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mercoledì 26 aprile 2017

Profumo e Viola adelante (a juicio)

Qualche giorno fa, l'ex presidente e l'ex amministratore delegato di Montepaschi, Profumo e Viola, sono stati rinviati a giudizio dal GUP di Milano - nonostante l'avverso parere del PM - in relazione alle note vicende relative alla contabilizzazione, nei bilanci dell'Istituto senese, delle operazioni "Santorini" (con Deutsche Bank) e "Alexandria" (con Nomura).
Sebbene entrambe le operazioni siano ormai state chiuse in via transattiva, e dunque qualsiasi riconsiderazione del loro trattamento contabile non possa avere alcun impatto sui conti economici futuri di Bmps, si tratta comunque di una decisione molto importante, sia dal punto di vista processuale, sia da quello volto a una riconsiderazione a mente fredda delle dinamiche che hanno portato alla catastrofe la banca più antica del mondo.

Primo. La vicenda mostra, platealmente, come la normativa internazionale (a partire dagli standard per la redazione dei bilanci) sia stata costruita in modo da permettere operazioni finanziarie oggettivamente opache, che annacquano le perdite nei conti economici delle banche e delle imprese, e che hanno un tale grado di complessità da creare ancora dubbi, a quasi dieci anni di distanza, in merito alla loro corretta contabilizzazione.
Questo dato non è un errore, come tale emendabile. Questo è il portato specifico di quella internazionalizzazione e deregolamentazione che va sotto il nome di "globalizzazione". Questa opacità "è" la globalizzazione.
Dunque, in questo caso come in mille altri (soprattutto nel mondo del lavoro, ma anche in quello fiscale: la disciplina delle DTA è un classico), non si tratta di prendere atto che il mondo è cambiato, o che non ci sono alternative, o che oggi c'è la Cina (il cui impero commercia da sempre con l'occidente, ma si sa che i liberisti non studiano storia), bensì di rendersi conto che basterebbero due righe di codice civile per rendere tutto questo pacificamente illegale. E invece, com'è normale in un modo che va alla rovescia, quando quelle righe ci sono (qui e qui), assistiamo a carpiati con avvitamento giuridici (dei giudici, o del legislatore) per rendere lecito ciò che lecito non è, o non dovrebbe essere (oppure per far finta di ignorare istituti o principi consolidati, come il contratto simulato, il contratto in frode alla legge, la causa illecita).
Non è cambiato il mondo. Sono cambiate le leggi. E le leggi sono cambiate, come da sempre avviene, al fine di tutelare gli interessi delle classi tempo per tempo dominanti. Oggi, le élites finanziarie: non a caso, gli inventori di queste oscene strutture finanziarie sono lautamente pagati dai loro datori di lavoro, e trovano anche un certo vanto a propalare ciò che fanno.

Secondo. Se vi sono insigni professori che si accapigliano sulla corretta contabilizzazione di queste operazioni e dunque, in ultima analisi, sui "veri" risultati di Bmps, si comprende la serietà di chi ritiene che i risparmiatori possano, con qualche ora di "educazione finanziaria" (?), evitare di incorrere nei rischi che comporta investire in strumenti finanziari.
Della questione ho già parlato, per cui non mi ci soffermo oltre, se non per sottolineare nuovamente la conclamata malafede di chi propugna certe idee a dir poco campate per aria.
E, da altro punto di vista, se i risultati delle banche sono così aleatori ed i bilanci così opachi, quale giustificazione razionale può avere la disciplina del bail-in, soprattutto nel momento in cui può comportare il coinvolgimento dei depositi della clientela retail?
Sul tema, di recente, si è svegliato addirittura Patuelli, il quale - dopo lunghe pensate con i vertici dell'ABI e di Federcasse - ha riscoperto, e con grande soddisfazione, l'acqua calda, cioè le magagne della BRRD. Le questioni sono sempre le solite: rafforzamento della garanzia sui depositi attraverso i fondi interbancari (con conseguente modifica, per via legislativa, dell'interpretazione restrittiva a suo tempo imposta dalla Commissione Europea allo Stato italiano), armonizzazione dei metodi di individuazione e calcolo delle passività che possono essere oggetto di bail-in (c.d. MREL e TLAC, sulla cui armonizzazione vi è ampio dibattito a livello UE), previsione di disposizioni transitorie che attenuino gli effetti della Direttiva sulle obbligazioni emesse prima del 2016.
Poi, ovviamente, le soluzioni proposte sono peggiori del male, perché il giusto interesse per la salvaguardia della stabilità finanziaria delle banche (che, in Italia, fanno da sempre provvista piazzando ingenti quantità di obbligazioni alla propria clientela) non può andare a detrimento della tutela, costituzionalmente garantita, dei risparmiatori. Di cosa si lamenta l'ex vice presidente di Mussari? In sostanza, Patuelli attacca la decisione del legislatore italiano di equiparare (fino a fine 2018) le obbligazioni senior ed i depositi corporateDio non voglia che una banca italiana sia oggetto di risoluzione, visto che, sempre secondo Patuelli, le cose non possono andare meglio (e, d'altra parte, se sono banche solvibili anche le venete, non si vede proprio quale disgraziata azienda possa fallire), ma se per pura ipotesi accadesse, quale criterio permetterebbe di stabilire se assoggettare a bail-in prima i depositi o prima le obbligazioni senior? Ecco il colpo di genio (che poi tanto colpo di genio non è, visto che una cosa simile è già stata sperimentata in Francia e pare che anche la Commissione ritenga di andare nella medesima direzione): bisogna creare una nuova categoria di titoli, sovraordinata rispetto agli attuali titoli Tier 2, ma subordinata rispetto agli attuali senior. Questi titoli rientrerebbero nel MREL, mentre i senior veri e propri no. Tutto bene, dunque? Sì, fin quando questi strani titoli non saranno proposti al pensionato che si reca, ignaro, presso il proprio consulente. Il quale, peraltro, avrà le spalle ben coperte da una lenzuolata di firme sugli aberranti documenti Mifid.

Terzo. L'operazione Santorini è del 2009. L'operazione Alexandria è del 2010. Deutsche Bank vende massicciamente Titoli di Stato italiano, innescando - o aiutando a innescare - la crisi dello spread, nell'estate del 2011.  Uno qualche domanda se la pone.

Si potrebbe continuare (ad esempio chiedendosi quanto sono diversi i derivati di Mussari & Vigni per imbellettare il Monte e quelli di Ciampi & Draghi per fare il botox all'Italia), ma per ora mi sembra abbastanza così.

* * * * *

Per le persone psichicamente equilibrate, il post finisce qui (al massimo, chi è curioso di cosa siano queste due fantomatiche operazioni con Deutsche Bank e con Nomura, può dare un'occhiata qui). Per i passionisti della ragioneria creativa, invece, segue dimostrazione di quanto sopra.
Prendo ad esempio l'operazione con Nomura perché è quella su cui si è creato lo scontro più clamoroso, quello fra gli stessi dirigenti di Bmps, oggi a giudizio, e la Consob.

Secondo quanto indicato dalla stessa Bmps, l'operazione è scomponibile in varie parti.
In primo luogo, Bmps acquista 3 miliardi di BTP al 2034 attraverso una c.d. asset swap transaction (acquisti a termine di BTP collegati a swap sui tassi di interesse, per effetto dei quali la banca si impegnava a pagare la cedola fissa dei BTP in cambio di un interesse variabile) e, contestualmente, gli stessi BTP - che restano però in bilancio a Mps, nella categoria AFS (valutazione al fair value ma impatto direttamente a patrimonio netto) - sono ceduti a pronti (con obbligo di riacquisto poco prima della scadenza: dunque, con esposizione tra i debiti di Mps) a Nomura, che mette in piedi uno swap opposto a quello sopra descritto per Bmps, ma con un tasso variabile leggermente inferiore.
In sostanza, ci sono tre miliardi di Titoli di Stato italiani non proprio acquistati da Montepaschi (le cui eventuali perdite non transitano a conto economico, come detto) e non proprio ceduti a Nomura, in relazione ai quali Mps percepisce un piccolo interesse: i derivati che trasformano i tassi fissi delle cedole in variabili sono considerati di copertura dei BTP, e dunque valutati in modo speculare ai BTP medesimi, mentre il repo esposto tra i debiti nel passivo è iscritto al costo ammortizzato (in realtà, l'iscrizione iniziale avrebbe dovuto essere fatta al fair value: tale errore - e solo tale errore, per il quale comunque il dynamic duo Mussari & Vigni sono sotto processo - è stato oggetto del restatement nel bilancio al 31/12/2012, voluto proprio da Viola e Profumo dopo il "ritrovamento" assai casuale del mandate agreement tra Bmps e Nomura).
Ma non finisce qui. Il contratto prevede infatti che analoghi BTP possano tornare (di nuovo) a Mps in relazione a una c.d. repo facility concessa a Nomura la quale, sempre per un piccolo interesse, può consegnare titoli a Bmps in cambio di una linea di credito fino a 3 miliardi di Euro. La clausola è assai peculiare, per due ordini di ragioni. Primo: considerando che Nomura non ha certo bisogno di finanziarsi presso Montepaschi, è chiaro che si tratta di una garanzia spuria (in sostanza, una marginazione) prestata da Bmps a Nomura in relazione alla perdita di valore dei Titoli di Stato italiani. Secondo: è interessante che Nomura possa consegnare titoli diversi dai BTP 2034 (in effetti, consegnerà BTP al 2033 e al 2040). A completare il quadro, la clausola per cui, in caso di default della Repubblica Italiana, Nomura potrà consegnare a Montepaschi, anche in questo caso, non questi fantomatici BTP al 2034, bensì altri titoli, del medesimo emittente, ma diversi da quelli oggetto del contratto di repo.
Come detto, Viola e Profumo hanno riconosciuto l'errore di iscrizione del repo. Ma hanno continuato a sostenere la correttezza della contabilizzazione delle varie "gambe" in modo autonomo e non come parti di un'unica operazione, cioè - come si dice - soltanto "a saldi aperti" e non "a saldi chiusi". Secondo la Banca, infatti, "la finalità economica dell’operazione... era volta non all'assunzione di un mero rischio di credito nei confronti della Repubblica Italiana, ma all'assunzione di una posizione in titoli di Stato". Infatti, per il Comitato Interpretativo dei Principi IFRS, "ciò che rileva al fine di valutare la corretta modalità di contabilizzazione delle operazioni di structured repo è la corretta rappresentazione dell’effettivo substantive business purpose".
Di contro, dopo il ritrovamento del mandate agreement e dopo l'analisi della documentazione probatoria della procura di Milano, Consob cambia opinione. La delibera n. 19459 dell’11 dicembre 2015 dichiara così "non conformi" il bilancio 2014 e la semestrale 2015, in quanto in contrasto con quanto previsto dai Principi internazionali applicabili a Mps, e cioè gli IAS 1, IAS 34 e IAS 39 (sui principi IAS e IFRS, v. qui). Tale metodo, secondo Consob, sarebbe stato infatti precluso dalla "reale volontà negoziale delle parti" al momento della sottoscrizione dei contratti.
Su cosa si basa Consob?
Per l'Autorità, né Nomura né tanto meno Montepaschi hanno mai avuto la disponibilità dei BTP al 2034, che invece avrebbero avuto l'unico scopo di rappresentare il sottostante (fittizio) di una operazione in derivati. Ma se è così, evidentemente il business purpose di Bmps, nel montare tutta l'operazione, non poteva certo essere quella di sostituire la propria esposizione su titoli tossici con una esposizione su Titoli di Stato italiani. Invero, le parti si erano accordate al fine di costruire uno "scambio di flussi che replicasse il pay-off di un derivato creditizio sulla Repubblica Italiana", cioè di un CDS (cioè di un  credit default swap, derivato con funzione assicurativa, di "protezione" di un soggetto rispetto all'evento di default di una controparte).
Ora, si dà il caso che il mark-to-market negativo di un derivato debba essere portato per intero a conto economico, senza poter "spalmare" le perdite sui vari esercizi (dal 2010 al 2034), così che - laddove l'operazione "Alexandria" debba essere effettivamente contabilizzata "a saldi chiusi" - tutti i bilanci, dal 2010 al 2015, di Mps, sono in buona sostanza tutti significativamente falsati (in alcuni casi anche per difetto, addirittura di più di 700 milioni di Euro nel 2015, sebbene nel cumulato si stima circa 150 milioni di Euro di perdite non esposti nei vari documenti contabili). Si dà, inoltre, anche il caso, che questo mark-to-market sia calcolato con criteri valutativi che possono portare anche a conclusioni piuttosto differenti anche valutatori esperti (il che, per incidens, evidenzia come nell'espressione fair value l'aggettivo utilizzato non sia propriamente quello più perspicuo).
Nel frattempo, ci sono stati tre aumenti di capitale, che hanno rovinato molti piccoli risparmiatori, e non solo loro. Certo Bmps, "a far data dalla pubblicazione del bilancio consolidato e d’esercizio chiuso il 31 dicembre 2012, ha comunicato, con la pubblicazione di appositi pro-forma inseriti nei bilanci d’esercizio e consolidato e nelle relazioni infra-annuali, gli effetti della contabilizzazione a saldi chiusi dell’operazione Alexandria sulla situazione patrimoniale, sul conto economico nonché sul patrimonio netto di Bmps", ma questa - più che una scusa - pare piuttosto una mezza assunzione di colpa (che certo non libera la Banca delle sue responsabilità verso gli azionisti).

mercoledì 19 aprile 2017

Geografia orwelliana

Orwell, almeno a quel che ricordo, aveva sì evidenziato come fosse funzionale al potere la sistematica mistificazione della realtà storica ("chi controlla il passato controlla il futuro", come ben sanno anche i giornalisti di oggidì), ma non mi risulta che si fosse mai spinto fino ad immaginare anche una sistematica mistificazione della geografia.
Che è quello che, invece, sta accadendo su tutti i media mainstream, MMS per gli amici.
In primo luogo, gli MMS hanno una particolare idiosincrasia per il concetto di Europa. Capisco che è difficile, perché al dato geografico si mescola quello antropologico e culturale. Ma, insomma, ci si può fare, sia pure con qualche diversità di opinione rispetto ai confini orientali (ricordo una mitologica discussione su Twitter, originata da una mia certa perplessità nel vedere il Gran Premio d'Europa svolgersi addirittura a Baku in Azerbaijan).
Invece, nel favoloso mondo MMS (assai diverso, invero, da quello di Amélie) i concetti geografici, politici ed economici si sovrappongono, finendo per rendere sinonimi termini i cui riferimento semantici sono invece del tutto differenti.

Così, leggendo un articolo di un qualsiasi quotidiano nazionale, si ha l'impressione che l'Europa corrisponda all'Unione Europea e che in questa Europa unita vi sia un'unica moneta, l'Euro.
Questa confusione porta, a volte, ad esprimere concetti imbarazzanti (che, peraltro, le Istituzioni comunitarie fanno di tutto per alimentare, tante volte ci dimenticasse che si tratta di pura propaganda: basti pensare a qual è l'URL del sito dell'UE).
L'adagio più noto è quella secondo cui l'Europa ci avrebbe dato settant'anni di pace (tanto da coniare per l'evento addirittura una moneta), come ben ricordano nei Balcani, ma anche in Ucraina, o in Azerbaijan ed Armenia (sì, proprio dove fanno il sullodato Gran Premio di Formula 1).
Ma non è da disprezzare neppure l'idea di Stati che, in quanto non aderenti all'Unione Europea, si vedrebbero privati dallo loro stessa appartenenza al nostro Continente (magari attraverso apertura di nuove faglie a mezzo fracking). Qui un esempio significativo.
(Se non fosse chiaro, si sta discettando del diritto di Svizzera e Inghilterra di partecipare al Campionato Europeo di calcio).
Ovviamente, certe idee bislacche, come trovano terreno fertile nelle discussioni da Bar Sport...
...così ricevono qualche lievissima obiezione ove il rigore scientifico sia leggermente superiore.
La questione prende poi un aspetto dadaista quando si passi a considerare l'equiparazione fra UE (di cui fanno parte 28 Paesi membri, dopo la Brexit 27) e UEM (di cui fanno parte quei 19 Paesi che hanno scelto come propria moneta l'Euro). Probabilmente molti uomini politici e molti giornalisti erano malati, il giorno che alle elementari hanno spiegato la teoria degli insiemi.
Può succedere allora che Repubblica pubblichi una lunga articolessa sul fatto che la Svezia, che fa parte dell'UE, cresce anche più della Germania (non detto di fondo: noi italiani abbiamo poco da lamentarci, dobbiamo fare più riforme, altro che!), scordandosi del tutto di citare il fatto che lì si usa ancora la Corona; o che Il Fatto Quotidiano ci additi il modello virtuoso della Polonia, che spende tutti i fondi comunitari disponibili (ovviamente, si sorvola sul fatto che lì il bilancio dello Stato gode di una crescita sostenuta, grazie sia ad una moneta autonoma, sia al dumping fiscale che ha reso la Polonia uno degli Stati di elezione delle aziende che vogliono delocalizzare, e comunque espone annualmente un deficit non lontano dal fatidico 3%).

L'accanimento selvaggio contro la geografia avviene però, d'elezione, quando il tema sono i flussi migratori. Con risultati sorprendenti.
Niente di nuovo, per carità, però fa impressione leggere di migranti salvati "nel Canale di Sicilia" a poche miglia marine da Sirte.
Per chi non lo avesse ancora visto, un utile riepilogo della questione si trova nell'interessantissimo video di Luca Donadel (da cui si ricava un ulteriore dato interessante, e cioè che i "salvataggi" avvengono non solo in Libia, il che è noto, ma tutti esattamente nel solito fazzoletto di mare, il che è meno noto, e fa pensare ad accordi piuttosto particolareggiati).
(Comunque c'è anche chi, messo alle strette, è più onesto.
Chiusa parentesi).
Ora, pare che l'ultima frontiera sia il Bangladesh, da cui arrivano sempre più spesso ingenti quantità di profughi.
In tema, penso che la cartina qui sotto basti e avanzi.


Ora, la domanda è: possibile che non ci sia uno, dico uno, che si sia posto il quesito di come mai questi, con quanto è grande il mondo, sentano il bisogno di venire proprio in Italia? Uno dei motivi potrebbe per esempio essere rappresentato dal fatto che, ormai da anni, gli forniamo anche l'apposita brochure informativa.
Ma, ripeto, la cosa che più mi lascia interdetto è che nessuno dei giornaloni si sia mai interessato a quali logiche stiano dietro una migrazione di oltre 7.000 chilometri (via terra, passando da Pakistan, Afghanistan, Iran e Iraq; ma immagino che in realtà il più delle volte i clandestini facciano la maggior parte del viaggio via mare).

Infine, vi è il capitolo "negazione della geografia", cioè delle specificità geografiche, tema che spesso degenera nei più improbabili #facciamocome.
Ad esempio, grazie alla rimozione forzata di nozioni di base sulla sismologia e sull'orogenesi europea, è possibile sentire politici, ma anche giornalisti, ritenere ingiuste regole speciali per l'Italia, afflitta dai terremoti, dal momento che è necessario che tutti gli Stati siano aiutati allo stesso modo in caso di calamità naturali (infatti oggi viene il terremoto in Umbria, domani in Lituania); oppure cianciare di reti ad alta velocità che in centro Europa si fanno in poco tempo e con poca spesa, mica come in Val di Susa (anche se poi...); oppure, ancora, non chiedersi quali possano essere i risultati della chiusura di piccole strutture ospedaliere o delle sedi distaccate dei tribunali; e così via.

Alla fine, come al solito, ha ragione Federica.

venerdì 14 aprile 2017

Le stangatine di primavera

Abbiamo una classe dirigente vergognosa.
Incrementare le difficoltà finanziarie delle imprese (soprattutto quelle piccole) al fine di reperire ulteriori fondi in ossequio agli zerovirgola di Bruxelles, dopo dieci anni di crisi, è irresponsabile, sia nei confronti degli imprenditori, sia del Paese nel suo complesso.
Farlo attraverso una modifica molto tecnica di un regime Iva, attraverso un emendamento al relativo T.U. inserito in un Decreto Legge la cui rubrica - nel Comunicato Stampa sul sito del Governo - è "Misure in favore degli Enti Locali e dei territori colpiti dal sisma", è addirittura indegno.
Come indegno, d'altronde, è rubricare in quel modo quella che, alla fin fine, è una manovrina di aggiustamento dei conti pubblici.

Per farla breve, il D.L. estende l’ambito di applicazione del c.d. split payment (art. 17-ter, D.P.R. n. 633 del 1972) anche alle operazioni effettuate non soltanto nei confronti dei soggetti pubblici puntualmente indicati al c. 1 della disposizione citata, ma anche nei confronti di altri soggetti, e precisamente "tutte le amministrazioni, gli enti ed i soggetti inclusi nel conto consolidato della Pubblica Amministrazione, le società controllate direttamente o indirettamente dallo Stato, di diritto o di fatto, le società controllate di diritto direttamente dagli enti pubblici territoriali, le società quotate inserite nell'indice FTSE MIB della Borsa italiana". All'ampliamento oggettivo delle prestazioni oggetto di split payment si aggiunte anche un ampliamento soggettivo, presumibilmente mediante abrogazione secca (a partire dal 1° luglio prossimo) del c. 2. del citato art. 17-ter: da quella data, il regime si applicherà anche a tutti quei fornitori che subiscono, sui propri compensi, "ritenute alla fonte a titolo di imposta sul reddito" (in sostanza, i liberi professionisti).
Qual è il punto? Lo split payment prevede, in sostanza, che quando una azienda fattura alla pubblica amministrazione (ma, da luglio, anche alle partecipate pubbliche ed alle quotate in borsa) non riscuota la relativa Iva, che è invece versata direttamente dal committente (finora pubblico, da luglio anche, a certe condizioni, privato). Il risultato pratico è che un'azienda che fattura 10 Euro più Iva a una ASL, prima riscuoteva (con i noti ritardi) più di 12 Euro, mentre ora si limita ai 10 di ricavo. Gli oltre 2 Euro di differenza, poi, erano abbattuti dall'Iva a credito del periodo (derivante dalle fatture passive ricevute), con un miglioramento netto della liquidità.
Esempio pratico (senza split): fatture attive di periodo per 1.000 Euro, oltre Iva per 220 Euro; fatture passive di periodo per 700 Euro, oltre Iva per 154 Euro; versamento Iva di 220 - 154 = 66 Euro; liquidità impresa pari a 1.220 - 854 - 66 = 300 Euro.
Stesso esempio (con split): fatture attive di periodo per 1.000 Euro, Iva non riscossa; fatture passive di periodo per 700 Euro, oltre Iva per 154 Euro; registrazione di un credito Iva di 154 Euro; liquidità impresa pari a 1.000 - 854 = 146 Euro.
Certo, nel secondo caso l'impresa può richiedere a rimborso dallo Stato il credito di 154 Euro, così da pareggiare la situazione. Ma il rimborso comporta di seguire procedure un po' farraginose e non di immediata liquidazione.
L'impresa ha però un modo di "salvarsi in corner", compensando mensilmente, nel modello F24, il credito Iva con debiti di imposta di varia natura, principalmente ritenute Irpef sui compensi pagati ai propri dipendenti.

E infatti il medesimo Decreto Legge si affretta se non a inibire comunque a rendere assai più complicato l'esercizio di questa facoltà. Ci vogliono morti.
Vengono infatti introdotte una serie di disposizioni per rendere più stringenti i vincoli all'utilizzo dei crediti di imposta: in particolare, sarà ridotto (non è chiaro da quando, ipotizzo gennaio 2018) il limite al di sopra del quale i crediti possono essere compensati in F24 soltanto previo invio della relativa dichiarazione annuale, con apposto visto di conformità da parte di un professionista (che non è né immediato, né tanto meno gratuito). Si scende da 15.000 Euro a 5.000 Euro: il Ministero dell'Economia - che andrebbe ribattezzato Ministero per l'Abrogazione della Vergogna (basti vedere l'ultimo DEF, ben commentato qui).
Non ci sarebbe bisogno di commenti.
Una considerazione, però, l'aggiungo. Scrive ItaliaOggi: "il valore... del dare/avere sull'Iva tra imprese e Stato è [in continua crescita ed è] arrivato, nel 2016, a 38,6 mld. di Euro.... La risposta della ripresa delle richieste di compensazione è da ricercare (e lo scrive anche il ministero dell'economia...) in due norme che hanno comportato una diversa contabilizzazione delle poste. Si tratta, in particolare, del D. Lgs. 175/2014... [e] della legge 190/2014, che ha introdotto lo split payment per le forniture dei privati verso la pubblica amministrazione. E l'abbassamento della soglia delle compensazioni automatiche è da leggersi in stretta connessione con l'ampliamento dello split payment anche alle fatture dei professionisti".
E invece, cosa ci dice il Ministero? Che la disposizione è "volta a contrastare gli indebiti utilizzi in compensazione dei crediti di imposta", cioè che si tratta di una norma antielusiva contro quei farabutti di italiani (in particolare, liberi professionisti) che fregano su tutto, anche sul sacro versamento dell'imposta alla madre Leuropa (sì, perché l'Iva è anche imposta europea).
Quando si aderisce a certe crociate interessate contro la corruzione e per la moralizzazione, soprattutto da parte dei liberi professionisti spesso pronti a scagliarsi contro dipendenti pubblici e artigiani, si dovrebbe riflettere anche su norme che queste.

Oppure la spiegazione è molto più semplice: al Mef non comanda Padoan, ma Carlina.

mercoledì 12 aprile 2017

Il malfunzionamento del bail-in visto dai liberisti

Lo scorso marzo l'ICMB ha pubblicato un accurato report su funzionamento e criticità dei processi di bail-in in USA e nell'Eurozona. Alcuni spunti della ricerca sono tanto più interessanti ove si consideri da un lato l'ortodossia liberista dell'Istituzione che ha prodotto il documento, dall'altro l'ampio seguito che tali Istituzione ha tra i decisori politici (tra i suoi sponsor si trovano non soltanto le banche centrali dei Paesi maggiormente sviluppati, compresa la Banca d'Italia, ma anche le più importanti banche d'affari svizzere e dell'UEM).
Il documento si divide in tre parti: la prima mette a confronto le due principali normative che prevedono la risoluzione degli intermediari finanziari mediante bail-in, cioè - per quanto riguarda gli USA - il Dodd-Frank Act (“DFA”, v. qui) e - per quanto riguarda l'UEM - la Direttiva BRRD; la seconda prende in considerazioni le principali crisi bancarie, anche sistemiche, degli ultimi anni, al fine di evidenziarne le diverse modalità di soluzione; l'ultima, riepiloga le principali "questioni aperte" nelle due normative, rispetto alle quali porta alcuni suggerimenti.

Indipendentemente dalla minuzia della ricerca, cosa si ricava - in linea generale - dalla lettura del documento?

In primo luogo, che disposizioni giuridiche molto simili, determinate con ogni probabilità da teorie economiche analoghe, hanno effetti profondamente diversi a seconda del contesto politico del Paese o dei Paesi in cui si applicano.
A Leuropa, o meglio - come giustamente notano anche gli autori del paper - in quella parte di Leuropa che ha adottato l'Euro ed ha sottoscritto gli accordi noti come banking union, la decisione in ordine alla eventuale apertura di una "procedura di risoluzione" è del "Single Resolution Board" (SRB), cioè una Agenzia dell'UE, del tutto indipendente (e, pertanto, come al solito del tutto irresponsabile nei confronti dei corpi elettorali dei singoli Paesi), la quale - unitamente alle Autorità nazionali di risoluzione (cioè le varie Banche centrali, anch'esse indipendenti, che è come dire legibus solutae, ci mancherebbe altro) - formano il "Single Resolution Mechanism" (SRM).
Negli Stati Uniti, al contrario, la medesima decisione è affidata - e gestita - in primo luogo dalla Federal Deposit Insurance Corporation, cioè da una Agenzia (anche in questo caso indipendente: d'altronde siamo sempre e comunque negli Stati Uniti), di livello federale, la cui funzione primaria (sin dal Glass-Steagall Act, che la costituì) è quella di fornire una assicurazione sui depositi delle banche fino a 250.000 dollari per depositante.
La capite la differenza sostanziale? Negli USA il processo di risoluzione è guidato proprio da quello "schema assicurativo" - uguale per tutti i cittadini di gli Stati - che, al contrario, in Europa - anzi: a Leuropa - non si è neppure voluto costituire, e che anzi rappresenta proprio il principale anello mancante della banking union (si tratta dell'EDIS, Europea Deposit Insurance Scheme).
A questo, aggiungete che "non esiste un Tesoro nell'Unione Bancaria o nell'Eurozona, cosa che comporta risorse pubbliche per la risoluzione molto più limitate" e che nell'UEM "ci sono diverse leggi fallimentari tutte differenti, cosa che rende difficile un unico processo di risoluzione" (per di più, il SRM non è neppure una Istituzione ma una Agenzia intergovernativa derivante fra una Commissione e il Consiglio, mentre in USA la costituzione attribuisce al congresso la sovranità monetaria).
Il risultato pratico è ovvio.
Regole nazionali differenti, la mancanza di un'assicurazione europea sui depositi, la ridotta disponibilità di fondi per interventi statali (non a caso, mentre negli USA l'intervento pubblico può giungere fino a coprire il 90% del valore degli attivi del gruppo oggetto di risoluzione, nell'UEM il Single Resolution Fund interviene soltanto dopo che almeno l'8% delle passività dell'Istituto sono state oggetto di bail-in) hanno creato - diversamente dagli Stati Uniti - una insicurezza diffusa che ha comportato e tuttora comporta fughe ingenti di capitali da Istituti ritenuti, a torto o a ragione, in difficoltà. Con l'unico risultato di rendere questa difficoltà ancora più ardua da superare.
[Non parlo di bank run perché su Twitter, l'altro giorno, i soliti liberisti con le natiche in conto terzi mi hanno spiegato che si tratta, in realtà, di riallocazione efficiente dei capitali. Sempre secondo questi scienziati della finanza, grazie alla perdita di oltre 20 miliardi in un anno, Mps dovrebbe riuscire a efficientarsi (?) e a sviluppare modelli di business innovativi (?)].
Non solo: mentre negli USA - che sono uno Stato, non una pseudo-confederazione di Stati semisovrani - il mercato finanziario è tendenzialmente omogeneo, al contrario i Paesi leuropei hanno peculiarità e tradizioni tali per cui one size unfits all. Un paragrafo intero del report ICMB è dedicato alla peculiare situazione italiana: "l'Italia nel 2016 si trova in una situazione per certi versi comparabile con quella della Spagna nel 2012, salve alcune importanti differenze. In primo luogo, non possiede due pilastri finanziari con la forza di BBVA e Santander. Secondariamente, in Italia la fonte principale di NPL si riscontra nel credito alle Piccole e Medie Imprese - garantito con ipoteche su immobili - e non nei mutui a privati o a imprese di costruzione. Infine, l'altra importante e peculiare caratteristica della crisi bancaria italiana è l'esposizione dei risparmiatori [nel testo: retail investors, N.d.R.] alle obbligazioni bancarie subordinate".
Gli Autori condannano il misselling di titoli che possono essere oggetto di bail-in a risparmiatori italiani, salvo poi concludere non per il divieto tout-court di vendita di tali strumenti a soggetti non professionali, bensì semplicemente per l'obbligo di detenzione degli stessi "attraversi fondi comuni diversificati". Giusto. Così non solo continuo ad averci i subordinati, ma li detengono senza saperlo e per restare nell'ignoranza pago laute commissioni al mio gestore.

Seconda considerazione: mentre negli USA le scelte delle Autorità pubbliche - anche in ordine all'utilizzo di fondi pubblici - hanno in ultima analisi, come unica bussola, la minimizzazione degli effetti della risoluzione in particolare a livello sistemico, in UE le regole dell'Unione Bancaria si intersecano con le competenze della Direzione Generale per la Concorrenza all'interno della Commissione Europea.
Il paper sottolinea come "il sistema legale relativo agli Aiuti di Stato rappresenti una parte importante delle politiche sulla concorrenza. L'utilizzo di risorse pubbliche nei Paesi membri dell'UE è consentita soltanto se contribuisce agli obiettivi di comune interesse ed alla crescita economica" (quanto siano davvero di comune interesse gli obiettivi fissati dalla Commissione Europea è spiegato assai bene qui, N.d.R.). La norma di riferimento è l'art. 107 del TFUE: "salvo deroghe contemplate dai Trattati, sono incompatibili con il mercato interno, nella misura in cui incidano sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza". Ai commi 2 e 3 si trovano le eccezioni. Quelle legittime in ogni caso ("gli aiuti a carattere sociale concessi ai singoli consumatori, a condizione che siano accordati senza discriminazioni determinate dall'origine dei prodotti; gli aiuti destinati a ovviare ai danni arrecati dalle calamità naturali oppure da altri eventi eccezionali; gli aiuti concessi all'economia di determinate regioni della Repubblica federale di Germania...") e quelle legittime previo giudizio della Commissione ("gli aiuti destinati a favorire lo sviluppo economico delle regioni ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione...; gli aiuti destinati a promuovere la realizzazione di un importante progetto di comune interesse europeo oppure a porre rimedio a un grave turbamento dell'economia di uno Stato membro; gli aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche...;  gli aiuti destinati a promuovere la cultura e la conservazione del patrimonio...".
Questa situazione crea un potenziale conflitto difficilmente componibile, come sta dimostrando il caso Montepaschi (che, come è noto, si qualifica quale "ricapitalizzazione precauzionale" ed è pertanto sottoposta non al bail-in vero e proprio, quanto piuttosto al principio del burden sharing di cui alla Comunicazione DG COMP del 30 luglio 2013, oggetto anche della nota sentenza della CGCE). Infatti: da un lato, "quando l'uso di strumenti di risoluzione comporta l'erogazione di Aiuti di Stato, gli interventi pubblici devono essere determinati nel rispetto con le norme rilevanti in materia di Aiuti"; dall'altro, la stessa Direttiva BRRD - in ordine alla legittimità di un intervento pubblico - richiama la presenza del "grave turbamento all'economia" e fissa altresì alcuni paletti, molto stretti, anche rispetto alle modalità di tale intervento (in sostanza, garanzia statale sulle nuove emissioni obbligazionarie o acquisto di strumenti di capitale proprio a prezzi di mercato: quello che prevede il D.L. 237 del 2016).
Si ricrea nuovamente un problema di fiducia (e, in seconda battuta, addirittura di sovranità). Alla mancanza di una assicurazione europea che garantisca i depositanti, con i bei risultati cui ho accennato sopra (e di cui sono piene le cronache), si aggiunge l'assenza di un sistema di back-stop pubblico che non sia il ricorso all'ESM nelle sue varie forme. Ma si sa: l'ESM impone condizionalità. E le condizionalità le stabilisce la Troika (quella vera, non quella qui accanto).
La cosa è resa ancora più grave dal fatto che la disciplina sul bail-in si applica - senza neppure norme transitorie - a partire dal 2016, mentre l'implementazione definitiva dei requisiti MREL (Minimum Requirement for own funds and Eligible Liabilities: requisito introdotto dall'art. 45 della BRRD, si tratta del coefficiente dato da fondi propri e passività ammissibili fratto passività e fondi propri, includendo pertanto al numeratore, oltre al capitale regolamentare anche altre passività con particolari caratteristiche) e TLAC (analogo coefficiente di vigilanza, valido solo per gli Istituti di rilevanza sistemica e livello globale, che press'a poco corrisponde al MREL, salvo prevedere la subordinazione degli strumenti eleggibili: v. articolo qui) non avverrà prima di fine 2018. Ad oggi, vi sono differenze sostanziali, tra le varie legislazioni dei diversi Stati membri, non soltanto in relazione alle leggi fallimentari ed alle modalità di riscossione delle garanzie, ma anche nella trasposizione dei requisiti TLAC e MREL previsti a livello europeo (ad esempio, la legislazione francese ha creato una nuova categoria di titoli senior ma "non-preferred"- cioè subordinati - in opposizione ai titoli senior "e" preferred).
Evidentemente, il risparmiatore si sentirebbe molto più tranquillo (soprattutto all'atto di acquistare obbligazioni senior della Banca) laddove il proprio Istituto di credito potesse esporre un TLAC tale da garantire il rispetto della soglia dell'8% prevista dalla BRRD. Il che, comunque, non risolve il connesso problema in ordine alla capacità del mercato di assorbire gli strumenti che le banche dovranno emettere per rispettare i requisiti di cui sopra.

Infine, un'ultima considerazione, la più importante, e cioè la assoluta discrezionalità, sfociante nell'arbitrio, in merito alle modalità di applicazione delle disposizioni del DFA e della BRRD. Arbitrio che, nel caso statunitense, è in qualche modo necessitato dalla volontà dell'organo politico di poter decidere sull'esistenza di fattori di rischio o di opportunità tali da imporre una deviazione dalle regole prefissate, mentre nel caso leuropeo (dove un organo politico democraticamente responsabile manca, così come manca qualsiasi forma di solidarietà - leggi: trasferimenti - fra Paesi membri) finisce per tradursi nel noto adagio secondo cui le leggi per gli amici si interpretano e per i nemici invece si applicano.
Secondo il documento, "deve essere chiaro che il primo a muoversi è l'SSM, sulla base delle sue risultanze contabili. Considerazioni di opportunità politica dovrebbero essere lasciate al Consiglio e alla Commissione". Cioè a due organi non eletti.
Le evidenze empiriche riportate nella seconda parte del documento sono, in questo senso, disarmanti. Si tratta di poche paginette che consiglio a tutti di leggere; riporto comunque, per comodità, la tabella riassuntiva finale, nella quale gli estensori calcolano il rapporto fra le risorse pubbliche impiegati nelle diverse ricapitalizzazioni di banche e il totale di tali ricapitalizzazioni (tale rapporto è definito con l'acronimo "PSI").


A volte i casi della vita sono veramente strani: le maggiori risorse pubbliche (in proporzione) sono state utilizzate per salvare una banca franco-belga, mentre in un solo caso tutta la ricapitalizzazione è gravata sulle spalle dei privati (e il caso riguardava una banca cipriota). D'altronde, gli estensori del paper notano più volte, come se fosse una cosa normale, che la procedura di bail-in seguita a Cipro andrebbe studiata al fine di sapere come non gestire una situazione analoga, ma che la questione non ha in pratica avuto importanza dal momento che la maggior parte dei correntisti erano di nazionalità russa. Rimando ad altri l'arduo compito di rintracciare il nesso di causalità tra le affermazioni.

Le soluzioni prospettate, peraltro, sono assai peggiori del male. Il mantra è sempre il solito: se una cosa non funziona, è perché ne serve di più (mito dell'insufficienza).

Siccome gli interventi, tardivi e parziali, nei confronti delle banche europee creano instabilità finanziaria e volatilità, servono più interventi e di maggiore portata (con conseguenti perdite gravanti sui risparmiatori), perché maggiore volatilità a breve significa minore volatilità nel lungo termine (tutti sappiamo, in effetti, che non vi sarà volatilità, nel Regno dei Cieli). "I Regolatori dovrebbero applicare le regole, senza prestare orecchio alle Cassandre secondo cui qualsiasi evento è sistemico... In quest'ottica, il principio di fondo dovrebbe essere 'mai sprecare una crisi'. Il ritardato intervento nel caso del Monte dei Paschi di Siena è, a nostro parere, uno dei casi in questione".
Siccome per quasi quaranta pagine gli autori si sono lamentati della scarsa trasparenza nella applicazione delle procedure, della voluta vaghezza delle norme (il concetto di "rischio sistemico" non è mai definito nei testi leuropei), dell'arbitrio con cui spesso queste sono applicare, si chiede una maggiore indipendenza dell'SSM (basata sulla nomina di membri stabili, cioè di tecnici, di saggi), così da rendere ancora più grave il problema, che è evidentemente un problema di mancanza di rappresentatività democratica.
Siccome gli Autori hanno appena scritto sessanta pagine su cosa non funziona in questa farraginosa regolamentazione leuropea, concludono giustamente dicendo che ci vuole un'unificazione a livello di UE anche in materia fallimentare, e delle banche e delle imprese. Non solo: se il sistema è malfunzionante è perché l'UEM non si configura ancora come un unico sistema giurisdizionale (mito della radicalità).
Manco a dirlo, la liquidità straordinaria (ELA) per le banche in risoluzione dovrebbe essere erogata come minimo dalla BCE e non dalle Banche Centrali nazionali, ma meglio sarebbe addirittura un intervento del Single Resolution Fund (SRF).
Il finale è in linea con le proposte precedenti.
Gli Autori testualmente propongono di "subordinare una ricapitalizzazione precauzionale a condizioni maggiormente stringenti, tra cui una serie di elementi quantitativi e qualitativi, al fine di evitare un uso discrezionale dei fondi pubblici prima dell'apertura di una procedura di risoluzione" (addirittura, propongono di inserire, negli stress test, uno scenario intermedio tra lo scenario base e quello avverso, imponendo il bail-in e non la ricapitalizzazione preventiva anche in caso di fallimento soltanto degli ultimi due) e di "limitare le eccezioni al principio del bail-in a categorie chiaramente definite di debito".

Quello che ci hanno riservato passato e presente lo abbiamo visto. Forse queste proposte ci svelano anche cosa ci riserverà il futuro.

lunedì 3 aprile 2017

Leuropa non è cristiana. E il Papa?

κακοῖς τὸ κέρδος τῆς δίκης ὑπέρτερον
Euripide, fr. 760

Papa Francesco è uso prodursi in uscite spesso non proprio collimanti con la tradizione della Chiesa di cui dovrebbe essere il Pastore.
Ultimamente, però, ha dato il peggio di sé (insieme ad altri, a dire il vero) nell'entusiastica adesione - in occasione della celebrazione dei 60 anni dal Trattato di Roma - al progetto dell'Unione Europea. Un progetto che, fra le mille altre cose, è intimamente anticristiano, poiché anticristiana è la dottrina socioeconomica che ne informa non solo i Trattati, ma anche la quotidiana prassi politica.
D'altronde, quello religioso non è un problema che assilli particolarmente un Papa che - da successore di Pietro - si è trasformato in una specie di sociologo à la page, qualcosa a metà fra György Lukács e Domenico De Masi. Nel suo lungo discorso ai Capi di Stato e di Governo del 24 marzo, ricorrono: la parola "Bibbia" 1 volta, l'aggettivo "evangelico" 1 volta, i termini "cristiano o cristianesimo" 2 volte (in relazione a una citazione di Giovanni Paolo II), la parola "Signore" 1 volta (in occasione della benedizione finale, che non era proprio evitabile). Si aggiunge una citazione, completamente decontestualizzata e obiettivamente incomprensibile agli ascoltatori, di 1Cor. Il sostantivo "Cristo" non appare mai. Nemmeno parliamo del nome "Gesù".
Di che cosa ha parlato allora il Papa?
Prima si è scagliato contro il protezionismo, cioè contro Trump: "dalla solidarietà nasce la capacità di aprirsi agli altri. «I nostri piani non sono di natura egoistica», disse il Cancelliere tedesco Adenauer. «Senza dubbio, i Paesi che stanno per unirsi (…) non intendono isolarsi dal resto del mondo ed erigere intorno a loro barriere invalicabili», gli fece eco il Ministro degli Affari Esteri francese Pineau". Che il surplus commerciale tedesco - e le modalità con cui viene perseguito - non abbia connotazioni egoistiche mi pare piuttosto opinabile, ma tant'è.
Poi si è di nuovo scagliato contro i muri, cioè contro Trump: "in un mondo che conosceva bene il dramma di muri e divisioni, era ben chiara l’importanza di lavorare per un’Europa unita e aperta e la comune volontà di adoperarsi per rimuovere quell'innaturale barriera che dal Mar Baltico all'Adriatico divideva il continente. Tanto si faticò per far cadere quel muro!". Sebbene la frasi suoni abbastanza bizzarra in bocca a un Papa, riuscendo a parlare del Muro di Berlino senza citare né Giovanni Paolo II, né il comunismo, ha comunque il pregio (forse involontario) di riconoscere la ragione geo-politica principale che portò alla nascita dell'Unione, oltre che indicare - ancorché indirettamente - la Potenza più interessata alla sua realizzazione.
Infine, il solito fritto misto: Leuropa che ci ha dato la pace (il che dimostra che il Papa, per diventare un sociologo serio, deve quanto meno iniziare a leggere la stampa internazionale), l'apertura ai "migranti" ("...oggi... si è persa... la consapevolezza del dramma di famiglie separate, della povertà e della miseria che quella divisione provocò. Laddove generazioni ambivano a veder cadere i segni di una forzata inimicizia, ora si discute di come lasciare fuori i «pericoli» del nostro tempo: a partire dalla lunga colonna di donne, uomini e bambini, in fuga da guerra e povertà, che chiedono solo la possibilità di un avvenire per sé e per i propri cari"), la rinuncia - non sofferta, anzi condivisa - a qualsiasi richiamo alle radici cristiane del Continente ("nella fecondità di tale nesso sta la possibilità di edificare società autenticamente laiche, scevre da contrapposizioni ideologiche, nelle quali trovano ugualmente posto l’oriundo e l’autoctono, il credente e il non credente").
A tutto questo, si aggiunge un attacco a testa bassa (forse, anche un pugno) ai "populismi": "l’Europa ritrova speranza nella solidarietà, che è anche il più efficace antidoto ai moderni populismi... Al contrario, i populismi fioriscono proprio dall'egoismo [io direi, dagli egoismi: N.d.R.], che chiude in un cerchio ristretto e soffocante e che non consente di superare la limitatezza dei propri pensieri e «guardare oltre». Occorre ricominciare a pensare in modo europeo, per scongiurare il pericolo opposto di una grigia uniformità, ovvero il trionfo dei particolarismi" (sempre più d'uno, sia mai che la Boldrini si sturbi, N.d.R.).
La Nuova Dottrina Papale (per comodità, NDP) è del tutto omogenea, se non addirittura sovrapponibile, all'agenda liberal di certi circoli statunitensi, quelli dei Clinton, degli Obama, dei Soros, volto alla decostruzione degli Stati nazionali e delle specificità etniche (a questo serve, essenzialmente, l'invasione dei migranti, che il Papa auspica non solo accolti, ma anche resi cittadini), a favore di un informe globalismo finanziario (il che fa ritenere meno peregrine di altre le teorie del complotto in merito all'abdicazione di Benedetto XVI). Questa specie di NWO prende il nome, nella NDP, di "nuovo umanesimo europeo"; come ben spiega il discorso di Francesco in occasione del ritiro del Premio Carlo Magno (primo vincitore, Kalergi), si tratta del riconoscimento della dottrina dei "diritti umani".

Ma cosa c'entra l'Unione Europea con la Dottrina cattolica? Cosa c'entra col Cristianesimo la dottrina dei "diritti umani"?
I pilastri che reggono l'impalcatura europea sono due:
- dal punto di vista delle libertà civili, l'art. 6 del TUE (Trattato di Maastricht), che "costituzionalizza" la Carta di Nizza e incorpora come "principi generali dell'Unione" i diritti fondamentali riconosciuti dalla CEDU e dalle tradizioni costituzionali dei singoli Paesi ("l'Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea del 7 dicembre 2000..., che ha lo stesso valore giuridico dei trattati... L'Unione aderisce alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali... I diritti fondamentali, garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell'Unione in quanto principi generali");
- dal punto di vista del sistema economico-sociale, una "crescita economica equilibrata" basata "sulla stabilità dei prezzi [e] su un'economia sociale di mercato fortemente competitiva..." (art. 3, c. 3, del medesimo Trattato di Maastricht).

Iniziamo dalla dottrina dei "diritti umani".
La Carta di Nizza (e lo stesso vale per la CEDU) appare, a una prima lettura, del tutto condivisibile (e assolutamente condivisa in documenti ufficiali della Chiesa). Tutela in primo luogo la dignità umana (art. 1), e dunque il diritto alla vita (art. 2 e art. 2 CEDU), all'integrità psico-fisica (che comporta anche il divieto di pratiche eugenetiche e "di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali fonte di lucro": art. 3), ad un lavoro dignitoso (cosa che comporta il divieto della schiavitù all'art. 5 e all'art. 4 CEDU, il diritto al lavoro all'art. 15, i diritti all'informazione, alla contrattazione collettiva, alla tutela in caso di licenziamento illegittimo e a condizioni di lavoro eque: artt. da 27 a 32) ed alla sicurezza sociale, abitativa e assistenziale (art. 34). Vi sono poi le classiche libertà illuministiche (diritto alla libertà e alla sicurezza: art. 6 e art. 5 CEDU; diritto a sposarsi ed avere una famiglia, che viene anche autonomamente tutelata: artt. 9 e 33; libertà di coscienza, di pensiero, di espressione, di religione e di culto: artt. 10 e 11, artt. 9 CEDU e 10 CEDU; libertà di riunione e associazione: art. 12 e art. 11 CEDU; diritti di proprietà di libertà di impresa: artt. 16 e 17; diritto di asilo: art. 18; nullum crimen sine lege: art. 6 CEDU). Un posto importante ha anche il diritto all'istruzione (art. 14). Il principio di uguaglianza è declinato nelle forme dell'uguaglianza formale (art. 20) e della non discriminazione (art. 21), con azioni positive previste soltanto per il raggiungimento della parità di genere (art. 23, c. 2) e a tutela di categorie particolarmente deboli (art. 24: diritti dei minori; art. 25: diritto degli anziani a "condurre una vita dignitosa e indipendente"; art. 26: autonomia e inserimento sociale dei disabili). Completano il quadro il diritto alla salute (art. 35), la tutela dell'ambiente (art. 37) e, differentemente dalla nostra Costituzione, la protezione dei consumatori (art. 38).
Senonché l'applicazione di queste Convenzioni porta a risultati alquanto opinabili (almeno da quello che dovrebbe essere il punto di vista di un Papa che si ricordi di essere tale). I "diritti umani", infatti, al di là delle petizioni di principio delle "Carte", sono spesso interpretati nel senso della valorizzazione dei "diritti cosmetici" rispetto ai "diritti sociali", nel quadro di una ideologia basata sul nichilismo etico e l'idolatria del libero mercato.
Così, tanto per fare qualche esempio pratico, se la Corte di Strasburgo ha, quanto meno, ritenuto che non sia un "diritto" l'utero in affitto (ma ci sono voluti due gradi di giudizio), tuttavia ha - nel tempo - stabilito la liceità dell'abortodel suicidio assistito (sia pure in modo sempre molto cauto), dei matrimoni omosessuali, dei connessi "diritti" alla step-child adoption e all'adozione da parte di coppie gay. Insomma, tutte cose degnissime, che però - a quel che risulta - non dovrebbero essere graditissime in Vaticano. Lo stesso dicasi della recente sentenza della Corte di Giustizia delle Comunità Europee relativa alla liceità del divieto di velo islamico sul posto di lavoro che - vissuta da molti cristiani all'acqua di rose come una vittoria - è in realtà una cocente sconfitta (perché apre alla liceità di divieto di ogni e qualsiasi simbolo religioso).
In sostanza, la Carta di Nizza e la CEDU - e in generale tutta la costruzione leuropea - hanno un impianto che, pur annacquandone l'ispirazione in un vago umanitarismo kantiano, tuttavia si qualifica per la subordinazione dell'etica all'economia (di mercato) e, pertanto, nell'assoluta assenza di una dimensione "comunitaria" dell'individuo. L'homo oeconomicus è di per sé a-morale; pertanto può, nel suo privato, fare letteralmente quello che gli pare (cosa che, di contro, gli è impedita all'interno dei rapporti di produzione). Ciò comporta che, per fare un esempio in tema d'aborto, il diritto alla vita debba garantire il membro attuale della comunità (divieto della condanna a morte: art. 2); o che, per farne un altro, il dibattito sulla prostituzione prescinda, a quel che mi risulta, dalla valutazione dell'art. 3, c. 3, della Carta di Nizza. Non è un caso se l'art. 3 del TUE parla semplicemente di "patrimonio culturale europeo", senza alcun accenno ai "valori cristiani", come pur richiesto a suo tempo da Giovanni Paolo II.
Ma se la Carta di Nizza e la CEDU sono, diciamo così, a-morali e a-religiose (per tutto quello che si è detto sopra), la concreta prassi delle élite leuropee è invece dichiaratamente anticristiana (rectius: anti-cattolica). Non ci si accontenta più di accogliere i "migranti", ma si vanno direttamente a prendere in Libia consigliandoli poi di passare come "minori non accompagnati", tanto c'è la nuova legge; si impone un nichilismo etico e un appiattimento culturale che sostituisce il "brutto pop" al bello; si distrugge la famiglia tradizionale in quanto cellula base della nostra civiltà sin dall'antichità, e insieme alla famiglia la stessa distinzione naturale tra uomo e donna; e così via (sulla materia consiglio il blog di Barbara Tampieri, che di queste problematiche si interessa da anni).
E quest'opera di destrutturazione dell'essere umano, che da membro di una comunità, con dei valori, una tradizione, una fede condivisa o quanto meno conosciuta (perché tutti dobbiamo dirci cristiani, dice Croce), diviene una monade alienata, un lavoratore (da sradicare e sfruttare ovunque sia maggiormente conveniente per il capitale) e un consumatore (non a caso oggetto di protezione autonoma nella Carta di Nizza) è iniziata a partire dai bambini.
I film della Disney, in questo, sono la perfetta metafora di tutto uno star system che è scientificamente volto alla destrutturazione della società occidentale (così che i genitori di una bambina incoraggiata sulla via transgender divengono addirittura ammirevoli).
I film Disney, dicevo. A volte certe cose risultano anche troppo ovvie: Zootropolis è un film che insegna il rispetto per il diverso, l'inclusività a tutti i costi, un certo disprezzo per le forze dell'ordine, l'orrore per coloro che costruiscono muri e non ponti, e così via misticheggiando; Oceania è tutto un inno alla migrazione vista dalla parte - assai agiografica - del migrante (i "vecchi" vogliono rimanere sull'isola; i "giovani" andarsene). Lo sceneggiatore di entrambi i film - non a caso l'uno rivolto a un pubblico essenzialmente di bambini, l'altro essenzialmente di bambine - è lo stesso e si chiama Jared Bush, il quale ha candidamente ammesso che "sia suo padre che suo nonno hanno lavorato per la CIA". D'altronde, più d'uno ha visto in Zootropolis una neanche troppo velata messa in scena della vicenda relativa all'utilizzo, proprio da parte della CIA, dei proventi del traffico della droga a Los Angeles a favore dei contras nicaraguegni. La stessa CIA che, pare, ha aiutato Walt Disney ad acquisire i terreni su cui è nato Disney Word in Florida. Ma questi film sono apparentati anche da un'altra peculiarità, e cioè un atteggiamento iper-femminista e a tratti eterofobo, che li mette sulla scia di Frozen, non a caso il più idolatrato film da parte delle bambine di mezzo mondo. Chissà che a breve non venga sostituito dal nuovo "La Bella e la Bestia" versione GLBT.
Poi vi è anche la vera e propria scristianizzazione, soprattutto attraverso una rilettura annacquata e "politicamente corretta" delle principali festività della tradizione.
Per la maggioranza dei bambini inglesi, ad esempio, Natale ha a che fare col noto personaggio vestito di rosso o con i regali, ma non con la nascita di Gesù. Natale - secondo i cartoni animati anglosassoni - è genericamente un giorno in cui si sta in famiglia e ci si vuole tutti più bene. In una puntata di Handy Manny, ad esempio, c'è una specie di "festa della bontà" che per Manny si chiama Natale, mentre per altri personaggi si chiama Hanukkah, Kwanzaa, e così via. Ci manca solo l'antico romano tornato in vita che festeggi il Sol Invictus.
In "Rise of Guardians" ("Le cinque leggende") della Dreamwork, Pasqua significa soltanto dipingere le uova, portate da un orrendo Coniglio Pasquale da 2 metri di altezza. Per aggiungere danno alla beffa, la traduzione italiana ribattezza Santa Claus non col comune nome di "Babbo Natale", ma col nome di "Nord". Tante volte qualche bambino chiedere spiegazioni...
Tralascio le orrende puntate natalizie di serie per ragazzi un po' più grandi, tipo "Teen Titans Go" o "Gumball", in cui il Natale è tratto alla stregua di altri bizzarri rituali, tipo Halloween.
Può un Papa accettare tutto questo?
Pare di sì, soprattutto se si tratta di questo Papa.
Questo nichilismo etico (sostituito dalla pappa dell'amore e dell'amistà, dalla solidarietà un tanto al chilo, da un interesse - fede? - per la natura e per gli animali assai maggiore di quello mostrato per gli uomini) è, d'altronde, la normale conseguenza della "economia sociale di mercato fortemente competitiva" che informa di sé i Trattati.
Si tratta di una definizione particolarmente efficace dell'ordoliberalismo che permea la costruzione europea, nonché - secondo le parole di Mario Draghi - la "costituzione monetaria della BCE".
Ma cosa è l'ordoliberalismo (o ordoliberismo)?
Per chi vuole approfondire il tema (nonché i rapporti genetici con la nascita e lo sviluppo dell'Unione Europea che, detto per inciso, è un progetto disumano, non un progetto umanista divenuto qualcosa di diverso) consiglio, per intero, il blog di Luciano Barra Caracciolo, in particolare partendo da questo post e quindi continuando con questo post e questo post (con la sterminata bibliografia dei link attivi).
Io mi limito a qualche nozione di base, tratta da questo interessante articolo.
L'ordoliberismo "è un modello economico... [e] sociale... sviluppatosi in Germania negli anni ‘30... attorno alla figura di Walter Eucken, assumendo poi il nome di Scuola di Friburgo... Un liberalismo che vuole essere diverso da quello ottocentesco e che si propone di garantire la libertà di mercato ma anche la giustizia sociale, nella convinzione che la realizzazione dell'individuo possa aversi solo se vengono garantite la libertà di impresa, di mercato e la proprietà privata. Poiché tuttavia tali condizioni non sono automatiche (e gli ordoliberali, a differenza dei neoliberisti della Scuola austriaca non credevano alla mano invisibile), lo stato deve intervenire laddove esse siano compromesse. Lo stato però non deve governare il mercato e indirizzarlo verso fini umani e sociali ma deve piuttosto, pedagogicamente, promuovere il mercato, attivarne la funzione sociale (il benessere) e produrre quindi una società ordoliberale, o meglio di mercato, in funzione del e funzionale al mercato. Lo stato non è il nemico, come per i neoliberisti e deve intervenire sul mercato per ripristinarlo (promuovendo la concorrenza e combattendo i monopoli) nella sua essenza pura. Da qui l’importanza del diritto nella costruzione delle regole del gioco (ma di un gioco di mercato), per cui occorre realizzare una costituzione economica per migliorare ma soprattutto per costruire il sistema dell’economia di mercato. Eucken, assegnava allo stato la funzione di guardiano dell’ordine concorrenziale, che a sua volta era considerato come un bene pubblico. Ma dovrebbe risultare oggi chiaro ed evidente come lo stato ordoliberale non sia un arbitro che fa rispettare le regole del gioco, quanto un arbitro di parte, che fa le regole per il mercato, promuovendo il mercato inteso come forma economica che deve diventare forma esistenziale individuale e sociale, essere insieme disciplina e biopolitica... Perché se il diritto diventa regola del gioco che lo stato dà per lasciare poi ciascuno libero di giocare il suo personale gioco – come appunto volevano gli ordoliberali - ma se il gioco che si deve giocare è quello del capitalismo, allora la regola del gioco non è imparziale né liberale (si cancella infatti ogni separazione e bilanciamento tra il potere economico e quello politico e giuridico), ma parzialissima e pedagogica, governamentale appunto, a profitto del gioco del capitalismo andando a modificare i modi e le forme di comportamento di ciascuno e dell’insieme, modi e forme sempre meno sociali e umanistiche e sempre più economiche e imprenditoriali. E libertà, uguaglianza e fraternità cedono il passo a impresa, mercato e competizione. La forma mercato deve cioè diventare forma sociale. Allora è utile rileggere... Röpke... [e] la sua... distinzione tra stato sano (che genera la pacifica e volontaria subordinazione dei molti ai pochi che sanno governare)... e stato malato (quello dell’accentramento delle risorse e del potere nelle mani di gruppi organizzati); mentre su welfare e politiche sociali sosteneva come non bisognasse oltrepassare una certa soglia di intervento per non spezzare la molla segreta di una sana società, vale a dire il senso della responsabilità individuale...".
Non è un caso che né la Carta di Nizza né la CEDU prescrivano, al contrario della nostra Carta Costituzionale, l'uguaglianza sostanziale accanto all'uguaglianza formale. Solo la seconda, infatti, è coerente con il dogma del mercato, della concorrenza e della meritocrazia (tutti feticci dell'ordoliberismo di ieri e di oggi).
Sarebbe allora interessante domandarsi quanto fosse conscio, Röpke, di ricercare un certo risultato utilizzando mezzi che avrebbero, di fatto, condotto a un risultato opposto. "Che cos'è il liberalismo? Esso è umanistico. Ciò significa: esso parte dalla premessa che la natura dell'uomo è capace di bene e che si compie soltanto nella comunità, che la sua destinazione tende al di sopra della sua esistenza materiale e che siamo debitori di rispetto ad ogni singolo, in quanto uomo nella sua unicità, che ci vieta di abbassarlo a semplice mezzo. Esso è perciò individualistico oppure, se si preferisce, personalistico". Questo "personalismo" è rimasto nella mancanza di limite ai "capricci" del consumatore (che anzi, spesso, sono addirittura indotti), ma si è perso del tutto nei rapporti di lavoro, perché il "mercato" e la "uguaglianza formale" - soprattutto in in contesto in cui i corpi intermedi, che invece erano valorizzati dall'ordoliberismo storico e lo sono vieppiù nel Magistero della Chiesa, sono mortificati quando non del tutto ignorati - comportano una enorme sperequazione fra chi detiene i capitali e chi offre il proprio lavoro.
Oggi, chi detiene capitali sfrutta (Uber, Foodora, McDonald's, Ikea). Chi offre lavoro è sfruttato (voucher, mini-job, licenziamento per motivi economici).
Questo non è cristianesimo.
Sicuramente non è cattolicesimo e, in particolare, Dottrina Sociale della Chiesa, basata:
- sul bene comune (che "non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale" e che, "essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro") cui deve essere rivolta anche la proprietà (che dunque non è, esattamente come nella nostra Costituzione, un diritto assoluto),
- sulla sussidiarietà ("è impossibile promuovere la dignità della persona se non prendendosi cura della famiglia, dei gruppi, delle associazioni, delle realtà territoriali locali, in breve, di quelle espressioni aggregative di tipo economico, sociale, culturale, sportivo, ricreativo, professionale, politico, alle quali le persone danno spontaneamente vita e che rendono loro possibile una effettiva crescita sociale"),
- e sulla solidarietà (basata sulla vita di Gesù, l'uomo solidale per eccellenza, addirittura "fino alla morte di croce").
Per questo motivo il lavoro ha "la sua peculiare dignità, che impedisce di considerarlo come una semplice merce o un elemento impersonale dell'organizzazione produttiva", anzi "il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale". Non solo: "se l'uomo è alienato quando inverte mezzi e fini, anche nel nuovo contesto di lavoro immateriale, leggero, qualitativo più che quantitativo, si possono dare elementi di alienazione « a seconda che cresca la ... partecipazione [dell'uomo] in un'autentica comunità solidale, oppure cresca il suo isolamento in un complesso di relazioni di esasperata competitività e di reciproca estraniazione »".
Ma è sul "diritto al lavoro" che si riconosce l'enorme distanza fra ordoliberismo e dottrina sociale della Chiesa. Altro che mercato. Altro che stabilità dei prezzi (che comporta, sempre e comunque, un tasso naturale di disoccupazione). "Il lavoro è un diritto fondamentale ed è un bene per l'uomo: un bene utile, degno di lui perché adatto appunto ad esprimere e ad accrescere la dignità umana. La Chiesa insegna il valore del lavoro non solo perché esso è sempre personale, ma anche per il carattere di necessità. Il lavoro è necessario per formare e mantenere una famiglia, per avere diritto alla proprietà, per contribuire al bene comune della famiglia umana. La considerazione delle implicazioni morali che la questione del lavoro comporta nella vita sociale induce la Chiesa ad additare la disoccupazione come una « vera calamità sociale », soprattutto in relazione alle giovani generazioni. Il lavoro è un bene di tutti, che deve essere disponibile per tutti coloro che ne sono capaci. La « piena occupazione » è, pertanto, un obiettivo doveroso per ogni ordinamento economico orientato alla giustizia e al bene comune". 
E si potrebbe continuare.
A tutto questo Papa Francesco - tutto preso a predicare la raccolta differenziata - non è molto interessato.

domenica 26 marzo 2017

Ancora su Mps (Cicero pro domo sua)

Il precedente post relativo agli ultimi dieci travagliati anni di vita di Montepaschi ha suscitato una certa eco, soprattutto per quanto riguarda i rapporti tra economia e politica in generale e il ruolo della Fondazione Mps in particolare. Nel frattempo, per un caso fortuito, la materia è stata trattata, con un articolo a tinte forti da un noto blog di approfondimento senese.
In sostanza, la posizione è questa: "la responsabilità principale del disastro della Banca... va ricercato nel ruolo della Fondazione e nel Ministero del Tesoro di allora. Se la Fondazione opponeva un no alla volontà di Mussari di proseguire con l’operazione Antonveneta, la Banca non si troverebbe nelle condizioni attuali e la Fondazione non avrebbe dissipato il suo patrimonio. Chi ha dato l’autorizzazione alla Fondazione per l’indebitamento? Il Ministero del Tesoro... Stefano Scaramelli, attuale consigliere regionale del PD toscano..., ha detto candidamente di aver partecipato a una riunione del PD senese, con la presenza dell’allora presidente della Fondazione... Mancini, per mettere ai voti l’adesione della Fondazione all'aumento di capitale della Banca... Renzi... [dovrebbe] azzerare il gruppo dirigente nazionale e locale del PD e chiedere scusa per le macerie lasciate... con la gestione di Banca Monte dei Paschi...".
L'articolo è assolutamente apprezzabile quando sottolinea sia le responsabilità del Ministero del Tesoro (che ha preferito sacrificare la stabilità economica della propria vigilata, e mediatamente di una intera comunità, sull'altare di considerazioni attinenti all'evoluzione del sistema bancario nazionale, che avrebbero invece dovuto essere piuttosto di competenza di Banca d'Italia), sia la innegabile continuità tra la dirigenza dei DS con quella del PD renziano (con buona pace dello story telling della rottamazione, che tuttora - dopo tre anni di governo fallimentare - Renzi pare voler ancora alimentare), sia - infine - quando mostra come l'idea di un "Partito della Nazione" abbia avuto nel "Groviglio armonioso" il proprio padre ideologico (non a caso, uno dei principali "ispiratori" del Groviglio è anche l'ideatore del Patto del Nazareno).
Tuttavia, a mio avviso, un paio di precisazioni devono essere fatte.

In primo luogo, è a mio avviso necessario (anche per evitare certe tentazioni revanchiste) che nel dibattito senese si faccia largo la consapevolezza che il peccato originale della classe politica locale (cioè del PD e dei suoi antenati) non è stato l'acquisto di Antonveneta, bensì l'idea di poter creare un autonomo polo del credito saldamente in mano alla città.

Secondariamente, che la responsabilità principale della classe politica nazionale nella vicenda Mps (e, in generale, per quanto attiene il sistema finanziario del Paese) non si rintraccia in questa o quella influenza più o meno indebita, ma nell'aver supinamente accettato, quando non addirittura patrocinato, un sistema legale - di ispirazione comunitaria - esiziale per i nostri Istituti.

I. La città
Dare adito a ricostruzioni controfattuali, a mio avviso, non è un esercizio produttivo, perché geneticamente semplificatorio. Se la Fondazione avesse detto "no" a Mussari, è impossibile sapere cosa sarebbe successo, sia perché non è chiaro quali accordi - eventualmente vincolanti per la Banca - erano già stati presi dal suo Presidente con Santander, sia perché non è possibile ricostruire (neppure probabilisticamente) il destino di un Monte troppo grande per essere banca regionale e troppo piccolo per essere player nazionale.
Qui, il punto vero è un altro, e cioè la necessità di sottolineare l'assurda volontà dei responsabili politici senesi (in altri termini: del PD senese e dei suoi antecedenti)di mantenere la maggioranza assoluta del terzo gruppo bancario del Paese in mano a una singola fondazione, onde rendere la Banca non contendibile. Posta così la questione, è allora sì possibile fare un ragionamento controfattuale che abbia un minimo di logica:
- se la Fondazione non avesse detenuto oltre il 50% di Banca Mps, avrebbe subito un danno assai inferiore dal disastro derivante dall'acquisto di Antonveneta;
- se la Fondazione non avesse detenuto oltre il 50% di Banca Mps, avrebbe potuto dire di "no" non tanto all'acquisto di Antonveneta, quanto all'aumento di capitale del 2011, che ha invece sottoscritto quasi obbligata per motivi di tenuta del sistema bancario italiano.

I.a  Il mantenimento della maggioranza assoluta in Banca Mps
Come prima cosa, devo dare conto delle affermazioni di cui sopra. Perché la volontà di mantenere il controllo di Bmps è Siena sarebbe assurda? In fin dei conti, si tratta di una banca costruita su secoli di laboriosità della comunità senese.
Vero. Il problema che, a metà anni Duemila, si verifica una terrificante convergenza di eventi: (a) la definitiva liberalizzazione dei sistemi bancari europei; (b) un'abnorme facilità di reperimento di denaro a debito da parte degli Istituti.
La faccio molto breve. La despecializzazione introdotta col Testo Unico Bancario del 1993, la nascita dell'Euro (diciamo dal 1996, quando sono fissate le parità), le privatizzazioni di fine anni Novanta, le direttive 2000/12/CE e 2006/48/CE che riducono in modo assai significativo i poteri discrezionali delle Autorità di Vigilanza dei vari Paesi (per tutti questi fenomeni, cfr. Costi), unitamente alla grande frammentazione del sistema bancario del nostro Paese, che più tardi degli altri - e in misura minore - ha conosciuto vasti fenomeni aggregativi, oltre che alla enorme liquidità a disposizione delle banche (forti della crescente finanziarizzazione dell'economia e delle regole lasche di Basilea I) per operazioni con fortissima leva (in relazione alle quali rimando alla critica di Bagnai al "ragionamento der Biretta"), hanno comportato un'invasione massiccia del mercato italiano da parte dei colossi globali del credito, i quali (senza adeguati strumenti normativi) non potevano essere fermati. È la globalizzazione, bellezza!
Tanto più che alcune di quelle banche (le tedesche e le francesi) avevano l'ulteriore interesse, a investire in Italia, di controllare direttamente il flusso di risparmio che dai Paesi del Nord stava affluendo (sempre per colpa dei bassi tassi di interesse) al Sud per l'acquisto di beni di consumo. Fino alla crisi, ovviamente.
Nel vortice di queste potentissime forze giuridiche ed economiche, qualche Istituto ha - almeno per un po' - resistito fondendosi (Unicredit e Banca di Roma, Intesa e Sanpaolo). Qualche altro si è concesso al nemico (BNL, Cariparma). Montepaschi ha tentato di rimanere da sola ed è finita, per forza di cose, in mezzo al guado.
Ma l'opinione pubblica senese non avrebbe accettato fusioni!
Non è quello il problema.
Il problema è l'impreparazione della classe dirigente (che non discende dall'impreparazione della cittadinanza, ma al limite la determina). La possibilità per Fmps di scendere al 30%, cioè a una soglia di assoluta sicurezza (in quanto corrispondente alla soglia allora vigente per lo scattare dell'Opa obbligatoria), veniva direttamente dal neonato governo Berlusconi del 2006, il quale benediceva il c.d. "Emendamento Eufemi", cioè la proposta di “sterilizzazione del diritto di voto delle Fondazioni di origine bancaria nelle assemblee ordinarie e straordinarie delle società bancarie conferitarie per le azioni eccedenti il 30% del capitale”. Sarebbe bastato al Sindaco dare la colpa a B. brutto e cattivo, alzare un po' gli occhi al cielo come un San Sebastiano del credito, tranquillizzare tutti sul mantenimento del controllo de facto, quindi vendere a prezzi assai vantaggiosi una buona metà dell'interessenza in Montepaschi.
E invece no. Si scatena il fuoco di sbarramento, non solo a Siena, ma anche a Roma da parte di quella stessa Associazione che, qualche anno dopo, si sarebbe fatta vanto di aver concluso col Ministero delle Finanze un Protocollo all'interno del quale figura anche il divieto di esposizione - nei confronti di qualsivoglia soggetto finanziario - superiore a un terzo del patrimonio di ciascuna fondazione. Bravissimi a chiudere la stalla a buoi ampiamente scappati. Alla fine la Fondazione Mps (ma anche CR Firenze e Carige) vince la battaglia, grazie soprattutto ai buoni uffici di Giuseppe Guzzetti e dell'allora Governatore di Banca d'Italia, Mario Draghi.
(...le vittorie di Pirro...).
(...c'è un motivo se l'ACRI si schiera perinde ac cadaver con Montepaschi. Qualche anno prima, siamo nel 2001, Tremonti avrebbe voluto incrementare il peso degli enti locali nelle Fondazioni, soprattutto avrebbe voluto ridurre il peso della Fondazione Cariplo, che si poneva come un vero e proprio "contro-potere" anti-leghista in Lombardia. Si sarebbe trattato di un primo passo verso una ri-pubblicizzazione delle fondazioni. Più o meno quello che chiede - ora - il Sindaco di Siena. Ovviamente, la Fondazione Mps, che a quell'epoca aveva 12 membri su 16 nella Deputazione Generale nominati da Comune e Provincia, si straccia le vesti come se fosse messa in dubbio la propria autonomia, e segue le altre fondazioni sulla strada giudiziaria, fino al ricorso alla Corte Costituzione. Che produce le sentenze 300 e 301 del 2003. Dalla penna di Zagrebelsky, lo stesso del 'no' al referendum. Ma questo è tutto un altro discorso...).
Ceteris paribus, se la Fondazione avesse avuto il 30% di Montepaschi e non oltre il 50%, oggi avrebbe un patrimonio di un paio di miliardi di Euro. La Banca l'avrebbe persa lo stesso, e se la ricomprasse di nuovo la riperderebbe: purtroppissimo Sienina è in Italia e l'Italia è nell'UE, per cui... (ricordiamolo).

I.b  Le scelte del Tesoro
Ripeto: stante l'attuale framework giuridico e le connesse dinamiche economiche, una grande banca nazionale indipendente controllata dalla Fondazione Mps era ed è impossibile.
Di contro, una Fondazione forte e ricca, che agisce anche in ambito finanziario ma che soprattutto si concentra sullo sviluppo del proprio territorio, avrebbe potuto esistere.
Quello che, però, a Siena spesso non è chiaro è che il punto di discrimine fra ciò che è e ciò che sarebbe potuto essere non deriva dall'acquisto di Antonveneta, né dal relativo aumento di capitale, bensì dal successivo del 2011, quando la Fondazione - per mantenere la propria quota - raggiunse oltre un miliardo di Euro di indebitamento.
La domanda, giustissima, che tutti si pongono, attiene ovviamente a come sia stato possibile, per il Tesoro, autorizzare una follia di questo genere.
A spiegarlo è direttamente Vittorio Grilli al PM di Siena, così come è possibile leggerlo in un bell'articolo di Camilla Conti: "quanto al secondo aumento di capitale del giugno 2011, che fa indebitare ulteriormente l’ente senese con un pool di 11 banche, Grilli aggiunge: «l'autorizzazione è stata data per l’importanza di finalizzare un aumento di capitale a salvaguardia dell’integrità della banca stessa e quindi dell’investimento stesso della Fondazione [da «e quindi...» la frase è una scusa postuma, anche poco riuscita visti gli sviluppi successivi, N.d.R.]. Non essendo contra legem era poi nel giudizio della Fondazione considerare bene i rischi. Questo non pregiudica l’opportunità che la Fondazione, procedesse a una diluizione e a una maggiore diversificazione degli investimenti» [Se la scelta fosse o meno contro la legge - in particolare contro gli artt. ...., ...., e ... dello Statuto della Fondazione, lo stabilirà presto un giudice civile, N.d.R.]. Morale: l’autorizzazione alla partecipazione all'aumento di capitale dal punto di vista del Tesoro rafforzava sia la banca sia l’investimento della Fondazione. Perché, conclude Grilli, «la preoccupazione del Tesoro era anche quella di salvaguardare il sistema finanziario italiano». A ogni costo.".
Anche la Fondazione, all'epoca dei fatti, sposava questa tesi: "qualcuno ha criticato la necessità, per una fondazione (con conseguente autorizzazione del Ministero) di mettere a rischio la propria attività erogativa futura in nome della difesa della proprietà di Banca Mps, stravolgendo di fatto la natura stessa di un Ente che, per definizione, non dovrebbe contrarre debito rilevante. Ma la difesa della senesità di Montepaschi è un nostro fine statutario così come l'attività filantropica... La verità e che il debito della fondazione è servito a garantire il successo della ricapitalizzazione della terza forza del sistema bancario italiano, con in pancia, come le più importanti banche del nostro Paese, notevoli quantità di debito pubblico italiano. Un Interesse nazionale con la I maiuscola, e ciò il Ministero, che aveva spinto per il rafforzamento patrimoniale della Banca, lo ha capito molto bene. Forse nessuno se ne è accorto, ma nei giorni scorsi a Siena si è compiuta, con pieno successo [sic!, N.d.R.], un'operazione che rimarrà nella storia della finanza [in effetti..., N.d.R.], per la sua importanza nel sistema bancario italiano".
Non ci vuole Pico della Mirandola a capire due cose: (i) che si tratta dell'ammissione, da parte del Ministero, di aver sacrificato i risparmio plurisecolari di una comunità sull'altare della stabilità finanziaria del Paese (un bail-in anzitempo, che ha riguardato una città intera), per cui - se Fmps non avesse proposto di aderire - probabilmente il Mef l'avrebbe imposto; (ii) qualora la Fondazione avesse avuto una quota molto inferiore, il Tesoro non si sarebbe mai sognato di approvare una operazione di quel genere.

II. La politica nazionale
Che i politici romani si siano molto interessati a Mps, come a tutte le banche, è vero. Che il PD ed i suoi antenati vi abbiano spadroneggiato (più Veltroni, Bassanini, Amato, Berlinguer, che D'Alema, a onor del vero) è un fatto. Che Forza Italia fosse "stampella del sistema" lo stesso. Ugualmente, è patrimonio comune che le nomine nel C.d.A. dell'Istituto si facessero in accordo con Roma, prima con le riunioni, poi con WhatsApp.
Ma il problema, o almeno il problema più importante, non è questo.
L'attuale classe dirigente, in particolare quella del PD, è responsabile del disastro del Monte soprattutto per aver approvato norme che l'hanno (se non prodotta) quanto meno assai aggravata, rendendola poi - con l'inerzia renziana - sostanzialmente incurabile.
A cosa mi riferisca l'ho già detto, in parte, sopra. Ma lasciamo pure da parte gli antecedenti "di fondo" (a partire dalle due scelte perniciose del "divorzio" fra Banca d'Italia e Tesoro e quindi dell'adesione, a un cambio palesemente sopravvalutato, all'Euro) per concentrarci solo su alcune specifiche decisioni e sui loro terribili effetti.
Il governo Ciampi - padre di tutti i tecnici e di tutte le "Grandi Coalizioni" - appronta, a settembre 1993, il nuovo Testo Unico Bancario, che riprende le spinte delle prime due Direttive in materia della Commissione e porta sia alla definitiva liberalizzazione della proprietà. degli Istituti di credito (cioè alla abolizione dell’obbligo del controllo pubblico sulle banche trasformate in S.p.A.), sia al definitivo superamento della specializzazione "per legge" (cioè alla ammissione nel nostro ordinamento della "banca universale"). Il triennio 1992-1994 è d'altronde quello delle grandi privatizzazioni, quanto meno dal punto di vista formale. Saranno poi i governi Prodi e D'Alema, tra 1998 e 1999, a mettere a punto la riforma che farà nascere le fondazioni bancarie.
Come ho cercato di dimostrare, proprio tutte queste modifiche normative, unitamente al progredire dell'integrazione europea e all'introduzione dell'Euro, sono alla base del processo di consolidamento del settore bancario italiano nella prima metà degli anni Duemila, fino alla crisi del 2008 che interrompe in modo violento il trend.
Eh, direte voi, ma il consolidamento è un bene! Mica è colpa dei nostri politici se la finanza italiana non era pronta a competere con i colossi europei.
Il discorso, in realtà, va ribaltato.
Un ceto politico che ha a cuore le sorti del proprio Paese non lo getta nei marosi quando sa che quel bambino non può ancora nuotare; prima gli insegna, quindi, quando è pronto, lo fa competere. Questa è la colpa storica - la gravissima colpa storica - di chi ha governato l'Italia da Mani Pulite (del 1992, et pour cause...) ad oggi.
Sì, ad oggi.
Perché non consolidare le banche al momento opportuno per rispettare ridicoli vincoli di bilancio, per di più rendendole ancora più vulnerabili a causa della perseguita distruzione della domanda interna (Monti), accettare l'Unione Bancaria senza l'introduzione dell'EDIS (Letta e Saccomanni), infine esserne l'esecutore attuando in Italia - senza se e senza ma - la normativa sul bail-in (Renzi) è appunto questo: pretendere di far competere un pesce e una gazzella, ma soltanto dopo aver alluvionato la pianura.

Questa è la verità. Questa è la colpa vera del PD. Parlare del resto, di tutto il resto - sì ma Verdini, sì ma la corruzione, o (a Siena) sì ma Banca 121, sì ma le nomine - è un modo per distrarre, dunque per fare, oggettivamente, il gioco dell'avversario. Perché prendersela con questo quell'esponente di un partito permette di cambiare esponente e salvare il partito, quando invece è la stessa ideologia dominante che deve essere modificata in radice.
Altrimenti, tutto cambierà. Per non cambiare nulla. Un'altra volta.