peggio! - un sacrilegio (trattandosi di qualcosa contrario alla loro fede).
Tutti presi dal sacro fuoco della denuncia dei furbetti del quartierino in versione remix, alcuni esponenti della carta stampata si lanciano anche in tre, quattro lievi imprecisioni a paragrafo, tanto tutto fa brodo (il brodo del sensazionalismo, intendo), confondendo controllante e controllata, soci e creditori, eventi avvenuti prima ed altri successi dopo, e così via. Nessuno invece, che rifletta sul messaggio che Borghi e Bagnai ripetono ormai da anni (giusti son due, e non vi sono intesi) e che - quando non faceva comodo dire altrimenti - era esposto senza tanti giri di parole anche da Banca d'Italia: "negli anni più recenti l'economia italiana ha registrato una notevole contrazione [a causa sia della crisi mondiale sia, soprattutto, delle politiche volutamente deflazionistiche di Monti: N.d.R.]. Tra il 2007 e il 2012 il PIL è diminuito complessivamente di 7 punti percentuali in termini reali. La produzione industriale è diminuita del 25%. Tale congiuntura ha dato luogo ad un marcato incremento dei crediti deteriorati, la cui incidenza sul totale degli impieghi del sistema bancario è passata dal 4,5% di fine 2007 al 12,3% del giugno 2012".
Il "marcato incremento" lo vedete nel grafico qui sopra, che mostra anche l'ulteriore esplosione negli anni successivi. L'altro grafico, qui accanto, evidenzia altresì come la maggior parte di NPL sia rappresentato non da crediti scaduti o incagli, quanto piuttosto da sofferenze, cioè crediti del tutto inesigibili perché, per lo più, connessi a situazioni di fallimento o comunque concessi a società coinvolte in procedure concorsuali.
Cioè a imprese che versano in una profonda, gravissima crisi economica.
Perché?
Secondo i giornali italiani, perché - più o meno dal 2008 - hanno iniziato a chiedere prestiti alle banche italiani De Benedetti e la Marcegaglia, cui dal 2012 si sono aggiunti le coop rosse, Menarini e Caltagirone.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, invece, nel Sud Europa in generale e in Italia in particolare il credito alle imprese rappresenta oltre l'80% degli impieghi dell'intero settore bancario e di questo grandissima parte è rivolta alle piccole e medie imprese, che nel nostro Paese formano il fondamentale tessuto produttivo. Le PMI, a loro volta, per vari motivi (sia storici sia normativi) hanno tassi di indebitamento molto alti rispetto alla media europea. Bene: una struttura di questo genere, secondo il FMI, non poteva reggere a una "severe recession" come quella che non ci abbandona dal 2008 (grazie alle politiche volute dal FMI, ma questo è un altro discorso). Di nuovo, è quello che da anni strillano Borghi e Bagnai, i quali evidenziano anche che quell'alto indebitamento è dovuto anche a tassi di interesse drogati al ribasso, per troppi anni, dall'Euro.
Il che non significa, ovviamente, che non vi siano grandi debitori morosi, rispetto ai quali tutte le procedure di esecuzione devono essere esperite. Però, le cifre vanno contestualizzate. Gli NPL lordi di Mps ammontano a circa 47 miliardi di Euro, più o meno 24 miliardi di Euro netti. Il vergognoso scandalo di Sorgenia - società riconducibile a quel simpaticone che, dalla Svizzera, discetta e fa discettare dell'Italia tramite un noto giornale - è costato al Monte la folle cifra di 600 milioni, che però rappresentano l'1,3% dei crediti problematici complessivi (ammesso che vi appaiano, essendo stati trasformati in partecipazione azionaria, ma lasciamo perdere).

Morale. La crescita esponenziale degli NPL delle banche italiane deriva essenzialmente dalla crisi economica mondiale, fortemente aggravata nel nostro Paese dalle politiche di austerità imposte dell'adesione all'Unione Economica e Monetaria, che ha agito su un contesto economico in cui il credito alle imprese rappresenta la principale attività degli Istituti di credito.
Poi, se si vuole sottolineare l'inefficienza, per non dire lo scandalo, di banche che entrano nel capitale di imprese industriali e quindi le finanziano (ha fatto il giro d'Italia in questi giorni la vicenda della Fabbrichina di Colle), così che - laddove le cose vadano male - diventano debitrici di se stesse, facciamolo pure, ma ricordiamoci che il divieto di partecipazione in imprese industriali previsti dal testo Unico Bancario del 1936 fu rimosso, come di consueto, su impulso di una Direttiva Europea, e non per caso.

Se la finissimo qui, però, il discorso non sarebbe completo. Fra le varie distorsioni portate dall'Euro stanno anche anni di tassi esageratamente bassi, sia - fino al 2008 - per motivi di errata percezione del rischio di controparte, sia - negli ultimi anni - per gli effetti del quantitative easing messo in atto dalla Bce per salvare quel poco che restava della baracca. Tassi bassi, anzi addirittura negativi, significano assottigliamento della forbice del margine di interesse, cioè - per le banche tradizionali - la riduzione drastica dei profitti. E siccome un dividendo a fine anno va comunque staccato, ecco che gli Istituti hanno reagito riducendo sia gli accantonamenti su crediti, sia - soprattutto - i c.d. write off (cioè la cancellazione pura e semplice dei crediti non più recuperabili). E infatti...
Questo comportamento, se è giustificato nel breve periodo, si ritorce contro la banche nel medio. Alte sofferenze, infatti, deprimono la redditività della banca e limitano nuovi prestiti. Dal lato delle entrate, le sofferenze generano interessi passivi, perché non producono ricavi ma richiedono di essere finanziate a tassi di mercato (per quanto ciò possa sembrare strano a quei simpatici zuzzurelloni secondo cui le banche "creano denaro dal nulla"). Da quello dei costi, richiedono risorse umane per la gestione delle pratiche, oltre a spese legali e amministrative che sottraggono capitali a nuovi investimenti più redditizi. A questo si aggiunge - ed è il problema maggiore - che, in mancanza di adeguati accantonamenti, le sofferenze assorbono capitale della banca di valore, non permettendo pertanto di sostenere nuovi prestiti.

Ma il rapporto fra NPL e impieghi è, appunto, un rapporto: se da un lato il sistema economico e finanziario in cui ci troviamo comporta la progressiva erosione del margine di interesse (dovuta alle politiche di QE e NIRP), che a sua volte impone ai banchieri di ridurre accantonamenti e cancellazioni dei crediti inesigibili, dall'altro le regole prudenziali imposte dall'Unione Bancaria rendono necessaria - in questo contesto - una progressiva opera di deleveraging, cioè di riduzione dell'erogazione del credito. L'aumento dei numeratore che impone la riduzione del denominatore è una miscela esplosiva.

Terza questione. Sono anni che Montepaschi è oberato da una massa enorme di Npl. Però proprio quest'anno il problema è diventato improcrastinabile. Perché?
Perché la Bce ha inviato un ultimatum, immediatamente finito su tutti i giornali d'Europa, per la cessione di tali crediti problematici entro un termine minimo. Perché adempiere a quest'obbligo avrebbe comportato per la banca la necessità di un enorme aumento di capitale, anch'esso da realizzare in pochissimo tempo. Perché, grazie alle sciagurate regole sul bail-in non assistite da una garanzia tipo EDIS, non appena il pubblico si è reso conto del pericolo e dell'immobilità di un governo tutto preso a battagliare su un referendum già perso, si è verificato uno dei maggiori casi di bank-run che si ricordino in Occidente. Perché la riduzione dei depositi ha ingenerato una situazione di tensione finanziaria che ha reso l'aumento ancora più impellente e di dimensioni ancora più imponenti...
Torna al primo perché e ricomincia.

E Concludo.
Se il Monte è in questa situazione è colpa della politica? Sì, ma non perché ha permesso il credito allegro, ma perché ha imposto al nostro Paese, via Euro e Unione Bancaria, una spirale recessiva di cui non si vede il fondo e una crisi di debito privato quasi inarrestabile, la quale si scarica sul sistema bancario reso particolarmente fragile dalle regole sul bail-in.
Io, che sono un coglione, quando da Bruxelles straparlavano di debito pubblico fuori controllo e di risparmio privato troppo elevato, subito pensavo a maggiori tasse, anche patrimoniali. E questi geni, invece, se ne vengono fuori con l'esproprio via fallimento degli Istituti di credito.
Sono davvero un passo avanti.
Non dire tutto questo, per buttarla invece in caciara, è un tipico esempio di fakenews, altro che le bufale sul web. In questo caso, però, l'attivissimo sbufalatore di corte non interverrà. Pare troppo occupato a debunkare le notizie di Lercio.



P.S.: Andate andate a vedere sofferenze e incagli del Monte. Poi mi dite dove trovare i crediti inesigibili cancellati e quelli oggetto di ristrutturazione senza perdite contabilizzate.
Ah già, ma voi siete furbi...

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