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giovedì 12 gennaio 2017

I cento nomi

In questi giorni si è sollevato un polverone mediatico sui debitori di Montepaschi. Tutti i giornali, di destra centro e sinistra, addirittura l'ABI di Patuelli (cioè del Vice Presidente dell'epoca Mussari), per non parlare di deputati e senatori alla ricerca di una commissione di inchiesta, hanno richiesto a gran voce che fossero resi noti i cento principali morosi della banca.
Normalmente, quando c'è questa consonanza di amorosi sensi fra giornalisti (compreso il Financial Times), banchieri e politici, la cosa un po' puzza. Nel caso di specie, poi, il giochino è addirittura banale. Dire che Montepaschi è sommerso dagli NPL (cioè dai non performing loans, crediti in sofferenza o incagliati) perché gli affidati non hanno restituito quanto ricevuto non solo è tautologico, o al massimo banale (ove sottintendesse che il frazionamento del rischio di controparte riduce il rischio medesimo), ma ha oggettivamente una funzione di intorbidamento dei termini reali della crisi finanziaria, sistemica, che attanaglia il nostro Paese.
Da un lato vi sono i banchieri, che tentano di ridurre tutto il problema del sistema bancario italiano a qualche cattivo pagatore che - magari continuando a girare in Ferrari, signora mia! - ha messo in difficoltà alcuni Istituti, e is dimenticano totalmente dei loro Comitati crediti, degli uffici di audit, del ruolo che dovrebbe svolgere Banca d'Italia. Sono orbi che - coerentemente - così come accusano solo e soltanto la Grecia delle sue disgrazie (d'altronde la colpa seguirà la parte offensa in grido, come suol), ugualmente se la prendono col debitore moroso, tralasciando invece di concentrarsi anche sul creditore non troppo diligente.
Dall'altro, specularmente, stanno i tanti Giannino a piede libero, secondo i quali questi orrendi figuri che mandano in default le banche sarebbero tutti imprenditori decotti sponsorizzati dalla politica, foraggiati da amministratori collusi e senza scrupoli, per cui a fallire sono sì banche private (che fino a venti anni fa erano pubbliche e floride), ma evidentemente non abbastanza private. Un salvataggio con i soldi del contribuente non è, per loro, un danno che si aggiunge alla beffa; è - peggio! - un sacrilegio (trattandosi di qualcosa contrario alla loro fede).
Tutti presi dal sacro fuoco della denuncia dei furbetti del quartierino in versione remix, alcuni esponenti della carta stampata si lanciano anche in tre, quattro lievi imprecisioni a paragrafo, tanto tutto fa brodo (il brodo del sensazionalismo, intendo), confondendo controllante e controllata, soci e creditori, eventi avvenuti prima ed altri successi dopo, e così via. Nessuno invece, che rifletta sul messaggio che Borghi e Bagnai ripetono ormai da anni (giusti son due, e non vi sono intesi) e che - quando non faceva comodo dire altrimenti - era esposto senza tanti giri di parole anche da Banca d'Italia: "negli anni più recenti l'economia italiana ha registrato una notevole contrazione [a causa sia della crisi mondiale sia, soprattutto, delle politiche volutamente deflazionistiche di Monti: N.d.R.]. Tra il 2007 e il 2012 il PIL è diminuito complessivamente di 7 punti percentuali in termini reali. La produzione industriale è diminuita del 25%. Tale congiuntura ha dato luogo ad un marcato incremento dei crediti deteriorati, la cui incidenza sul totale degli impieghi del sistema bancario è passata dal 4,5% di fine 2007 al 12,3% del giugno 2012".
Il "marcato incremento" lo vedete nel grafico qui sopra, che mostra anche l'ulteriore esplosione negli anni successivi. L'altro grafico, qui accanto, evidenzia altresì come la maggior parte di NPL sia rappresentato non da crediti scaduti o incagli, quanto piuttosto da sofferenze, cioè crediti del tutto inesigibili perché, per lo più, connessi a situazioni di fallimento o comunque concessi a società coinvolte in procedure concorsuali.
Cioè a imprese che versano in una profonda, gravissima crisi economica.
Perché?
Secondo i giornali italiani, perché - più o meno dal 2008 - hanno iniziato a chiedere prestiti alle banche italiani De Benedetti e la Marcegaglia, cui dal 2012 si sono aggiunti le coop rosse, Menarini e Caltagirone.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, invece, nel Sud Europa in generale e in Italia in particolare il credito alle imprese rappresenta oltre l'80% degli impieghi dell'intero settore bancario e di questo grandissima parte è rivolta alle piccole e medie imprese, che nel nostro Paese formano il fondamentale tessuto produttivo. Le PMI, a loro volta, per vari motivi (sia storici sia normativi) hanno tassi di indebitamento molto alti rispetto alla media europea. Bene: una struttura di questo genere, secondo il FMI, non poteva reggere a una "severe recession" come quella che non ci abbandona dal 2008 (grazie alle politiche volute dal FMI, ma questo è un altro discorso). Di nuovo, è quello che da anni strillano Borghi e Bagnai, i quali evidenziano anche che quell'alto indebitamento è dovuto anche a tassi di interesse drogati al ribasso, per troppi anni, dall'Euro.
Il che non significa, ovviamente, che non vi siano grandi debitori morosi, rispetto ai quali tutte le procedure di esecuzione devono essere esperite. Però, le cifre vanno contestualizzate. Gli NPL lordi di Mps ammontano a circa 47 miliardi di Euro, più o meno 24 miliardi di Euro netti. Il vergognoso scandalo di Sorgenia - società riconducibile a quel simpaticone che, dalla Svizzera, discetta e fa discettare dell'Italia tramite un noto giornale - è costato al Monte la folle cifra di 600 milioni, che però rappresentano l'1,3% dei crediti problematici complessivi (ammesso che vi appaiano, essendo stati trasformati in partecipazione azionaria, ma lasciamo perdere).

Morale. La crescita esponenziale degli NPL delle banche italiane deriva essenzialmente dalla crisi economica mondiale, fortemente aggravata nel nostro Paese dalle politiche di austerità imposte dell'adesione all'Unione Economica e Monetaria, che ha agito su un contesto economico in cui il credito alle imprese rappresenta la principale attività degli Istituti di credito.
Poi, se si vuole sottolineare l'inefficienza, per non dire lo scandalo, di banche che entrano nel capitale di imprese industriali e quindi le finanziano (ha fatto il giro d'Italia in questi giorni la vicenda della Fabbrichina di Colle), così che - laddove le cose vadano male - diventano debitrici di se stesse, facciamolo pure, ma ricordiamoci che il divieto di partecipazione in imprese industriali previsti dal testo Unico Bancario del 1936 fu rimosso, come di consueto, su impulso di una Direttiva Europea, e non per caso.

Se la finissimo qui, però, il discorso non sarebbe completo. Fra le varie distorsioni portate dall'Euro stanno anche anni di tassi esageratamente bassi, sia - fino al 2008 - per motivi di errata percezione del rischio di controparte, sia - negli ultimi anni - per gli effetti del quantitative easing messo in atto dalla Bce per salvare quel poco che restava della baracca. Tassi bassi, anzi addirittura negativi, significano assottigliamento della forbice del margine di interesse, cioè - per le banche tradizionali - la riduzione drastica dei profitti. E siccome un dividendo a fine anno va comunque staccato, ecco che gli Istituti hanno reagito riducendo sia gli accantonamenti su crediti, sia - soprattutto - i c.d. write off (cioè la cancellazione pura e semplice dei crediti non più recuperabili). E infatti...
Questo comportamento, se è giustificato nel breve periodo, si ritorce contro la banche nel medio. Alte sofferenze, infatti, deprimono la redditività della banca e limitano nuovi prestiti. Dal lato delle entrate, le sofferenze generano interessi passivi, perché non producono ricavi ma richiedono di essere finanziate a tassi di mercato (per quanto ciò possa sembrare strano a quei simpatici zuzzurelloni secondo cui le banche "creano denaro dal nulla"). Da quello dei costi, richiedono risorse umane per la gestione delle pratiche, oltre a spese legali e amministrative che sottraggono capitali a nuovi investimenti più redditizi. A questo si aggiunge - ed è il problema maggiore - che, in mancanza di adeguati accantonamenti, le sofferenze assorbono capitale della banca di valore, non permettendo pertanto di sostenere nuovi prestiti.

Ma il rapporto fra NPL e impieghi è, appunto, un rapporto: se da un lato il sistema economico e finanziario in cui ci troviamo comporta la progressiva erosione del margine di interesse (dovuta alle politiche di QE e NIRP), che a sua volte impone ai banchieri di ridurre accantonamenti e cancellazioni dei crediti inesigibili, dall'altro le regole prudenziali imposte dall'Unione Bancaria rendono necessaria - in questo contesto - una progressiva opera di deleveraging, cioè di riduzione dell'erogazione del credito. L'aumento dei numeratore che impone la riduzione del denominatore è una miscela esplosiva.

Terza questione. Sono anni che Montepaschi è oberato da una massa enorme di Npl. Però proprio quest'anno il problema è diventato improcrastinabile. Perché?
Perché la Bce ha inviato un ultimatum, immediatamente finito su tutti i giornali d'Europa, per la cessione di tali crediti problematici entro un termine minimo. Perché adempiere a quest'obbligo avrebbe comportato per la banca la necessità di un enorme aumento di capitale, anch'esso da realizzare in pochissimo tempo. Perché, grazie alle sciagurate regole sul bail-in non assistite da una garanzia tipo EDIS, non appena il pubblico si è reso conto del pericolo e dell'immobilità di un governo tutto preso a battagliare su un referendum già perso, si è verificato uno dei maggiori casi di bank-run che si ricordino in Occidente. Perché la riduzione dei depositi ha ingenerato una situazione di tensione finanziaria che ha reso l'aumento ancora più impellente e di dimensioni ancora più imponenti...
Torna al primo perché e ricomincia.

E Concludo.
Se il Monte è in questa situazione è colpa della politica? Sì, ma non perché ha permesso il credito allegro, ma perché ha imposto al nostro Paese, via Euro e Unione Bancaria, una spirale recessiva di cui non si vede il fondo e una crisi di debito privato quasi inarrestabile, la quale si scarica sul sistema bancario reso particolarmente fragile dalle regole sul bail-in.
Io, che sono un coglione, quando da Bruxelles straparlavano di debito pubblico fuori controllo e di risparmio privato troppo elevato, subito pensavo a maggiori tasse, anche patrimoniali. E questi geni, invece, se ne vengono fuori con l'esproprio via fallimento degli Istituti di credito.
Sono davvero un passo avanti.
Non dire tutto questo, per buttarla invece in caciara, è un tipico esempio di fakenews, altro che le bufale sul web. In questo caso, però, l'attivissimo sbufalatore di corte non interverrà. Pare troppo occupato a debunkare le notizie di Lercio.



P.S.: Andate andate a vedere sofferenze e incagli del Monte. Poi mi dite dove trovare i crediti inesigibili cancellati e quelli oggetto di ristrutturazione senza perdite contabilizzate.
Ah già, ma voi siete furbi...

mercoledì 4 gennaio 2017

Mps: un po' di chiarezza sull'aumento di capitale

Il D.L. n. 237 del 2016, al capo II, disciplina eventuali "interventi di rafforzamento patrimoniale" delle banche, cioè - nella pratica - di Mps.
Si tratta di un Decreto Legge, che dovrà dunque essere convertito entro febbraio, non tanto con le modifiche che vorrà il Parlamento (la cui sovranità è ormai inesistente), quanto con quelle che saranno imposte dalla Commissione UE.

Vista la sciatteria normativa che contraddistingue il testo, temo anzi che sarà l'occasione, per la burocrazia dell'Unione, di assestare un terrificante ceffone al governo italiano in generale ed a Padoan in particolare (che ultimamente, in particolare per colpa di Renzi, non ha rispettato le promesse fatte prima del referendum ai propri partner).
Ad andarci di mezzo, presumo, coloro che, in queste ore, stanno festeggiando un testo di legge che disattende, in toto, la disciplina comunitaria in materia di ricapitalizzazione bancaria nel rispetto delle norme sugli aiuti di Stato.
Se così non fosse, l'Unione Bancaria sarebbe morta e sepolta. Lo spero, ma ne dubito.

I. Premessa: breve riassunto del D.L. n. 237 del 2016

Il D.L. pone, per l'applicabilità del Capo II, una condizione oggettiva ed alcune soggettive.
Il Mef può - entro fine 2017- sottoscrivere nuove azioni o acquistare azioni già in circolazione di banche italiane, ma solo "al fine di evitare o porre rimedio a una grave perturbazione dell'economia e preservare la stabilità finanziaria", e comunque a condizioni di mercato, senza favorire l'emittente.
Dal punto di vista delle condizioni soggettive, invece, la banca:
- deve aver tentato di ricapitalizzarsi sul mercato, senza successo;
non deve aver compiuto irregolarità tali da giustificare la revoca dell'autorizzazione all'esercizio della propria attività,
- non deve aver subito o rischiare di subire "perdite patrimoniali di eccezionale gravità", tali da privarla "dell'intero patrimonio o di un importo significativo del patrimonio",
- non deve essere insolvente neppure prospetticamente.
In tutti questi casi, infatti, l'Istituto si considera in dissesto, e si impone la procedura di bail-in
Infine, la banca coinvolta in una ricapitalizzazione statale non deve diluire ulteriormente il proprio capitale, staccando dividendi, ricomprando azioni proprie o titoli ibridi, acquisendo nuove partecipazioni, e così via (art. 47, Comunicazione Commissione CE sulle banche del 31 luglio 2013).
Qui si pone il primo problemino.
Le Autorità di Vigilanza stanno conducendo una nuova ispezione dentro Mps, per cui - in caso in cui sia richiesta la ricontabilizzazione a sofferenze di notevoli quantità di incagli - il fabbisogno della banca potrebbe essere molto più elevato di quello calcolato sulla base degli stress test dello scorso luglio (5 miliardi di capitale, ovvero 8,8 considerando anche la sostituzione degli ibridi i quali, trasformati in capitale, non garantiscono più una quota aggiuntiva di fondi propri nel calcolo del Total Capital Ratio di Montepaschi).
Non solo: l'introduzione delle regole sulla risoluzione di cui alla Direttiva BRRD ed il mancato intervento dello Stato nei mesi scorsi, unitamente ai timori che 20 milioni di Euro non siano assolutamente sufficienti a mettere in sicurezza il sistema, hanno provocato una significativa emorragia di depositi da Mps, emorragia che - immagino - non terminerà qui.
Non vi è dunque alcuna certezza che, da qui a febbraio, Mps sia ancora prospetticamente solvibile.
A questo problema dovrebbe rispondere il Capo I del D.L. n. 237 del 2016: "al fine di evitare o porre rimedio a una grave perturbazione dell'economia e preservare la stabilità finanziaria... il Mef è autorizzato, fino al 30 giugno 2017 (cioè, in pratica, fino al termine della GACS), a concedere la garanzia dello Stato su passività delle banche italiane..." (art. 1, c. 1).
Tuttavia, anche in questo caso le condizionalità sono molte, tra cui l'impossibilità di concedere la garanzia - di norma - a passività che superino i fondi propri della banca a fini di vigilanza (Mps dovrebbe rastrellarne una quindicina entro un paio di mesi).
Poniamo comunque che tutte le condizioni di cui sopra siano rispettate. Il procedimento di ricapitalizzazione impone un'istanza della banca coinvolta al Mef, alla BCE e alla Banca d'Italia(art. 15), cui fa seguito la fissazione entro due mesi, da parte della BCE, dell'ammontare della ricapitalizzazione (art. 16).
A questo punto (art. 18), il Mef - d'intesa con Banca d'Italia - pubblica due D.M., l'uno con cui si dispone "l'applicazione delle misure di ripartizione degli oneri", cioè il burden sharing, l'altro con cui si regolano i prezzi e le modalità di sottoscrizione delle nuove azioni. Il primo D.M., tuttavia, presuppone una "positiva decisione della Commissione europea sulla compatibilità dell'intervento con il quadro normativo dell'Unione europea in materia di aiuti di Stato applicabile alle misure di ricapitalizzazione delle banche nel contesto della crisi finanziaria".
E qui sta il punto vero.
Il D.L. n. 237 del 2016, è compatibile con la legislazione europea?

II. Ulteriore premessa: modalità di applicazione del burden sharing al caso Montepaschi

L'art. 22, c. 2, del D.L. n. 237 prevede l'ormai consueta "cascata" nella ripartizione dei costi di salvataggio di una banca. In primo luogo, si ha la "conversione, in tutto o in parte, in azioni ordinarie di nuova emissione... degli strumenti di capitale aggiuntivo di classe 1..." (cioè gli ibridi tipo Fresh), quindi - "ove la misura... non sia sufficiente" - la "conversione in tutto o in parte, in azioni ordinarie di nuova emissione... degli strumenti e prestiti computabili come elementi di classe 2..." (cioè i subordinati), infine - sempre soltanto qualora ve ne sia bisogno - la "conversione... degli [altri] strumenti e... prestiti... il cui diritto al rimborso del capitale è contrattualmente subordinato al soddisfacimento dei diritti di tutti [gli altri] creditori...". Vi è infine la clausola di salvaguardia prevista dalla stessa BRRD: "nessun titolare degli strumenti e prestiti... [può] ricevere, tenuto conto dell'incremento patrimoniale conseguito dall'Emittente per effetto dell'intervento dello Stato, un trattamento peggiore rispetto a quello che riceverebbe in caso di liquidazione dell'Emittente, assumendo che essa avvenga senza supporto pubblico".
Tutto bene fin qui.
Il punto è però che la disposizione non affronta la questione fondamentale, rinviata ad apposito allegato tecnico. E cioè: quale valore avranno le azioni di nuova emissione oggetto della conversione? O, da altro punto di vista: a quante azioni di Mps avranno diritto coloro che si vedranno convertire i propri subordinati? La domanda si interseca con un'altra: a quale valore saranno concambiati i subordinati stessi? Al nominale? Al mercato?
La scelta del legislatore è nel senso di proteggere il più possibile i creditori di Mps (ancorché, come vedremo, molto male). Tuttavia, è innegabile, che proprio per questo motivo, è anche assolutamente confliggente con le disposizioni comunitarie.
Vediamo perché.
Iniziamo dal fondo: ai sensi dell'art. 23, "il valore economico reale da attribuire alle passività... emesse" da Mps è fissato  - per legge - pari o al 75% o al 100% del loro valore nominale, con esclusione del Fresh, prezzato al 18% del nominale. In sostanza, si tratta di un premio, rispetto ai correnti valori di mercato, tra il 50% ed il 100% (non a caso, i subordinati di altre banche "chiacchierate", tipo Carige, hanno segnato incrementi spettacolari negli ultimi giorni). Chi ha comprato bond da risparmiatori presi dal panico, magari intorno alla data del referendum costituzionale (presentata da Renzi e dai giornaloni come una specie di Armageddon), potrà dunque immeritatamente godere di una cospicua plusvalenza, anche in caso di trend ribassista piuttosto significativo sull'azione post aumento di capitale.
Ora, questa disposizione - oltre a rischiare di portare a risultati paradossali quando non del tutto iniqui, soprattutto laddove si verificassero casi in cui potrebbe rimanere non del tutto fugato il dubbio di utilizzo di notizie riservate - pare soprattutto in contrasto, tra l'altro, proprio con la Comunicazione sulle banche della Commissione del luglio 2013, espressamente richiamata dal D.L., dal momento che integra - per via normativa - una sorta di deflusso di fondi propri, vietata ai sensi dei punti 47 e 48 della citata Comunicazione.
Non solo: ai sensi dell'art. 19, c. 2, "entro 60 giorni dalla... pubblicazione del D.M...., il Ministero, in caso di transazione tra l'Emittente... e i [nuovi] azionisti..., può acquistare le [nuove] azioni... se ricorrono cumulativamente le seguenti condizioni: a) la transazione è volta a porre fine o prevenire una lite avente a oggetto la commercializzazione degli strumenti coinvolti nell'applicazione delle misure di ripartizione degli oneri... con esclusione di quelli acquistati da controparti qualificate...; b) gli azionisti non sono controparti qualificate...; c) la transazione prevede che l'Emittente acquisti dagli azionisti in nome e per conto del Ministero le azioni... e che questi ricevano dall'Emittente, come corrispettivo, obbligazioni non subordinate emesse alla pari dall'Emittente o da società del suo gruppo, per un valore nominale pari al prezzo corrisposto dal Ministero..., [aventi] durata comparabile alla vita residua degli strumenti e prestiti oggetto di conversione e rendimento in linea con quello delle obbligazioni non subordinate emesse dall'Emittente aventi analoghe caratteristiche..."
Tradotto: gli obbligazionisti retail che assumano di non aver avuto sufficiente contezza dei rischi insiti negli strumenti acquistati (in particolare, i 2 miliardi di Euro di Tier 2 emessi al momento dell'acquisto di Antonveneta) se li vedranno scambiati in obbligazioni senior, garantite dallo Stato, aventi scadenza 2018, tasso in linea con gli attuali standard di mercato, nominale pari a quello del subordinato stesso, al netto degli haircut di cui all'art. 23.
Notare che non si prende in considerazione, in alcun modo, la fondatezza della lite. In sostanza, più che di condivisione degli oneri si tratta di appropriazione dei guadagni (eventualmente - in caso di corso non significativamente rialzista dell'azione nei mesi successivi - a spese del contribuente).
Questo per quanto riguarda i bond holders.
Ma anche i vecchi azionisti non sono messi male.
L'Allegato al D.L. 237 del 2016 prevede infatti una complessa formula per la determinazione del prezzo di emissione delle nuove azioni, complessa formula che però, come per magia, nel caso in cui l'aumento di capitale superi di 10 volte la capitalizzazione di borsa dell'emittente (come, secondo le indiscrezioni di stampa, è il caso di Mps) si semplifica di molto: le nuove azioni saranno infatti emesse ad un prezzo pari alla media dei prezzi di chiusura delle vecchie azioni nelle trenta sedute di borsa precedenti al D.M. di cui all'art. 18 del Decreto Legge.
A oggi, se ho fatto i conti correttamente, circa 21 Euro, cioè più o meno il prezzo di chiusura del 16 dicembre e quasi il 40% in più dell'ultimi dato disponibile, del 22 dicembre (da questa data a oggi, il FTSE MIB settoriale banche ha fatto poco più del 2%). Poniamo anche che abbia fatto qualche errore di calcolo ed abbia ragione Equita SIM a stimare un valore dell'azione di 17,4 Euro, il discorso cambia poco: si tratterebbe comunque di un aumento a premio (non a sconto) del 16%.
Se poi si considera che il valore di borsa delle vecchie azioni Mps, fin quando è stato quotato, incorporava anche il fair value della tranche junior degli NPL che sarebbe stata assegnata gratuitamente ai soci, si ha l'esatta misura di quanto poco diluitivo (rispetto alle attese, cioè in termini relativi) sia l'aumento disegnato dal governo.
Al di là del caso concreto, poi, vi è l'ulteriore assurdità di una formula che prevede un fattore di sconto significativo, per le azioni di nuova emissione, rispetto al prezzo di borsa delle azioni già in circolazione, il quale tuttavia, oltre a non avere alcuna giustificazione teorica per quanto attiene la sua determinazione, a un certo punto addirittura si azzera per legge, senza possibilità di attestarsi a valori intermedi.

III. In soldoni. Cosa succederà poi.

Chiaro fin qui? Spero di sì.

Primo problema.
La richiesta di ricapitalizzazione statale deve passare per la preventiva "positiva decisione della Commissione europea sulla compatibilità dell'intervento con il quadro normativo dell'Unione europea in materia di aiuti di Stato applicabile alle... banche nel contesto della crisi finanziaria".
Quanto sopra, invece, è a mio avviso assolutamente in contrasto con la disciplina prevista dalla Commissione UE sin dal 2013 perché:
(i) non comporta alcuna perdita ulteriore per i vecchi azionisti rispetto a un "comune" aumento di capitale, anzi prevede un meccanismo di emissione delle nuove azioni a "premio" che di fatto permette un guadagno implicito a favore degli attuali soci, indipendentemente dai corsi di borsa del Monte dopo l'aumento;
(ii) è sostanzialmente premiale per tutti gli obbligazionisti subordinati, i quali patiranno il maggior prezzo delle azioni di nuova emissione (v. sopra) ma potranno contare su valori di conversione dei loro bond significativamente superiore ai corsi di mercato degli stessi;
(iii) il regime ulteriormente premiale di cui all'art. 19 per i possessori retail di titoli Tier 2 è giustificato dal fatto che gli stessi siano stati venduti in violazione delle norme a protezione degli investitori non specializzati, ma non impone - prima della sua attivazione - alcuna verifica della fondatezza di eventuali lagnanze da parte del singolo bond-holder.
Dunque, le cose sono due: o la Commissione impone una riscrittura in peius del D.L., oppure l'Unione Bancaria finisce qui. Poiché una delle due soluzioni è palesemente impossibile nelle condizioni date, si verificherà di necessità l'altra. Forse tu non pensavi ch'io loico fossi!

Secondo problema.
Il bond retail da oltre 2 miliardi è stato emesso da Mps nel 2008 e, da quella data, è passato di mano innumerevoli volte. Ora, obiettività vorrebbe che la clientela indennizzabile fosse quella in possesso del titolo al 12 giugno 2014 (data di entrata in vigore della normativa BRRD) così come previsto per i bond-holder di Banca Etruria.
Chi ha acquistato dopo da altri privati, ancorché non operatore professionale, ben sapeva in quale contesto si sarebbe mosso. Per non parlare poi di chi magari ha comprato a 50 centesimi a ridosso del referendum del 4 dicembre e che ora pregusta una succosa plusvalenza determinata soltanto dalla modifica in corsa del contesto normativo.
Ma il meccanismo sopra descritto implica, chiaramente, che le obbligazioni senior di nuova emissione siano attribuite al possessore attuale del bond subordinato. Per cui, delle due l'una: o saranno ammessi alla procedura soltanto possessori di "vecchia data" che non hanno ceduto il titolo, con buona pace di coloro che, presi dal panico, lo hanno svenduto un mese fa; oppure saranno ammessi tutti i retail attualmente in possesso dei subordinati, per cui chi lo ha svenduto un mese fa non solo subirà il danno, ma dovrà anche assistere alla beffa.

IV. Conclusione

Il solito pasticciaccio, le cui colpe affondano nel passato di tanti governi, ma che soprattutto devono essere imputate a chi ha sottoscritto gli accordi sull'Unione Bancaria (Letta e Saccomanni) ed a chi li ha resi effettivi nell'ordinamento dall'oggi al domani (Renzi e Padoan).
Della demenzialità di questo atteggiamento, in un contesto come quello italiano in cui i risparmiatori sono da sempre - al contrario che in altri Paesi - detentori di titoli bancari, è stato denunciato da Alberto Bagnai e da Claudio Borghi già anni or sono.
Oggi, meglio mai che tardi, si aggiunge anche Zingales, evidentemente infine di ritorno dagli Stati Uniti.


A questo post manca un ulteriore paragrafo, relativo alla cessione delle sofferenze. Di Atlante, come si vede, non si parla di più: si fanno addirittura tre ipotesi, ivi compresa una bad bank come quella più volte già vietataci dalla UE. Per ora però mi fermo qui: è talmente palloso quello che ho scritto che mi sono annoiato da solo.

Finirà, per forza, molto male (in attesa di Unicredit, Carige, e su su per li rami fino a Intesa, che pensa di essere al riparo dalla burrasca, ma sbaglia).

giovedì 22 dicembre 2016

Il Jobs Act, ovvero del diritto ottocentesco applicato alle dinamiche sociali odierne (e un P.S. sul tradimento della CGIL)

Ponendosi in prospettiva storica, l'esperienza dei tre governi dell'offensiva neoliberista in Italia (Monti, Letta, Renzi) sarà simboleggiata essenzialmente dalla riforma del mercato del lavoro e di quello pensionistico, prima con la Legge Fornero e poi con il Jobs Act (che della Legge Fornero è sostanzialmente la continuazione e l'inasprimento).
Non ci vuole un particolare sforzo di fantasia nel pensare che i prossimi, invece, saranno gli esecutivi del taglio definitivo del welfare (a compendiarli, immagino una riforma complessiva del Sistema Sanitario Nazionale, che certo sarebbe stata assai più facile se al referendum costituzionale voluto da Renzi avesse vinto il fronte del "sì").
Mi sembra però opportuno spiegare perché il Jobs Act è un simbolo (il che, tra parentesi, ne avrebbe fatto l'idolo polemico ideale per chi, da destra o da sinistra, avesse voluto fare un'opposizione "costruttiva" al partito egemone, ritagliandosi a mio parere spazi elettorali significativi). Il Jobs Act è un simbolo perché - pur composto da una legge delega, da vari decreti delegati e da una pletora di D.M. attuativi - ha una straordinaria unità di intenti, è tutto percorso - dall'inizio alla fine - da un'unica "visione" della funzione del diritto, delle dinamiche economiche, potremmo dire delle modalità di interazione delle diverse forze sociali.
Mi spiego meglio.
In generale, la legislazione del lavoro a partire dallo Statuto del 1970 è stata informata al principio di "uguaglianza sostanziale" di cui all'art. 3, c. 2, della nostra Costituzione, quel principio - cioè - che "riconosce... come l'uomo sia strettamente condizionato, per quanto attiene alla sue effettiva posizione, alla situazione economica e sociale del suo ambiente e questa situazione non solo possa pregiudicare la pertinenza in concreto dei diritti astrattamente riconosciuti a tutti, ma possa essere ostativa del pieno sviluppo della persona umana" (Pera, Diritto del Lavoro, Milano, 1996, 61). Lo Stato deve dunque intervenire per abbattere i limiti di fatto alla libertà e uguaglianza dei cittadini, in primo luogo riconoscendo "a tutti i cittadini il diritto al lavoro" e promuovendo "le condizioni che rendono effettivo questo diritto" (art. 4, Cost.)
Senza lavoro non ci sono né libertà né uguaglianza né vera cittadinanza (con buona pace del relativo reddito), per cui la legislazione deve essere informata non soltanto all'obiettivo minimo di porre limiti ragionevoli alla facoltà di licenziamento da parte dell'imprenditore, ma anche all'ulteriore fine della realizzazione di una sostanziale parità negoziale - pur nella differenza dei rispettivi compiti - fra il datore di lavoro (evidentemente parte "forte" del rapporto) e il lavoratore (altrettanto evidentemente parte "debole").
Questa impostazione, se in altri settori del diritto si è tradotta in una predeterminazione legale della composizione degli interessi in gioco ritenuta ottimale (si pensi alla Legge sull'equo canone, per esempio), in ambito giuslavorista ha invece portato a un sistema che - una volta assicurate ai lavoratori determinate libertà (da, non di) e determinati diritti - ha comunque lasciato la composizione ultima del conflitto alla naturale dialettica delle forze in capo collettivamente considerate e organizzate. Il collegamento giurisprudenziale fra "paga base" del CCNL e "retribuzione proporzionata" di cui all'art. 36, Cost. ne è un esempio lampante.
In altri termini: ferme restando le guarentigie individuali e collettive di legge, la definizione di un negozio contrattuale fra datori di lavoro e lavoratori in tanto può essere effettivo (cioè non viziato nella volontà: libero e senza errori essenziali) in quanto stipulato fra soggetti equi-valenti aventi rappresentanza collettiva.
Il "riflusso" precarizzante degli anni Novanta e Duemila, iniziato con la Legge Treu, ha subito individuato in questo assetto normativo un limite forte a qualsiasi forma di deregulation, e lo ha attaccato cercando di incrementare in modo sempre più massiccio il ruolo della contrattazione di prossimità, rispetto a quella nazionale. Lo stesso Jobs Act dispone che, "salvo diversa previsione..., per contratti collettivi si intendono i contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale e i contratti collettivi aziendali stipulati dalle loro rappresentanze sindacali aziendali ovvero dalla rappresentanza sindacale unitaria" (art. 51, D. Lgs. n. 81 del 2015).
Nessuno, però, si era spinto a fare quello che è stato fatto all'art. 2103, c.c., il cui nuovo testo - in materia di mansioni - fra l'altro prevede che, in determinate "sedi protette", "possano essere stipulati accordi individuali di modifica delle mansioni, della categoria legale e del livello di inquadramento e della relativa retribuzione, nell'interesse del lavoratore alla conservazione dell'occupazione, all'acquisizione di una diversa professionalità o al miglioramento delle condizioni di vita...".
Io ne ho già parlato, molto criticamente, qui e qui. Di recente, però, ne ha parlato con grande competenza e perspicuità il prof. Sitzia dell'Università di Padova (La (in)certezza del diritto nel Jobs Act all'italiana: mansioni e volontà individuale assistita, in Lavoro nella Giurisprudenza, 2016, 10, 845), il quale - entro un articolo che parla anche di molte altre cose e che consiglio vivamente di leggere a tutti coloro che ne hanno la possibilità - mette in primo piano proprio le radici filosofiche del provvedimento.
Nella sostanza, il legislatore... estende il novero delle fonti "sussidiarie" (in senso letterale) fino a ricomprendervi la stessa autonomia privata.Questo profilo è interessante. Dal punto di vista tecnico si può osservare che: a) l'estensione di cui si è detto non è espressamente prevista dalla legge di delega, che a chiare lettere limita l'individuazione di ipotesi di demansionamento ulteriori (rispetto a quelle, rimesse all'esercizio del potere direttivo...) alla sola contrattazione collettiva, di tal ché il comma 6 dell'art. 2103 c.c. sembra esporsi ad una censura di incostituzionalità per contrasto con l'art. 76 Cost.; b) la norma espone l'accordo individuale ad un controllo di sussistenza del presupposto legittimante a fini di validità.
(...). L'apertura verso la volontà individuale assistita intreccia quell'idea che parte della dottrina, in termini molto critici, ha definito della "glorificazione" del primato dell'autonomia dispositiva dei privati nel sistema delle fonti regolative, e segna, indubbiamente, un importante passo nella direzione di una sempre maggiore privatizzazione del conflitto nelle relazioni lavoristiche.
Il punto è questo: il comma 6 intende realizzare la semplificazione del sistema attraverso un recupero di attribuzioni all'autonomia privata, il tutto nella prospettiva della c.d. "flessicurezza", da intendersi come duttilità delle regole, che si muove nella logica mercantilistica della parità contrattuale.
(...). La funzione dell'organo pubblico sembra assumere natura privilegiata, catalogabile come atto di certazione.
Il comma 6 induce a riflettere sulla portata di un modello di flessibilizzazione delle regole realizzato attraverso l'apertura alla libera volontà delle parti. Il tema intreccia quello della certezza del diritto in quanto il miraggio della flessibilità e duttilità delle regole si pone come opposto rispetto alla triade inderogabilità, rigidità, fissità. Attraverso la flessibilizzazione delle regole la necessità empirica, l'imprevedibilità, portata, potremmo dire, dallo scambio contrattuale tra le parti, si viene a sostituire alla razionalità della coerenza sistemica, che, sarebbe per contro garantita dal predicato dell'inderogabilità in peius. (...).
Chiaro?
La certezza del diritto e l'uguaglianza sostanziale sono immolati sull'altare della privatizzazione dei rapporti giuslavoristici (o anche sociali in senso lato), in un'ottica ottocentesca e vetero-liberale dei rapporti giuridici tutti. 
È la concorrenza, la vittoria del forte sul debole in nome dell'efficienza (e qui mi fermo, rimandando a chi su questi temi ha riflettuto profondamente). È, potremmo dire, "il precipitato" di quel sistema politico-economico noto come Unione Europea, il cui cardine principale è rappresentato dalla Banca Centrale indipendente, smascherato da Alberto Bagnai e Luciano Barra Caracciolo.
In questo senso va letto anche il famigerato "contratto a tutele crescenti", il quale reintroduce nell'ordinamento il principio - anche questo di diritto potremmo dire "comune" - secondo cui a ciascun contratto a durata indeterminata si deve accompagnare a favore delle parti un diritto di recesso. Il contratto a tempo indeterminato come un abbonamento a Sky.
In quest'ottica, il fenomeno orrendo dei voucher si qualifica in sostanza come sintomo generico dell'infezione (la precarizzazione e deprofessionalizzazione), mentre l'attacco all'articolo 18, così come alla disciplina delle mansioni sopra ricordato, sono indizi specifico della malattia (diciamo, per comodità di definizione, il neoliberismo su cui si basa l'Unione Europea).
Un attacco peraltro lento, per ondate successive, ma che ha in sostanza avuto il suo coronamento con la Legge Fornero e quindi con il Jobs Act. Con risultati osceni anche dal punto di vista normativo, la cui alluvionalità è ben stigmatizzata dal prof. Sitzia.
[Stanti le premesse concettuali della Legge Delega], (...) occorre verificare se la riforma del 2014/2015 sia effettivamente veicolo di semplificazione e certezza, risponda al criterio della sussidiarietà, e, se mai, tuteli in qualche modo l'affidamento (criterio non dichiarato dal legislatore, ma, come si è visto, implicato dalla certezza).(...). Basti qui segnalare, in ogni caso, un dato generale di grande rilevanza ai fini della nostra riflessione. Tutte le norme introdotte o riscritte dalla riforma non hanno efficacia retroattiva. Questo comporta, come rilevato in dottrina, che "vigono contemporaneamente due, e a volte tre, regimi, in base alla data dei fatti costitutivi del diritto. L'incertezza dell'ordinamento continua a trionfare, come sempre nei periodi in cui il legislatore emana molte norme anche a fini di consenso elettorale".Caso emblematico è quello del licenziamento, dove vige un imbarazzante menu à la carte, caratterizzato da regimi sanzionatori differenti a seconda: a) della categoria di appartenenza del lavoratore (i dirigenti "godono" di una tutela differenziata, più favorevole rispetto agli altri lavoratori subordinati, nel caso di licenziamento collettivo giusta la nuova formulazione dell'art. 24, comma 1-quinquies, L. n. 223 del 1991 come introdotto dall'art. 16, comma 1, lett. b), L. n. 161 del 2014); b) della data di assunzione (art. 18 Stat. lav./art. 8 della L. n. 604 del 1966 oppure "tutele crescenti" se l'assunzione è avvenuta fino o dopo il 6 marzo 2015); c) dell'avvenuta "conversione" del contratto di lavoro a tempo determinato o di apprendistato in contratto a tempo indeterminato avvenuta successivamente al 6 marzo 2015 (art. 1, comma 2, D. Lgs. n. 23 del 2015); d) dell'eventuale intervenuta integrazione del requisito occupazionale a seguito di assunzioni a tempo indeterminato successive al 6 marzo 2015, che comporta l'applicazione delle "tutele crescenti" anche al licenziamento dei lavoratori assunti precedentemente a tale data (art. 1, comma 3, D. Lgs. n. 23 del 2015); e) della data del licenziamento (art. 18 Stat. lav. nella versione antecedente o successiva alla L. n. 92 del 2012 se il licenziamento è intervenuto prima o dopo il 18 luglio 2012).
Ecco allora che si entra nell'ultimo tema che mi proponevo di affrontare, cioè il referendum, voluto dalla CGIL, abrogativo di alcune parti del Jobs Act.
Cosa chiede il sindacato?
Di abrogare le norme sui voucher. Bene, anzi ottimo. Tant'è vero che, con ogni probabilità, il referendum non si terrà perché le disposizioni in questione saranno cambiate direttamente dal governo Gentiloni, che ritornerà ad una disciplina un po' più stringente (probabilmente, quella antecedente la Legge Fornero).
Di riproporre le sacrosante garanzie per il versamento dei contributi dei lavoratori in caso di subappalto di lavori. Perfetto. Anche in questo caso, ci penserà Gentiloni.
Di ripristinare un sistema di protezione del diritto al posto di lavoro simile, se non uguale, a quello previsto dall'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori prima dello stravolgimento della Legge Fornero (e poi della franca abrogazione da parte del Jobs Act).
E qui casca l'asino.
Perché su questo punto, così qualificante, il PD - la maggioranza del PD - non ci sente. E non ci sente per un'impostazione filosofica nella valutazione dei rapporti sociali che è quella sopra ricordata. Da Rivoluzione Francese, diciamo.
Ecco allora che, come sempre, il Sindacato - che dovrebbe tutelare i lavoratori, ma finisce per tutelare solo i propri dirigenti - ne inventa una delle sue: non si limita a riportare indietro le lancette dell'orologio giuridico, togliendo di mezzo le riforme dell'ultimo quinquennio, ma si inventa una (tra l'altro assurda, sotto ogni punto di vista) estensione innovativa della norma di tutela anche alle aziende con meno di 15 dipendenti, ma più di 5.
In altri termini: costruisce il quesito per essere certa che sia bocciato dalla Corte Costituzionale, la cui giurisprudenza è ormai piuttosto costante sulle linee di valutazione in ordine alla ammissibilità dei referendum. Linee di valutazione peraltro molto ampie, tali da permettere e anzi incentivare i referendum manipolativi.
Così scrive Valerio Onida (Corriere Giur., 1995, 7, 765).
A mio parere i passaggi «fatali» di questa giurisprudenza, che hanno contribuito più di ogni altra cosa alla distorsione dell'istituto referendario, sono stati due. Il primo è quello con cui la Corte, apparentemente (ma solo apparentemente) sviluppando il requisito della «omogeneità» del quesito, a tutela della libertà di voto che sarebbe compromessa dalla proposizione in unico quesito di più domande diverse, ha affermato che il quesito deve essere anche «chiaro» e «coerente», e che a tale fine deve risultare palese il risultato che i promotori si propongono di raggiungere. Ora, il referendum abrogativo, previsto dalla Costituzione, tende di per sé ad un unico risultato, che è la cancellazione di una o più norme. Quel che succede nell'ordinamento a seguito di tale cancellazione è vicenda ulteriore, che non riguarda se non indirettamente i promotori del referendum... Pretendendo invece dai promotori l'univocità in ordine agli scopi dell'abrogazione, la Corte ha avallato ed anzi ha indotto o addirittura reso necessaria la formulazione di quesiti complessi ed elaborati, e ha incentivato la tendenza a fare dei quesiti referendari uno strumento di proposta legislativa positiva. Il secondo passaggio è quello con cui la Corte, di fronte a quesiti referendari relativi a leggi che disciplinavano la formazione di organi costituzionali... ha affermato che l'ammissibilità è condizionata al fatto che la proposta abrogazione lasci in vita una normativa «autosufficiente». Dunque non solo il quesito deve rendere esplicito a che cosa esso tende, ma deve proprio tendere a dar vita, come normativa «di risulta», ad un a legge in grado di essere applicata... A questo punto, come si vede, la strada dei referendum «manipolativi» non solo si è aperta, ma si è spalancata, e addirittura è divenuta talvolta un percorso obbligato...

Ma qui la questione è diversa: qui si tratta di un'operazione talmente manipolativa (oltre che del tutto disomogenea!) da rendere il quesito francamente propositivo. In altri termini: non si modifica un istituto esistente, si crea un istituto nuovo (la tutela reale nelle micro-aziende)! Né si può richiamare il precedente del referendum voluto da Rifondazione Comunista nel 2003: in quel caso, infatti, si trattava di estendere a tutti, in caso di licenziamento, la tutela reale all'epoca vigente; in questo, di ripristinare una disciplina previamente abrogata ampliandone per di più la platea di beneficiari.
E già mi immagino Matteo: "Se fosse passata la mia riforma, il referendum si sarebbe potuto tenere!". Di tutto questo, ovviamente, ricordatevi non solo alle elezioni, ma anche al momento di rinnovare la tessera sindacale.



(Per chi fosse interessato.
Per le precedenti pronunce sull'ammissibilità di referendum abrogativi: C. Cost., 6 febbraio 2003, nn. da 41 a 46, con n. Belletti in Giur. It., 2003, 2227 e Maio in Giur. Cost., 2003, 1, 301. 
Sui "requisiti" dei quesiti: C. Cost, 7 febbraio 1978, n. 16; C. Cost., 7 febbraio 2000, n. 50, con n. Filippetta in Giur. Cost., 2000, I, 387; C. Cost. 10 febbraio 1997, nn. 16, 28, 29 e 30, con n. Romboli in Foro It., 1997, I, 657; v. anche Carnevale, in Giur. Cost., 1987, I, 1, 308.
Per la dottrina in materia di parametri sull'ammissibilità: AA.VV., Il giudizio di ammissibilità del referendum abrogativo, Milano, 1998; Calvano, L'omogeneità del quesito sul referendum costituzionale ex art. 4, legge costituzionale n. 1 del 1997, in Giur. Cost., 1998, 1, 417; Modugno-Zagrebelsky (a cura di), Le tortuose vie dell’ammissibilità referendaria, Atti del seminario svoltosi in Roma il 14 luglio 2000, Torino, 2001; Pagotto, Tra omogeneità e completezza del quesito ovvero l’insostenibile ruolo dei promotori del referendum abrogativo, in Giur. Cost., 2003, 2, 1126).

giovedì 15 dicembre 2016

Un governo a prova di NO. Le pastoie di Renzi.

Molto ci si è accalorati in questi giorni, nel dibattito politico e mediatico, in relazione alla nomina del governo Gentiloni (o Renzi bis, o Monti quater), stigmatizzando principalmente i comportamenti di chi, dopo aver bocciato la precedente legge elettorale di Camera e Senato da Giudice costituzionale, da Presidente della Repubblica ne ha prima controfirmata un'altra - con problematiche piuttosto simili - riferita alla sola Camera ed ora ritiene che la stessa, in quanto disomogenea rispetto alla disciplina riferibile al Senato, sia sostanzialmente inapplicabile.
Molto ci si è accalorati, e a ragione. Quello che però è ancora più interessante, a mio avviso, è che questo della legge elettorale è soltanto uno dei sintomi di una malattia che ha affetto gran parte degli atti del non rimpianto governo Renzi.

L'idea, malata, di poter normare interi settori presupponendo una riforma costituzionale non ancora definitivamente approvata.

Si è trattato di ingenuità? Oppure di un velato ricatto, come a voler mettere l'elettorato di fronte al "fatto compiuto"? O, ancora, di scarsa capacità legislativa?
Non lo so e sinceramente mi interessa poco. Mi interessano molto di più i risultati, sconcertanti, di questa idea balzana della gerarchia delle fonti del diritto, ma soprattutto i danni che il Paese ha subito e subirà di conseguenza.
Della legge elettorale si è già detto tutto. Aggiungo soltanto una precisazione. Chi vi dice che al Quirinale non hanno avuto scelta nel controfirmare l'Italicum, dal momento che altrimenti non vi sarebbe stata una legge elettorale applicabile, mente sapendo di mentire. Lo stesso testo della sentenza della Corte, infatti, ebbe cura di precisare che la precedente normativa, come modificata dalla pronuncia in questione, poteva comunque essere utilizzata in caso di imminenti elezioni: “la normativa che resta in vigore per effetto della dichiarata illegittimità costituzionale delle disposizioni oggetto delle questioni sollevate dalla Corte di Cassazione è «complessivamente idonea a garantire il rinnovo, in ogni momento, dell’organo costituzionale elettivo»”.
Si possono fare però altri esempi. Tutti molto importanti.

Come si sa, il Jobs Act avrebbe dovuto reggersi su due pilastri: il primo - già realizzato appieno, tanto che "sarebbe impensabile tornare indietro" tanto da impedire fisicamente il referendum abrogativo onde evitare qualsiasi tentazione al popolino bue - relativo alla distruzione complessiva di qualsiasi tutela sul posto di lavoro; il secondo - rimasto un po' più indietro, diciamo - volto ad incrementare in modo significativo le politiche attive per formare e quindi (ri)dare un lavoro a chi non ce l'ha. A quest'ultimo fine, il nostro esecrato ex Presidente del Consiglio ha costituito un soggetto accentrato, l'Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (meglio nota come Anpal), senza considerare che - a Costituzione vigente - la materia rientra fra quelle a competenza concorrente fra Stato e Regioni.
Dunque l'Anpal c'è, ma non potrà fare la cosa principale per cui è nata, cioè gestire in modo accentrato e diretto i Centri per l'Impiego. A rimetterci, ovviamente, saranno soprattutto i disoccupati, che si consoleranno pensando che - in ogni caso - grazie ad anni di deflazione eurista in Italia il lavoro, politiche attive o no, comunque non c'è.
Ma i Centri per l'Impiego ci danno anche altre grandi soddisfazioni.
Sono circa 500, con quasi settemila dipendenti. Bene, questi enti, il cui funzionamento è sempre stato oggettivamente pieno di problemi, sono finiti in uno strano limbo normativo a seguito dello svuotamento delle Province previsto dalla legge Delrio. I dipendenti, poi, sono passati direttamente alle dipendenze regionali. Ora spetterà all’Anpal coordinarli; ma per fare questo dovrà con ogni probabilità stipulare una miriade di convenzioni con i vari enti locali coinvolti.
Il tutto, in un quadro normativo reso ancora più instabile dalla presenza-assenza delle Province, anche queste abrogate per legge ordinaria prima di essere cancellate per legge costituzionale, per di più surrettiziamente reintrodotte dalle Regioni in quanto soggetti intermedi assolutamente necessari per lo svolgimento efficace di alcuni compiti affidati agli Enti locali.
Sempre in materia di lavoro, c'è poi il capitolo dipendenti pubblici, oggetto di una delle marchette più sfacciate da parte del fu governo per tentare di vincere un referendum già perso.
Già... già... Per garantire l'aumento di cui tanto si sono beati dei sindacati oggettivamente beoti, servono più fondi. L'intesa del 30 novembre è solo una cornice vuota, da riempire col quadro: contenuti e, soprattutto, nuove risorse.
Scrive Il Fatto Quotidiano: "l'accordo politico siglato pochi giorni prima del referendum prevede 85 euro medi di aumento contrattuale per il triennio 2016-2018 e la modifica della legge Brunetta, nella parte in cui prevede la classificazione dei dipendenti pubblici in fasce di merito e stabilisce che il 25% degli statali giudicato meno meritevole non abbia diritto ad alcun incentivo. Ma, per prima cosa, non è detto che il nuovo governo si ritenga vincolato a quell'intesa. E, se anche decidesse di procedere su quella strada, la cornice che va riempita di contenuti e di risorse fresche. I fondi stanziati nella legge di Bilancio 2017 – meno di 900 milioni – anche sommati ai 300 milioni della precedente legge di Stabilità non sono infatti sufficienti per garantire l’incremento promesso: servono quasi 2 miliardi l’anno. [Inoltre], sul fronte normativo, per riaprire ufficialmente la contrattazione occorre il varo del nuovo Testo unico sul pubblico impiego...".
Ma guarda!
È come le ciliegie! Una tira l'altra!
Sì, perché - ma guarda un po' - il simpatico Testo Unico in questione non può essere varato, dal momento che la Legge delega che lo autorizzava (la famigerata Legge Madia) è stata recentemente dichiarata incostituzionale. Anche in questo caso, va da sé, perché si è evitato di richiedere al legislatore delegato una previa intesa con le Regioni, sperando - probabilmente - di risolvere il problema semplicemente rimuovendolo, grazie alla riforma del Titolo V.
Ma se il T.U. sul pubblico impiego non è stato ancora varato, al contrario molti altri decreti delegati derivanti dalla Legge Madia (confermata ovviamente nel medesimo dicastero, dopo una cotal prova) sono stati emessi. Tra questi, quello che impone a tutti gli enti locali la cessione della maggior parte delle proprie interessenze azionarie in controllate, collegate e partecipate, nonché - alle società che potranno restare in mano pubblica - l'obbligo di adeguare in modo significativo i propri statuti, entro fine anno, alle disposizioni del decreto.
Il rischio concreto è che le società modifichino la propria governance così come previsto dal D. Lgs. n. 175 del 2016 e che poi il medesimo D. Lgs. n. 175 sia abrogato o modificato dall'attuale governo, e che dunque le stesse società debbano di nuovo intervenire sui loro statuti, in una specie di gioco dell'oca assurdo e pericoloso per la loro tenuta economica.
E si potrebbe continuare.
Per esempio, si potrebbe ricordare come il governo che propagandava il "sì" al referendum per rendere più stringenti le norme sulla decretazione d'urgenza, si è visto tacciare di presunta incostituzionalità la riforma delle Banche Popolari anche per l'utilizzo dello strumento emergenziale in mancanza dei requisiti di necessità ed urgenza. Anche in questo caso, comunque, il danno è fatto (in Veneto ne sanno qualcosa).
Questo è il governo, questo è l'uomo, che ha governato l'Italia per tre anni. Che, ancora, non restino soltanto macerie di questo disgraziato Paese dimostra non soltanto quanto grande sia stato il retaggio dei nostri nonni, ma anche come, in fondo, la virtù italica non sia del tutto spenta.
Sappiamo almeno resistere. E ce ne sarà ancora molto bisogno.

(P.S.: Sul Jobs Act ritorno a breve. Perché è veramente troppo scandaloso).

domenica 11 dicembre 2016

Montepaschi, l'ESM e la patrimoniale che verrà

Mi ero ripromesso di non parlare più del Monte dei Paschi, non perché non ne abbia voglia, ma semplicemente perché - pensavo - tutto era già stato detto. Che la cessione delle sofferenze in blocco ad Atlante ed il conseguente aumento di capitale da 5 miliardi di Euro (il piano Viola o, meglio, il piano Dimon, per intendersi) fosse cosa impraticabile era chiaro a tutti. Che qualunque possibilità non di risolvere, ma quantomeno di puntellare la banca passasse dalla conversione in azioni dei subordinati, era ugualmente intuibile dalle persone di buona volontà.


Chi, poi, aveva qualche competenza specifica, poteva addirittura arrischiarsi a prevedere le modalità di massima di questa conversione, e - probabilmente - azzeccarci (al netto dello stupro delle norme Mifid e della violenza psicologica ai disgraziati bond-holder).


Però c'è una questione importante da puntualizzare. E cioè che la stessa consapevolezza era anche in alcuni membri del governo, il Ministro Padoan in primis, i quali avevano già pronto, quest'estate, il decreto che probabilmente licenzieranno nei prossimi giorni.
Scrive Dagospia: "a dare il colpo di grazie sulle aspettative di Piercarlo Padoan di arrivare a Palazzo Chigi ci ha pensato Mario Draghi. La scelta della Bce di non concedere ulteriore tempo all'aumento di capitale del Montepaschi diventa una colpa per il ministro dell’Economia. Sebbene lui abbia fatta soltanto il prestanome di Renzi. Nei corridoi di via XX settembre era nota a tutti l'idea del ministro di intervenire con il sostegno pubblico per Mps. Ma a stopparlo è sempre stato il premierino, che aveva stretto un patto di ferro con Jamie Dimon, CEO di JpMorgan, e con Claudio Costamagna che lo aveva accompagnato a Palazzo Chigi".
Il suddetto premierino, nel frattempo, concedeva interviste situazioniste tipo questa.
Ora, a mio avviso la domanda fondamentale è: perché?
Perché Renzi - che è diventato premier quando già Montepaschi aveva un significativo problema di sofferenze, problema che lui ha peraltro contribuire ad aggravare in modo molto significativo introducendo il bail-in nel nostro Paese e dando degli NPL delle quattro banche risolte a dicembre una valutazione particolarmente bassa - ha deciso di ignorare i messaggi chiari del suo più importante ministro economico, affidandosi invece a un piano di salvataggio che sicuramente non avrebbe salvato nessuno (escluso il conto economico di chi glielo proponeva)?
Ognuno ha la sua risposta e io non pretendo di avere la verità in tasca. Ma, secondo me, la soluzione sta nella tempistica. Il bubbone, guarda caso, esplode subito dopo il referendum.
E questo succede, a mio avviso, perché Mps avrebbe dovuto rappresentare, nella strategia renziana, il bastone per il "sì" alla sua orrenda riforma costituzionale. La solita, vecchia, arcinota tecnica della paura: dei mercati, del bail-in, dell'ignoto, di qualsiasi cosa diversa dalle rassicuranti parole del premier ripetute urbi et orbi da tutti i canali televisivi. Detto in altri termini: da anni Mps è moribondo; Renzi l'ha scientemente ucciso per sfruttare a fine elettorali il lutto dei parenti.
Mi pare sintomatico che, fallito il tentativo di sfruttare il terrore delle folle (come nel Regno Unito, come negli Stati Uniti), il PD ripieghi su un patetico e grottesco piano B, secondo il quale tutto sarebbe andato bene (per noi), se anche il referendum fosse andato bene (per loro).
Ma... se nel quadro di una strategia politica si individua un "bastone", è probabile che non troppo lontano vi sia anche una carota.
L'articolo sopra citato di Dagospia continua: "era noto a tutti che i conti italiani fossero fuori linea. Ma Padoan aveva messo sul piatto della bilancia il suo nome e la sua parola per garantire che, una volta passato (e vinto) il referendum, il governo avrebbe introdotto i correttivi necessari durante l’esame della manovra al Senato. Renzi, però, ha pensato bene di dimettersi... Il risultato che la Commissione sta interpretando come il ministro dell’Economia non sia più in grado di rispettare la parola data. Per fair-play hanno chiesto che le correzioni dei conti pubblici su deficit e debito vengano prese entro marzo...".
Non so se è chiaro.
La legge di bilancio approvata da Renzi era uno specchietto per le allodole e le mancette elettorali erano destinate a sparire. Fortunatamente, l'aggravarsi del quadro politico e le dimissioni del premier hanno portato all'approvazione del testo così com'era, senza tante modifiche (peggiorative).
Come al solito, il ragazzo di Rignano aveva promesso senza voler, programmaticamente, mantenere; ed è paradossale che, per fare il gioco delle tre carte, contasse di utilizzare la seconda lettura di quel Senato che, a parole, voleva abolire (il tutto, va da sé, per obbedire supinamente a quella UE che, a parole, voleva combattere).

Basterebbe questo.
Ma qualcosa ancora stona.
Possibile che, veramente, gli occhiuti commissari europei si limitino a un rimbrottino e che se ne riparli, forse, a marzo?
L'altro giorno, ci siamo svegliati con lo scoop della Stampa
poi smentito un po' da tutti, compresi l'ESM e il Ministero dell'Economia.
Per tutta la mattina, onestamente sono stato nel panico. L'unica cosa che, a mente fredda, obiettivamente stonava di tutta la storia, oltre alla clamorosa incompetenza economica del giornalista che aveva firmato l'articolo, era la cifra irrisoria richiesta all'ESM.
Quindici miliardi, meno dell'1% del PIL. Quindici miliardi...
Magicamente, nelle ore successive, questi numeri iniziano a ripresentarmisi, sempre più spesso. Il 5 dicembre sono uscite le "pagelle" dell'Eurogruppo (quelle a cui si riferiva Dagospia nell'articolo citato sopra).
Come al solito, all'Italia spetta un cicchetto: "siamo d'accordo con la valutazione della Commissione secondo cui il bilancio è a rischio di non conformità... Prendiamo atto che secondo l'ultima valutazione della Commissione, lo sforzo strutturale dell'Italia nel 2017, per quanto riguarda la politica fiscale, impatterà per -0,5% del PIL, mentre è richiesto + 0,6% del PIL... Su questa base, sarebbero necessarie significative misure aggiuntive. Notiamo anche che una valutazione ex post delle linee esecutive del bilancio, che comprendono i costi aggiuntivi legati alla crisi dei rifugiati, le misure di sicurezza e i costi derivanti dai recenti terremoti, potrebbe permettere all'Italia di avere una minore, ancorché comunque significativa, deviazione dal percorso di avvicinamento al suo obiettivo a medio termine. Invitiamo pertanto l'Italia ad adottare le misure necessarie onde garantire che il bilancio 2017 sia compatibile con le norme del Patto di Stabilità e Crescita di natura preventiva. Il livello elevato del debito in Italia rimane un motivo di preoccupazione. Ricordiamo l'impegno dell'Italia ad utilizzare, nel 2017, entrate impreviste o risparmi di spesa imprevisti e intensificare gli sforzi in tema di privatizzazioni per portare il rapporto debito/PIL lungo un percorso discendente...".
Da -0,5% a +0,6% fa poco più di un punto di PIL. Per l'appunto, 15 miliardi di Euro mal contati. Ecco, allora, che non può che nascere un dubbio, anzi una consapevolezza.

I soldi all'ESM non servono per salvare Mps. Anzi, il salvataggio di Mps, o di qualche altra banca, serve per mascherare la richiesta dell'Unione Europea non soltanto, come al solito, di procedere sul solco delle privatizzazioni (che certo non risolvono alcunché a livello di bilancio, né migliorano la vita delle persone, ma in compenso ingrassano le tasche di chi si assicura i business più redditizi... a proposito: ora il business più redditizio rimasto in Italia è la sanità, gestita per lo più dalle Regioni... fate voi i collegamenti), ma anche o di tagliare selvaggiamente lo Stato sociale (che è la stessa cosa che privatizzare, ma i burocrati europei hanno tempo anche per cercare sinonimi) e, soprattutto, di introdurre nuove tasse.
L'idea è, questa volta, di non dare la colpa all'Europa, né ai tedeschi, ma a quegli zotici di italiani che hanno votato "no" al referendum. 

Qui c'è già tutto il programma del Governo Gentiloni. Allentamento della tensione sulle banche (fino a Basilea IV, quando salteranno definitivamente in aria e con loro l'Euro), cessione di qualche altro gioiello di famiglia (tanto questo è l'uomo che ha ceduto il mare più pescoso di Italia alla Francia), inasprimento della tassazione sugli immobili (via nuovo catasto) e sulle successioni (con l'applauso dei liberal imbecilli), se non bastasse patrimoniale.

Poi, un Paese impoverito, stanco, impaurito, probabilmente preda di tensioni sociali esorbitanti, andrà a votare.

martedì 29 novembre 2016

L'A,B,C, (e D,E,F,G) della Riforma, per gli indecisi

A pochi giorni dal voto, molti sono ancora gli indecisi su quale orientamento prendere in merito al Referendum costituzionale del 4 dicembre. Premesso che - lo ricordo - questo Referendum NON PREVEDE QUORUM, e dunque astenersi è quanto di peggio si possa fare (a meno che non siate Fabrizio Barca, per il quale tutte le Costituzioni sono uguali, come di notte tutte le vacche sono grigie), ho provato a buttare giù un piccolo dizionarietto della riforma, il più possibile scevro di opinioni e carico di fatti.


Abolizione del CNEL: il CNEL spende meno di 10 milioni di Euro all'anno. Cioè sostanzialmente nulla. In compenso, picchia duro sugli effetti socio-economici delle riforme del governo. Per il resto, v. alla voce: Casta, cricca, corruzione.

Bicameralismo perfetto: significa che un progetto o disegno di legge, per diventare legge vera e propria, deve essere approvato sia dalla Camera sia dal Senato con testi identici. Nell'attuale legislatura, quasi l'80% degli atti normativi hanno richiesto due sole letture, e sono stati approvati 266 leggi (cioè più di una a settimana) e 83 decreti legge. Più dell'85% di questi provvedimenti sono di iniziativa governativa. Il prof. Pasquino ha mostrato come nessun Parlamento - eccettuato quello tedesco - regge il confronto. Le ultime Leggi di stabilità e i vari decreti legge con cui il governo ha stravolto l'impianto fiscale e previdenziale del Paese sono stati approvati in meno di due mesi; riforme importantissime come la Buona Scuola o il Jobs Act rispettivamente in 3 e 8 mesi. Tra i testi più pregnanti di questo esecutivo, solo l'Italicum ha richiesto tempi particolarmente lunghi, a dimostrazione che la navette tra Camera e Senato, o l'insabbiamenti in commissione, si verifica quando c'è dissenso su un provvedimento all'interno della maggioranza, o quando un'iniziativa parlamentare - magari sostenuta dai cittadini - non s'ha da fare. Un articolo più ampio ed equilibrato lo potete trovare qui.
Conclusione: il Bicameralismo perfetto non ha inciso sul numero di leggi prodotte dal Parlamento, né sui tempi di approvazione, anche grazie al fatto che i tempi sono stati spesso ridotti dal governo con l'escamotage della fiducia o del decreto legge (istituti che restano, nella riforma). Quello che servirebbe al Paese, tuttavia, non è un maggior numero di leggi, bensì provvedimenti più efficaci e scritti meglio (la riforma Madia è l'ultimo clamoroso esempio). Per fare questo, andrebbe rivitalizzato l'approfondimento e il dibattito parlamentare, cosa che - per inciso - tenderebbe anche a sciogliere almeno in parte il nodo gordiano che ultimamente lega insieme, presso il governo, potere esecutivo e potere legislativo. La riforma va nel senso diametralmente opposto.

Casta, cricca, corruzione: come si sa, il nuovo Senato e la decostituzionalizzazione delle Province consentiranno di risparmiare una cifra compresa fra 50 milioni di Euro annui (stima senatore Malan) e 500 milioni di Euro annui (stima ministro Boschi). La Ragioneria dello Stato ha confermato i 50 milioni di Euro per quanto attiene il Senato, mentre ha dichiarato non quantificabili i risparmi derivanti dal taglio delle Province, soprattutto in ragione del fatto che - è chiaro fin dalla prima applicazione del c.d. Decreto Svuota Province - le Regioni hanno necessità di creare delle articolazioni amministrative intermedie fra sé e i Comuni (lo stesso dicasi, mutatis mutandis, per il CNEL, il cui costo peraltro è inferiore ai 10 milioni annui).
Due considerazioni. La prima. Questo che si vuole tagliare non è il costo della politica, ma il costo della democrazia; quando comanda uno solo, certamente le spese per il funzionamento del Parlamento sono assai inferiori. Il problema è che quando comanda uno solo, è più facile che sbagli (ve la ricordate l'ultima Guerra?). Dunque il verso costo della democrazia sono le decisioni sbagliate, non qualche diaria in più o in meno. La seconda, più importante. I 500 milioni di Euro del ministro Boschi rappresentano lo 0,06% della spesa pubblica annua italiana. Un nulla. Per di più, la spesa pubblica è PIL, cioè ricchezza privata (anche i Senatori che prendono lo stipendi tendono a spenderlo in negozi, bar, ristoranti e non a bruciarlo nell'Etna). Di contro, l'Italia è contribuente netta dell'UE per circa 7 miliardi di Euro all'anno (cfr. bilancio europeo 2007-2013), i quali - quando va bene - finiscono nelle tasche di persone che li spendono in Paesi diversi dal nostro e - quando va male, cioè spesso - nei bilanci delle banche tedesche e francesi (via ESM).
La riforma del Senato ridurrà i Senatori da 315 a 100, tra l'altro part-time, nel senso che si tratterà di consiglieri regionali che avranno anche questo incarico. È la lotta contro la casta. Sarà, ma a me pare il contrario. Qui si sta parlando di far sì che dei politici - i più squalificati dei poilitici nel sentire comune, quelli delle Regioni - eleggano, secondo bizantinismi totalmente incontrollabili da parte del popolo così detto sovrano (e non solo al popolo), alcuni di loro (insieme ad un limitato numero di sindaci) affinché questi siano anche senatori.
Il tratto dopo-lavoristico dell'incarico, oltre al fatto che ai senatori è concessa l'immunità parlamentare, fa presagire che gli eletti non rappresentino proprio il meglio delle classi politiche locali, anzi. Altro che lotta alla cricca, riduzione della corruzione, e via salmodiando. Questi, più che per decidere su una riforma costituzionale, sono slogan buoni per un libro di Stella e Rizzo.

Democrazia: poiché a questa riforma costituzionale si salda come un gemello siamese l'Italicum, è importante sottolineare che, nel caso di vittoria del sì, solo la Camera dei Deputati voterà la fiducia al governo e che tale Camera vedrà una maggioranza del 56% di eletti del partito che - pur rappresentando, magari, un quarto della Nazione - ha però vinto anche di un solo voto il ballottaggio. Se poi per il nuovo Senato si votasse oggi, la maggioranza avrebbe una rappresentanza probabilmente superiore al 60% del totale dei seggi.
Quindi, un quarto della Nazione, in linea di principio potrebbe: votarsi autonomamente tutte le leggi ordinarie che ritiene opportuno; eleggere da solo il Presidente della Repubblica (basterà il 60% dei votanti, neppure del totale degli aventi diritto); eleggere - al limite (a seconda delle scadenze dei diversi mandati) - cinque giudici costituzionali su quindici, cui si aggiungono altri cinque nominati dal Presidente della Repubblica.
Considerato che, come dimostrato sopra, l'indirizzo politico e la sua esecuzione sono ormai appannaggio del medesimo organo (il governo), la divisione dei poteri e il principio dei "pesi e contrappesi" sono completamente spazzati via.
Unico contraltare al partito di governo resterebbe la magistratura. Quanto male questa contrapposizione furiosa abbia portato all'Italia degli ultimi 20 anni è sotto gli occhi di tutti.

Europa: Dice Renzi che se vince il sì saremo più forti in Europa, che poi sarebbe l'Unione Europea. Tuttavia, approvando la riforma costituzionale, ci priviamo del principale strumento concessoci per - sempre per usare un'espressione del premier - poter "battere i pugni sul tavolo". Questo strumento è l'uscita dall'UE.
La riforma Renzi-Boschi, infatti, costituzionalizza l'Unione Europea (e la c.d. Legge Comunitaria), anzi impone al Senato l'obbligo di "concorrere all'esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea", partecipando "alle decisioni dirette alla formazione e all'attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea".
Con questa norma, in sostanza, si cancellano cinquant'anni di giurisprudenza costituzionale sul dualismo degli ordinamenti italiano e comunitario, senza neppure citare i c.d. "controlimiti", che sempre per giurisprudenza costante la Corte Costituzionale ha considerato al di sopra delle norme europee.
Il risultato pratico potrebbe essere lo svuotamento dell'anima sociale della nostra Costituzione a vantaggio dell'iper-liberismo competitivo dei Trattati UE. V. alla voce: Fiscal Compact.

Fiscal compact: Qui sta il cuore della Riforma. Perché potenziare i poteri del governo (non scordiamo che questo non solo godrà di una importantissima maggioranza parlamentare - v. alla voce: Democrazia -, ma potrà anche contingentare i tempi per la discussione delle leggi più importanti e ridurre significativamente gli spazi di autonomia delle Regioni - v. alla voce: Governo regionale), perché introdurre un vincolo europeista assai più perspicuo di quello di cui all'art. 117, c. 1, Cost. attuale?
Per rendere effettivo il principio del "pareggio di bilancio" e con esso il relativo "vincolo monetario", principale grimaldello utilizzato per l'arretramento dello Stato a "Stato minimo" e per la privatizzazione di interi settori del nostro welfare, a partire dalla Sanità. D'altronde noi viviamo in un sistema in cui ci siamo privati del diritto di battere moneta (lo fa la BCE, cioè un organo c.d. indipendente, che poi significa NON ELETTO né soggetto ad alcuna RESPONSABILITÀ rispetto agli Stati dell'UEM: v. art. 105, Statuto BCE) e di monetizzare il deficit (art. 123 del TFUE).
Non solo: dice sempre Renzi, ma anche Gentiloni oggi a Berlino, che grazie alla nuova Costituzione le "riforme strutturali" saranno più celeri; e ormai penso che chiunque ha capito che "riforma strutturale" significa compressione dei diritti sociali dei lavoratori (minore stipendio, tramite Jobs Act; minore istruzione, tramite Buona scuola; minori pensioni, tramite Legge Fornero, ecc.).
L'attuale art. 81, Cost., approvato in fretta e furia ("fate presto!") dal governo Monti, dispone infatti: "lo Stato assicura l'equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all'indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali. Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte...... Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l'equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale".
L'attuale art. 97, c. 1, Cost. ugualmente prevede: "Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico".
Questi testi non sono modificati dalla riforma. Che però aggiunge all'art. 119, c. 4, Cost.: "con legge dello Stato sono definiti indicatori di riferimento di costo e di fabbisogno che promuovono condizioni di efficienza nell'esercizio delle medesime funzioni". E all'art. 116, c. 3, Cost.: "ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia... possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, anche su richiesta delle stesse, sentiti gli enti locali..., purché la Regione sia in condizione di equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio...".
Il disegno complessivo è spiegato dallo stesso governo nella Relazione accompagnatoria al d.d.l. oggetto di referendum: "lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall'internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale; le spinte verso una compiuta attuazione della riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione tesa a valorizzare la dimensione delle Autonomie territoriali e in particolare la loro autonomia finanziaria (da cui è originato il cosiddetto federalismo fiscale), e l’esigenza di coniugare quest’ultima con le rinnovate esigenze di governo unitario della finanza pubblica connesse anche ad impegni internazionali: il complesso di questi fattori ha dato luogo ad interventi di revisione costituzionale rilevanti, ancorché circoscritti, che hanno da ultimo interessato gli articoli 81, 97, 117 e 119 della Carta, ma che non sono stato accompagnati da un processo organico di riforma in grado di razionalizzare in modo compiuto il complesso sistema di governo multilivello articolato tra Unione europea, Stato e Autonomie territoriali, entro il quale si dipanano oggi le politiche pubbliche".

Governo regionale: L'attuale Titolo V della Costituzione, con l'identificazione di materie proprie dello Stato, altre delle Regioni, altre ancora a competenza concorrente, ha effettivamente creato non poche incertezze, lentamente risolte - con grande acribia - dalle sentenze della Corte Costituzionale (che, negli anni, ha fatto molta chiarezza, ma non per il Ministro Madia che lamenta una "evoluzione giurisprudenziale" che forse, a ben vedere, non c'è).
Ora si vuole cambiare. Penso che nessuno, in Italia, non lo ritenga opportuno. Per questo una riforma equilibrata del solo Titolo V sarebbe passata a larghissima maggioranza parlamentare, senza necessità di referendum (e lo stesso dicasi per altri "tratti minori" della riforma). Qui, però, la legge costituzionale usa la "mano pesante", nel senso che riattribuisce allo Stato centrale competenze molto significative ed incidenti sia sull'autonomia del governo regionale, sia sulla vita delle comunità locali. Ad esempio tornano allo Stato:
- le "norme sul procedimento amministrativo e sulla disciplina giuridica del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche tese  ad assicurarne l’uniformità sul territorio nazionale" (la Legge Madia si era già spinta su questo sentiero, e infatti è stata sonoramente bocciata);
-  le "disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare", cioè i famosi costi standard della sanità (la differenza, nelle Regioni meno virtuose, è presumibile ce la metta il cittadino, con il ticket);
- la "previdenza complementare e integrativa";
- le norme su "produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell'energia", nonché sulle "infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione d’interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale". In sostanza, deciderà lo Stato centrale, e solo quello, cioè il governo, e solo lui, dove far passare autostrade e ferrovie, dove costruire porti, o gasdotti, o impianti chimici, o termovalorizzatori.
La riforma, inoltre, riesce nel difficile intento di produrre Regioni di serie A, Regioni di serie B e Regioni di Lega Pro. Le prime sono quelle a Statuto speciale (cioè quelle che, tra le altre cose e proprio a voler parlare di soldi, costano di più alla collettività), per le quali è previsto dalla riforma un inaudito iter di modifica dei relativi Statuti: servirà infatti una legge costituzionale previa intesa con la Regione medesima, che dunque avrà diritto di veto. Le seconde sono le "Regioni virtuose" di cui all'art. 116, c. 3, di cui si è detto. Le terze, tutte le altre. Il che si sposa male con il supposto intento della Riforma di rendere omogenee le condizioni di vita in tutto il territorio nazionale.


Io, stando così le cose, voto no.
Voto no perché la nostra Costituzione garantisce non soltanto la "libertà di" (libertà di parola, libertà di movimento, ecc.), ma anche la "libertà da" (dal bisogno, dalla disoccupazione, dalla paura di ammalarsi senza potersi curare). Questa riforma, come tutte le riforme ispirate dall'UE o che comunque si pongono nel solco dei principi dei Trattati UE, sovverte questo dato di fatto, limitando ciascuna delle succitate libertà in relazione ai vincoli di bilancio predeterminati al di fuori del circuito democratico.
Il diritto alla pensione, il diritto alla salute, il diritto al lavoro in tanto possono essere concessi e attuati in quanto lo Stato non produca deficit.
Le politiche industriali e del lavoro in tanto potranno essere attuate in quanto siano congruenti con l'obiettivo della BCE di mantenere basso il tasso di inflazione.
Il dibattito democratico in tanto potrà esprimersi in quanto non vi sia necessità - in mancanza di strumenti di politica fiscale e monetaria (l'Euro è uno per tutti) - di scaricare shock economici asimmetrici sui salari dei lavoratori (le note riforme strutturali).


Se poi non avete voglia di leggere tutto questo papello, potete anche seguire il consiglio del Civico 21 (quattordici minuti illuminanti).

venerdì 25 novembre 2016

Il CNEL e l'imbarbarimento del messaggio politico

Quando studiavo, non c'era Organo costituzionale che mi stesse più sulle palle del CNEL.
Non capivo proprio cosa fosse: "è composto... di esperti e di rappresentanti delle categorie produttive, in misura che tenga conto della loro importanza numerica e qualitativa", "è organo di consulenza delle Camere e del Governo", "può contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge". Ad uno studente di giurisprudenza del primo anno (per di più digiuno di nozioni macroeconomiche, oltre che di vita reale) sembra di leggere un testo di Averroè (ovviamente in lingua originale).
Nel corso degli anni, il mio giudizio non è cambiato. Per dire: De Rita, Larizza, Marzano sono tutti personaggi che non mi hanno mai ispirato particolare simpatia.
Però, come sempre mi accade, quando vedo sparare impenitentemente su un cadavere, mi si risveglia dentro il Francesco Ferrucci e sento la necessità di dissociarmi. Subito e nettamente.



Ma il rispetto dov'è finito? La correttezza istituzionale dove si è nascosta? La vergogna! Sei un politico di professione che non ha mai lavorato un giorno fuori dalle istituzioni - cosa peraltro commendevole, ci mancherebbe altro - e ti permetti di additare altri al pubblico ludibrio, di parlare di "casta", di "tagli di poltrone", di "enti inutili", di "politici"?
Concepisci una riforma della Costituzione inqualificabile, tutta volta a ridurre gli spazi democratici a favore delle istanze lobbistiche della grande finanza e dei tecnocrati dell'Unione Europea (che poi sono la stessa cosa), per raccattare una maggioranza parlamentare che te la voti ti inventi un diritto di veto perenne a favore delle Regioni a statuto speciale, disegni un sistema di elezione del nuovo Senato che non funzionerebbe neanche in un condominio, e te la prendi col CNEL?
Viene quasi da pensare che ci sia qualcosa di più. Che Matteo nostro, uno che notoriamente non porta rancore, non abbia apprezzato certe analisi.

E comunque è troppo facile parlare solo per slogan. Per macchiette. Troppo facile offendere, insinuare, polemizzare, fingere, spararla più grossa possibile. L'unica risposta possibile a questo comportamento anti-istituzionale è allora quello di Giorgia Meloni, l'altra sera, da Vespa, che dopo essere stata annoverata fra gli eletti di Forza Italia (e non nelle liste di Alleanza Nazionale, Partito delle Libertà e Fratelli d'Italia) si inalbera leggermente, e spiattella nel muso al nostro amato Presidente un bel "bugiardo".


Ma alla sullodata puntata di Porta a Porta è successo anche di peggio. Il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, quella che ha elaborato i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) scordandosi però la relativa copertura, e che pertanto - così, per sicurezza - ha partorito in clinica privata, si è lanciata in un triplo salto carpiato con avvitamento verbale, collegando direttamente il sì alla riforma costituzionale e migliori cure ai malati di diabete.
E non era la prima volta.



Il Ministro fa intendere che le cure si livelleranno verso l'alto, ma non spiega dove le Regioni, che hanno come obiettivo il pareggio di bilancio (art. 97 attuale) e che devono essere, nella loro gestione, "virtuose" (artt. 119 nuovo), prenderanno le necessarie risorse. Metteranno ticket, chi può pagherà (o si farà l'assicurazioncina alla Unipol, ché non si sa mai), chi non può si curerà meno, mentre lei all'Ospedale S. Pietro una cameretta la troverà sempre.
Soldi dallo Stato, neanche a parlarne...


Campagna elettorale sulla pelle dei malati. Il peggio del peggio, incommentabile. Per questo mi affido ad alcune riflessioni scritte da chi ha idee completamente diverse dalle mie (per esempio in materia di aborto), ma mette bene in evidenza la bassezza di chi crea false speranze in soggetti per definizione deboli, esponendoli alla disillusione o - peggio - alla disperazione.

Allora, in fine dei conti, quello che resterà per sempre imputato a Renzi non sarà tanto il Jobs Act, o la Buona Scuola, o tutte le altre disposizioni che hanno distrutto il sistema giuridico e sociale di questo Paese, quanto piuttosto di aver distrutto - in una Nazione storicamente divisa, a partire dalle date fondative della Repubblica - l'unico punto di sintesi condiviso, cioè la Costituzione. Che passi il sì o che passi il no, dal 5 dicembre sarà la Costituzione di alcuni, non più di tutti.