Cerca

Caricamento in corso...

venerdì 19 agosto 2016

Montepaschi #4 (se sbaglio mi corrigerete)

Chiedo spiegazioni. Ogni chiarimento nei commenti sarà ben accetto e anzi benedetto. Io alzo bandiera bianca.

Atlante 2 ha in cassa circa 700 milioni di Euro da parte di soggetti ricollegabili al perimetro pubblico (SGA e CDP). Per rispettare i vincoli onde non rientrare nella disciplina degli Aiuti di Stato, è pertanto necessario che raccolga somme per complessivi 3 miliardi e mezzo di Euro. Che è infatti il target del fondo da qui a luglio 2017. Ora siamo a un miliardo e 700 milioni: dei 700 milioni si è già detto, mentre il miliardo è una rimanenza del glorioso Atlante 1.
Qualcuno ha ironizzato sulla manina pubblica al liberista Penati. Ma noi non cadiamo in queste trappole di cattivo gusto.
Dove trovare, quindi, i soldi? Le Casse professionali si sono, giustamente, smarcate, anche se io credo che Matteo un ultimo tentativo proverà a farlo: privatizzazione e abbandono di ogni velleità di liberalizzazione delle professioni a fronte di qualche soldo buttato sul falò degli NPL di Montepaschi. La delega inserita nel c.d. Jobs Act del lavoro autonomo, che intende devolvere ad avvocati, notai, architetti e ingegneri importanti funzioni pubbliche in materia di contenzioso e di edifici mi pare vada in questo senso. Dal settore assicurativo non arrivano chissà quali cifre e i nomi che circolano sono sempre gli stessi (Generali, attualmente in altre faccende affaccendata, Unipol).
Tra l'altro, quello che ha racimolato finora Atlante 2 lo ha già speso, impegnandosi a sottoscrivere la tranche mezzanine degli NPL di Montepaschi; i soldi per ripetere l'operazione con Veneto Banca e Popolare di Vicenza proprio non ci sono.
E dunque? Davvero il governo pensa di coinvolgere investitori stranieri in un progetto in cui si acquistano sofferenze - valutate dal mercato 20c - addirittura a 33c, soltanto perché Mps garantisce a Atlante il 7% del capitale dopo l'aumento in warrant?

L'allucinante progetto del management di Montepaschi prevede l'attribuzione ai soci - mediante costituzione e immediata riduzione di una riserva sovrapprezzo azioni; in sostanza: tramite i soldi messi con l'aumento di capitale - di un diritto di opzione sulle junior notes rivenienti dalla cartolarizzazione delle sofferenze. Lo strumento in cui è incorporata l'opzione potrebbe anche essere quotato. Io una cosa del genere non l'avevo mai sentita e mi lascia perplesso, ma sicuramente l'ignoranza è mia: vedremo se funziona.
Dunque, se ho capito bene, di 5 miliardi di Euro di aumento di capitale, 1 serve per coprire il differenziale di prezzo fra il valore di bilancio degli NPL netti e il prezzo di cessione dei medesimi e un altro miliardo e mezzo per tappare il buco che si aprirà nel veicolo di cartolarizzazione, una volta passata agli azionisti della Banca la tranche più rischiosa dei nuovi bond.
Se ho capito male, di nuovo chiedo lumi. E non per artificio retorico.
Se però le cose stanno così, siamo sicuri che - nonostante l'apertura della BCE rispetto alla sterilizzazione della "ricalibrazione delle serie storiche" - i 5 miliardi previsti dal C.d.A. di Montepaschi siano davvero sufficienti per il rispetto dei requisiti patrimoniali imposti dalla BCE, soprattutto in un contesto di tassi bassi (e dunque, infimi ricavi) come quello attuale?
E ancora: in attesa di leggere il piano industriale che sarà presentato il mese prossimo, davvero si troveranno investitori vogliosi di mettere così tanti soldi su una banca piena di problemi come Mps, oppure si assisterà alla triste riedizione degli aumenti delle popolari venete? Tra l'altro, tra i 5 gli 8 miliardi devono essere cacciati anche per Unicredit.
Certo, c'è il consorzio di garanzia, ma quale sia il suo perimetro di intervento non è stato reso di pubblico dominio (per ora siamo solo a un pre-accordo). Presumo abbastanza ampio, viste le commissioni richieste (cui si aggiungono, per JP Morgan, gli interessi sul prestito ponte per l'acquisto degli NPL da parte del veicolo di cartolarizzazione, in attesa dei rating per poter accedere alla GACS).

Infine un'ultima questione, a cui pochi pensano, ma che è invece molto importante.
Atlante 2, che compra crediti in sofferenza a prezzi stratosferici, deve comunque garantire qualche ritorno ai propri azionisti (che, ricordiamolo, sono altri soggetti finanziari, i quali non si possono permettere di perdere troppo denaro dall'operazione). A tal fine, bisogna che chi gestirà le procedure di recupero entri velocemente in possesso e venda al meglio i beni posti a garanzia del prestito.
Circa il 70% delle sofferenze bancarie italiane è nei confronti di imprese e, pertanto, le famose "garanzie" degli NPL sono capannoni, macchinari, o beni personali dell’imprenditore.
D'altronde, le quotazioni degli immobili in generale e di quelli industriali in particolare continuano a non mostrare alcun segno di ripresa.
La domanda è allora abbastanza scontata: il salvataggio delle banche, si tradurrà in una ondata di pignoramenti e aste che soffocheranno ancor di più l'economia italiana, comportando la chiusura di altre imprese e un deprezzamento ulteriore degli immobili?

Entro fine anno vedremo. Per ora la fiducia regna sovrana.

(Io per sicurezza me ne vado una settimana in vacanza...).

giovedì 18 agosto 2016

Niente gufi. Tutti più (c)ottimisti!

Per lungo tempo l'interpretazione tradizionale della rivoluzione industriale ha insistito sul suo carattere di frattura epocale nella storia della civiltà umana. Era questo l'aspetto saliente e comune sia nelle versioni marxiste... sia nelle versioni "scientiste"..., sia nelle versioni macroeconomiche che ricostruivano l'evoluzione degli indicatori statistici generali... Le ricerche più recenti hanno invece messo in discussione la discontinuità, elaborando una versione "continuista" dello sviluppo economico inglese... Nicholas Crafts... ha... ridimensionato l'aumento del reddito nazionale e degli investimenti e ricostruendo una dinamica dello sviluppo più lenta, lungo tutto il mezzo secolo compreso tra il 1780 e il 1830. In parallelo a questa visione continuista era stato proposto... il concetto di "proto-industrializzazione" per indicare un fenomeno... definito dalla presenza di: 1) una parte cospicua della forza-lavoro agricola che integra il lavoro nei campi con attività manifatturiere... svolte a domicilio con macchine fornite da un mercante-imprenditore...; 3) un'economia monetaria che consenta ai proprietari di acquistare materie prime e fornirle ai lavoratori agricoli in grado di trasformarle... Questa... non è in sostanza che una ridefinizione del fenomeno dell'industria a domicilio. Tra i molti studi sull'argomento, si segnala quello di tre storici tedeschi, P. Kriedte, H. Medick, J. Schlumbohm... Medick in particolare afferma il ruolo cruciale svolto dalla famiglia contadina nello sviluppo del capitalismo moderno proprio grazie ai suoi comportamenti pre-capitalistici: attraverso il lavoro a domicilio essa mira alla sussistenza anziché a un guadagno in moneta, consentendo al mercante-imprenditore di risparmiare sui costi e sui rischi del suo investimento... (Detti, Storia contemporanea, L'ottocento, Milano, 2000, pp. 35-36; enfatizzazioni mie).
Certo, il lavoro a domicilio è continuato ad esistere fino ai giorni nostri, sia pure limitato ad alcune specifiche sacche del manifatturiero, soprattutto in ambito tessile. In mancanza di indicazioni codicistiche specifiche (art. 2128, c.c.), la L. n. 877 del 1973 dispone norme ad hoc e definisce lavoratore a domicilio "chiunque, con vincolo di subordinazione, esegue nel proprio domicilio o in locale di cui abbia disponibilità, anche con l’aiuto accessorio di membri della famiglia conviventi e a carico, ma con esclusione di manodopera salariata e di apprendisti, lavoro retribuito per conto di uno o più imprenditori, utilizzando materie prime o accessorie e attrezzature proprie o dello stesso imprenditore, anche se fornite per il tramite di terzi". Si ha "vincolo di subordinazione", "in deroga a quanto stabilito dall'art. 2094 del c.c...., quando il lavoratore a domicilio è tenuto ad osservare le direttive dell’imprenditore circa le modalità di esecuzione, le caratteristiche e i requisiti del lavoro da svolgere nella esecuzione parziale, nel completamento o nell'intera lavorazione di prodotti oggetto dell'attività dell’imprenditore committente".
Il problema della subordinazione, o - se si vuole - della parificazione del lavoratore a domicilio e del lavoratore interno alla azienda, è costante nella giurisprudenza e nell'evoluzione legislativa. Così, l'art. 2 della L. n. 877 - ai sensi della quale è "fatto divieto alle aziende interessate da programmi di ristrutturazione, riorganizzazione e di conversione che abbiano comportato licenziamenti o sospensioni dal lavoro, di affidare lavoro a domicilio per la durata di un anno rispettivamente dall'ultimo provvedimento di licenziamento e dalla cessazione delle sospensioni" - è stato spesso aggirato dalla contrattazione collettiva, tesa per lo più a parificare il lavoratore in azienda da quello fuori azienda. La giurisprudenza ha inoltre dovuto faticare ad applicare (quando c'era) l'art. 18, agganciandone l'operatività alla dimostrazione caso per caso "di una qualificata e ragionevole continuatività delle prestazioni lavorative". La stessa impostazione, assai poco tutelante, si è riscontrata rispetto al riconoscimento dell'indennità di mobilità (v. le Sezioni Unite n. 106 del 2001). Col bel risultato di creare un lavoratore a domicilio "continuativo" e uno "precario".
Da altro punto di vista, la retribuzione dei lavoratori a domicilio non può che essere evidentemente calcolata con il metodo del cottimo pieno (art. 8), con riferimento, per la sua concreta determinazione, a quanto disposto dai contratti collettivi di categoria; generalmente essa viene fissata sulla scorta del concetto di normale capacità lavorativa ad eseguire i lavori oggetto della commessa. Si tratta comunque di dati indicativi, riconoscendosi la possibilità per il lavoratore a domicilio di chiedere al giudice l'adeguamento o, in mancanza, la determinazione della retribuzione ex art. 36 Cost. (v. p.e. le Sezioni Unite, sent. n. 828 del 1982).
Il lavoro a domicilio e il cottimo, due istituti inscindibilmente collegati che, si pensava, fossero il retaggio di un mondo passato.
Il cottimo è obbligatorio quanto la valutazione della prestazione è fatta in base al risultato delle misurazioni dei tempi di lavorazione, quando cioè si procede preventivamente... all'accertamento del tempo necessario al lavoratore medio per compiere l'operazione commessagli... La legge fa... riferimento ai sistemi... d'organizzazione scientifica del lavoro...; sistemi la cui finalità è quella di congegnare le lavorazioni in modo da razionalizzare al massimo lo sfruttamento della forza lavoro, con la più alta intensità possibile e con la massima resa, tutto calcolando scientificamente in termini di tempo e di sforzo fisico e psichico (e da qui il dramma della condizione operaia, nella sistematica denuncia dei ritmi ossessivi di lavoro ripetitivo, usurante ed alienante nelle condizioni della società industrializzata...). Coerentemente, per legge, quando le lavorazioni sono così congegnate..., quando tutto è preordinato in ragione del risultato, deve adottarsi il sistema del cottimo... (Pera, Diritto del lavoro, Padova, 1996, pp. 490-491, enfatizzazioni mie).
Il prof. Pera cita Chaplin e Clair. Io aggiungerei Petri.



Tutto questo mi è tornato in mente l'altro giorno, mentre leggevo come, zitto zitto quatto quatto, sta procedendo in Parlamento il disegno di legge relativo a "Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e [a] misure volte a favorire l'articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato" (il dossier completo è qui).
Il testo, nel consueto stile italico (ma che - in questo caso - ha anche ragioni profonde), è la risultante della somma di due leggi distinte e di una delega (divisa, chissà perché, in tre articoli):
- gli artt. 5, 6 e 10 che delegano il governo a rimettere mano al mondo delle professioni, attribuendo alcune funzioni pubbliche direttamente agli iscritti in determinati albi (avvocati, notai, architetti, ingegneri), istituendo per il tramite delle Casse degli stessi professionisti forme di sostegno al reddito, riducendo gli obblighi in materia di sicurezza sul lavoro per i titolari di studi;
- il capo I, che reca norme a tutela dei lavoratori autonomi, soprattutto quelli con unico committente, relativamente ai tempi di pagamento delle fatture, al recesso o allo ius poenitendi della controparte, alla formazione, alle tutele assistenziali e previdenziali, all'accesso agli appalti pubblici (artt. 1, 2, 3, 4, 7, 8, 9, 12, 13);
- il capo II, che attiene al c.d. "lavoro agile" (artt. da 15 a 20).

Ecco, il "lavoro agile" o, per chi non sa l'inglese, lo smart working. Cioè, in buona sostanza, il vecchio lavoro a domicilio, un po' imbellettato per renderlo meno impresentabile, traslato - grazie allo sviluppo dell'informatica - dal mondo della manifattura a quello dei servizi. E visto che, nel caso di specie, il cottimo non si può applicare, si utilizzeranno allo stesso fine i bonus variabili, che fanno tanto multinazionale anglosassone e sono pure detassati.
Non si tratta [in sostanza] di un sotto-tipo (acrobatico o circense) del lavoro autonomo né del lavoro parasubordinato, [ma soltanto] di un alto modo per chiamare il telelavoro subordinato (prof. Oronzo Mazzotta).
Secondo il nostro illuminato governo, infatti, il "lavoro agile" è una "modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, allo scopo di incrementarne la produttività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro", che si svolge "in parte all'interno di locali aziendali e in parte all'esterno", "entro i soli limiti di durata massima dell'orario di lavoro giornaliero e settimanale..." e "assenza di una postazione fissa durante i periodi di lavoro svolti all'esterno dei locali aziendali".
Quale dei due obiettivi sia realistico, e quale invece rappresenti una foglia di fico buona per i gonzi di tutti gli orientamenti, non c'è neppure bisogno di scriverlo. Noto soltanto che Matteo e i suoi sodali ci vogliono talmente bene che, pur di farci conciliare i tempi di vita (molti) con quelli di lavoro (pochi), non solo ci sbattono fuori dall'ufficio, ma già che ci sono ci demansionano anche. Mi immagino già la scena: "sì, sai, mi hanno tolto la scrivania e messo a fare il centralinista da casa, così almeno ho molto più tempo per perfezionare il draw alla buca otto".
Per essere certi che il dipendente concili al meglio, "l'accordo relativo alla modalità di lavoro agile disciplina [anche] l'esercizio del potere di controllo del datore di lavoro sulla prestazione resa dal lavoratore all'esterno dei locali aziendali nel rispetto di quanto disposto dall'articolo 4" dello Statuto dei Lavoratori.
Ora, come si sa il diavolo si nasconde nei dettagli. Si dà infatti il caso che il sullodato Matteo quell'articolo lo abbia cambiato col Jobs Act (quello delle due ore di sciopero da parte dei sindacati italiani), permettendo il controllo a distanza dei dipendenti attraverso gli "strumenti utilizzati... per rendere la prestazione lavorativa" e, anzi, precisando addirittura come "le informazioni raccolte... siano utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro...". Ricordo, per gli ingenui, che i telefonini hanno un geolocalizzatore, che gli accessi a internet possono essere tracciati, che - al limite - i portatili hanno spesso una webcam integrata. Per dire.
Trattandosi di un governo di sinistra, ha ritenuto opportuno precisare che al lavoratore che si comporta bene deve essere riconosciuto "un trattamento economico e normativo non inferiore a quello complessivamente applicato nei confronti dei lavoratori che svolgono le medesime mansioni esclusivamente all'interno dell'azienda". Quei due aggettivi e quell'avverbio, nella medesima frase, mi fanno rizzare i peli sugli avambracci.
Tanto più che, a mo' di ciliegina sulla torta, "i contratti collettivi, di cui all'articolo 51 del D. Lgs. 15 giugno 2015, n. 81, possono introdurre ulteriori previsioni finalizzate ad agevolare i lavoratori e le imprese che intendono utilizzare la modalità di lavoro agile". Cioè tutti i contratti. Anche quelli territoriali. Anche quelli aziendali.
L'esame in commissione ha migliorato, di molto il testo (è sparito il riferimento ai contratti collettivi, è stato eliminato il riferimento alla flessibilità, sono stati espunti alcuni assurdi obblighi di protezione dei dati trattati posti in capo al lavoratore, e così via), ma nel complesso il senso del provvedimento non cambia.
Ecco che, allora, prende senso anche l'introduzione di queste disposizioni all'interno del testo in commento: il lavoro autonomo - in un contesto economico di partite Iva che sono in realtà dipendenti mascherati - assume qualche colorazione (e minima tutela) del lavoro subordinato, senza che da tale involuzione siano esclusi i professionisti iscritti ad albi, per i quali infatti si sente la necessità - nella delega - di inserire alcune sconnesse previsioni di stampo previdenziali e assistenziale; il lavoro subordinato, flessibilizzato, decontestualizzato, privato di molti dei suoi tradizionali diritti, si avvicina all'autonomo, anche - se non soprattutto - per la sempre maggiore espulsione del dipendente dal contesto aziendale.
Per dirla in altri termini...
Non sono mancati, anche in passato, i corifei del governo. Il Foglio: "più che un modo per superare i limiti del telelavoro (che non è mai decollato) [il lavoro agile] è un’opportunità di rivedere l’approccio al lavoro. È necessario indubbiamente... uno sforzo ulteriore innanzitutto agli attori del sistema di relazioni industriali, cui spetta il compito fondamentale di compiere un salto culturale e metodologico di approccio al lavoro che di certo non è nella disponibilità del legislatore”. E quale sarebbe questo nuovo approccio? Lo scopriamo grazie al Corriere: "il lavoro agile ha poco a che fare con il vecchio telelavoro. Il punto non è se si lavori da casa, dall'azienda o da qualunque altro posto. Il punto è che ciascun dipendente viene valutato per i risultati che porta. Indipendentemente da quanto e da dove lavora".
Io ci ho anche lo slogan. "Lavoro agile: tutti più (c)ottimisti".
Ce l'ho anche per altre forme di lavoro molto moderne: invece che #lavoltabuona, #stavoltaèunbuono. Da utilizzarsi, ovviamente, nel caso in cui si abbia un datore di lavoro un po' arcaico e paternalista, che usa i voucher, oppure uno più moderno e sfidante, che paga direttamente in buoni pasto (essendo, magari, un supermercato).
Di questo, al solito, i sindacati non sembrano preoccupati.
Forse, col tempo, hanno cambiato mestiere.

mercoledì 10 agosto 2016

Deutsche Bank balla sul baratro

Qui di seguito riporto la traduzione di un interessante articolo di Zerohedge, di cui parla anche Il Sole 24 ore (in questo pezzo a pagamento). Entrambi fanno riferimento a questa ricerca. Il problema della maggiore "benevolenza" degli stress test europei rispetto a quelli statunitensi, a favore essenzialmente degli istituti che svolgono in modo significativo attività di investment banking (ops...), era peraltro già stata lamentata rispetto all'esercizio 2014.


Deutsche Bank si trova inaspettatamente ad avere un'enorme mancanza di capitale, maggiore della sua intera capitalizzazione di mercato.

Dopo che la BCE ha concluso il suo ultimo stress test annuale e, come previsto, non ha rilevato problemi nelle banche più grandi d'Europa, individuando piuttosto un capro espiatorio nelle banche italiane in difficoltà, ieri è giunto un risultato inaspettato dall'istituto tedesco di ricerca economica ZEW, secondo cui la più grande banca tedesca, Deutsche Bank, mostra il più alto deficit di capitale potenziale, pari a 19 miliardi di Euro, su un campione di 51 banche europee. ZEW ha utilizzato i metodi con cui la Federal Reserve statunitense porta avanti gli stress test. Il capitale mancante di DB è superiore all'intera capitalizzazione di borsa della Banca.
Utilizzando l'approccio della Fed, molto più credibile di quello proposto dalla BCE, le 51 banche europee hanno mostrato un deficit di capitale totale di 123 miliardi di Euro: gli Istituti messi peggio sono Deutsche Bank, quindi Société Générale (13 miliardi) e BNP Paribas (10 miliardi), [cioè le maggiori banche tedesche e francesi: N.d.t.].
"Le banche europee non hanno capitale sufficiente per compensare le perdite previste nel caso di un'altra crisi finanziaria", ha detto in una dichiarazione a Reuters, martedì scorso, il professor Sascha Steffen, che ha lavorato con i ricercatori della New York University Stern School of Business e dell'Università di Losanna per l'esecuzione degli stress test utilizzati dalla Fed nel 2016 e dall'Autorità bancaria nel 2014, onde confrontare esigenze di capitale e leva finanziaria.
Ma mentre Société Générale e BNP hanno capitalizzazione di mercato rispettivamente di 26 miliardi di Euro e di 55 miliardi di Euro, ben al di sopra rispetto al gap teorico di patrimonializzazione che emerge dallo studio, Deutsche Bank si troverebbe in difficoltà se il calcolo dell'istituto ZEW fosse corretto, avendo una capitalizzazione di mercato inferiore a 17 miliardi di Euro.
Ed è per questo che, prontamente, l'Istituto ha contestato il calcolo di ZEW. "C'è uno stress test ufficiale dell'EBA che verifica l'adeguatezza di capitale in condizioni molto difficili e avverse, e questo test ha mostrato che non vi è alcuna necessità di capitale ulteriore per Deutsche Bank", ha scritto la banca in una nota di risposta allo studio.
Deutsche Bank ha mostrato una posizione più debole nel test EBA rispetto a quella della maggior dei suoi concorrenti, segno che la più grande banca tedesca ha ancora molta strada da fare sul percorso di rinnovamento che ha iniziato a intraprendere lo scorso anno. Certo, gli stress test hanno descritto un settore bancario sostanzialmente sano con i risultati pubblicati il 29 luglio scorso, ma mostrano anche come ci sia ancora tanto lavoro da fare.
I test EBA, peraltro, non proponevamo pagelle, per cui molti osservatori hanno detto di non ritenere superate le preoccupazioni sull'adeguatezza in termini di capitale degli Istituti. "Gli Stati Uniti hanno tirato le proprie conclusioni e implementato misure globali per la ricapitalizzazione del proprio settore bancario americano già nel 2008", ha dichiarato Steffen. "La mancanza di una volontà politica ha fatto sì che questo non sia ancora avvenuto in Europa", ha aggiunto.
Aggiungendo al danno la beffa, Martin Hellwig, direttore del Max Planck Institute per la ricerca sui beni collettivi, ha detto che gli stress test effettuati dalla Banca centrale europea hanno rivelato come Deutsche Bank, nel caso di una nuova crisi finanziaria, si troverebbe in una posizione molto precaria, e ha avvertito che la più grande banca tedesca è sull'orlo di una crisi e che l'unico modo per proteggerla contro shock futuri è quello di nazionalizzarla.
Anche se probabilmente non finirà dritta dritta in fallimento, la banca, che è cruciale per l'economia tedesca, si troverà sicuramente ad affrontare problemi gravi in termini di patrimonializzazione. Ha detto Hellwig: "per farla breve: in caso di lunga e grave crisi, semplicemente non ci sono abbastanza soldi. Riportare le banche sotto il controllo della comunità attraverso fondi pubblici non solo è possibile, ma anche necessario Se una banca non è più in grado di far da sola, il governo federale dovrebbe acquisirne le azioni ed esercitare le relative funzioni di controllo. In Svezia lo Stato è intervenuto nel 1992, staccando i rami di azienda non redditizi e lasciando quelli stabili.Si è trattato di una nazionalizzazione temporanea di successo. L'obiettivo era sempre quello di consentire un'operazione di pulizia per poi uscire di nuovo". Sempre secondo Hellwig, sebbene la nazionalizzazione non sia stato parte del piano di risanamento della Germania a seguito dell'ultima crisi finanziaria, scenari imprevedibili a volte richiedono misure disperate, che sarebbero opportune per le banche, visto che tanta parte dell'economia dipende interamente da loro.
Hellwig ha altresì dichiarato: "Suppongo che questo strumento possa essere utilizzato quando si tratti di un Istituto per il quale una procedura di risoluzione comporti a significativi danni al sistema complessivo". Le banche che sono "troppo grandi per fallire" potrebbero essere salvate con soldi a carico della fiscalità generale, e l'investimento potrebbe anche portare un ritorno economico per lo Stato.
Un altro possibile effetto dell'intervento statale sarebbe una inevitabile modernizzazione, che migliorerebbe le banche che hanno visto le proprie divisioni retail diventare poco redditizie. Per Hellwig, "dal di fuori si ha l'impressione che negli ultimi 20 anni i banchieri di investimento abbiano controllato la banca spremendola fino al midollo. La nazionalizzazione, in casi di emergenza, potrebbe essere un passo verso una maggiore razionalità nel mondo bancario".
Considerando che DB continua a scambiare non molto lontana dai suoi minimi storici, il mercato sembra essere molto più d'accordo con la visione dell'Istituto ZEW che con la BCE, e certamente le preoccupazioni per la solvibilità di DB sono destinate a permanere.

lunedì 8 agosto 2016

Fate tardi! (Montepaschi #3)

Non mi dilungo particolarmente in merito al fatto che il così detto "piano di salvataggio" di Montepaschi, l'opzione "di mercato", in realtà non solo non salverà alcunché, ma neppure può essere definita di mercato.
Se infatti Il Sole 24 Ore, una volta tanto, la racconta giusta, pare che ad Atlante II contribuiscano per 750 milioni la Cassa Depositi e Prestiti e la SGA (cioè la società, ora pubblica, che ha curato il recupero dei crediti inesigibili del Banco di Napoli, una antesignana delle attuali bad bank che, fra l'altro, negli ultimi anni ha guadagnato un bel po' di quattrini), mentre mezzo miliardo potrebbe venire dai soliti noti, cioè Intesa, Unicredit (che, peraltro, qualche problemino in proprio ce lo ha) e Generali. Anche aggiungendo un miliardo non speso da Atlante I, la quota di quattrini "pubblici" o "para-pubblici" nel fondo è ben al di sopra del massimo consentito (in sostanza, il 20% del totale del fondo, mentre qui siamo a circa un terzo).
Tra l'altro, per arrivare al minimo sindacale necessario per acquistare gli NPL di Montepaschi, manca secondo me un altro miliardo (sebbene i gestori di Atlante abbiano ufficialmente affermato il contrario). Il fatto che, per ora, le Casse di previdenza si siano smarcate dall'operazione in effetti non aiuta (faccio un'ipotesi: io credo che alla fine aderiranno. Come Esaù, si venderanno chiedendo in cambio che siano accantonate le minacce di liberalizzazione di certi settori - punto tanto caro alla BCE ai tempi della letterina a Berlusconi - e che siano completamente privatizzate, in modo da permettere stipendi faraonici ai simpaticoni che le presiedono).
Che poi ci sia un qualche istituto di rating pronto a certificare che più dei due terzi delle sofferenze del Monte possano essere cartolarizzate con la garanzia della GACS, penso serpeggi più di un dubbio. Se così non fosse, ovviamente, anche il prezzo di acquisto degli NPL ventilato sui giornali in questi giorni subirebbe un brusco ridimensionamento.
Poi, una volta sistemata questa operazione, dovrebbe scattare - a fine anno, diciamo - l'aumento di capitale, praticamente una barzelletta. Se infatti non fosse tragico, sarebbe sicuramente comico pensare che ci siano investitori pronti a mettere cinque miliardi in una banca che (pur con molti NPL in meno) certo non ha risolto i suoi problemi (che, ribadiamolo, sono problemi soprattutto di redditività). Il cerino resterà in mano al consorzio di garanzia - Mediobanca, J.P. Morgan, Bank of America Merrill Lynch, Citi, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs e Santander - che però, per il momento, non si è impegnato in modo definitivo a sottoscrivere le nuove azioni.
Guarda caso.
Oppure, e secondo me è assai più probabile, resterà i mano a soci e obbligazionisti subordinati della banca, che esploderà in faccia a Renzi o a chi ci sarà, allora, al posto suo. Con buona pace del signore qui accanto (da  Milano Finanza), e delle sue sicurezze.
In ogni caso, il puzzo dell'ammuina si sente lontano un chilometro.
Per chi non ci credesse, rimando a questo ottimo articolo - documentato, chiaro, esaustivo - di Palombi sul Fatto Quotidiano.
Poi c'è lo psicodramma Unicredit che, come si sa, non ha sostanzialmente passato gli ultimi stress test nel caso di "scenario avverso".
La Banca deve fare un aumento di capitale molto significativo, di 5 miliardi (se si presume un tasso di coverage degli NPL al 67% e degli altri crediti problematici al 40%, come per Montepaschi) o - assai più probabilmente - di 7 miliardi (con coverage degli NPL a poco meno dell'80% e degli altri crediti problematici oltre il 30%, che sono gli standard di mercato al momento).
Questi soldi, insomma, servono.
Ma l'aumento non si fa subito. Si aspetta gennaio o febbraio prossimi, addirittura dopo Mps.
Perché?
La versione ufficiale è che l'esatto ammontare dell'aumento possa essere stimato soltanto dopo la cessione di alcuni gioielli della corona, Pekao (secondo gruppo bancario polacco) e Fineco (banca multicanale con una solida rete di promotori finanziari), la quotazione in borsa di Pioneer (società di asset management che doveva essere fusa con la sua omologa controllata da Santander, prima che tutta l'operazione finisse inopinatamente in vacca), la fine della vicenda relativa allo scorporo di parte delle attività di Bank Austria (per la successiva vendita di quello che resta).
Non solo: per rendere il tutto più fumoso si parla anche di un convertendo da un paio di miliardi che permetterebbe di spostare nel tempo l'aumento, riducendo anche la diluizione, inevitabile, delle fondazioni bancarie (che in primo luogo non hanno soldi, in secondo devono rispettare il vincolo del 30% imposto, a buoi ampiamente scappati, da quel sovrano illuminato dell'Acri che è Giuseppe Guzzetti). I risultati di un'operazione del genere si possono immaginare...
Anche qui, il puzzo dell'ammuina è quasi mefitico.
E prende anche un non so che di molto sinistro, ove si consideri il ruolo di Mediobanca, "garante italiano" dell'aumento Mps, che tanto italiano potrebbe non esserlo più, se Mustier per guadagnare altro tempo decidesse di disfarsi anche della quota che Unicredit ha in MB.
Se poi a questo aggiungiamo l'inerzia del governo rispetto ai rumors che vorrebbero una fusione fra Axa e Generali sotto l'egida di Bolloré, con conseguente perdita dell'ultimo player internazionale davvero nostro, si capisce come siamo messi (male).



Ancora un esempio (grazie a Patrizia Grilli che me lo ha fatto ricordare).
Vi ricordate la questione? Prima le quattro banche dovevano essere vendute entro aprile (ma era segreto). Poi dovevano essere cedute entro settembre (ma era segretissimo). Ora si ricomincia. In modo da regalarle entro la fine dell'anno (e non è un segreto per nessuno).
Questo solo per quello che riguarda il settore bancario e assicurativo.
Ma si potrebbero portare un altro milione di esempi.
E tutto questo, perché?

PERCHÉ A OTTOBRE (O NOVEMBRE, O DICEMBRE) C’È IL REFERENDUM COSTITUZIONALE E DUNQUE RENZI, DA STATISTA QUALE È, PUR DI VINCERLO HA DECISO DI BLOCCARE UN INTERO PAESE IN UN MOMENTO ECONOMICAMENTE E POLITICAMENTE DRAMMATICO DELLA SUA STORIA.

Se ne è accorto anche Travaglio...
L'unico che si sta cercando di ritagliare il ruolo da "profeta di sventura" (mentre invece, sorprendentemente, Banca d'Italia continua col refrain per cui "va tutto bene, madama la marchesa", e scrive addirittura, apertamente, di "ripresa") è Padoan, ma va capito poverino, lui ha già la valigia in mano verso lidi più al riparo dal processo democratico.
Intanto il tempo passa. La situazione si deteriora sempre di più. E già si intravede dove andremo a parare: arriverà l'ESM e saremo noi a chiamarlo (d'altro canto, le potenze straniere, a partire da Roma in avanti, hanno sempre operato così per annettersi nuovi territori...). La lotta è solo per stabilire chi sarà il viceré di questo ex Stato sovrano, lo stesso Renzi - che, diciamocelo, altro non è che un Quisling, o uno Tsipras, qualunque - oppure Di Maio.

E L'ESM, REPETITA IUVANT, ALTRO NON È CHE LA TROIKA, CIOÈ QUELLA SIMPATICA ACCOLITA DI ISTITUZIONI CHE HA RIDOTTO ALLA FAME UN PAESE, UN PO’ PER FAR RIENTRARE DEI PROPRI CREDITI FOLLI BANCHE FRANCESI E TEDESCHE, E UN PO’ – IN FONDO - ANCHE PER DIVERTIMENTO (MICA CAPITA TUTTI I GIORNI DI POTER SPERIMENTARE DAL VIVO).

L'ho già scritto qui e qui.
Ora lo dice anche il giornale.
(Bini Smaghi è questo). 

Da Fate presto! a Fate tardi!. Il risultato però è sempre quello.

martedì 26 luglio 2016

Montepaschi #2 (un po' d'ordine sul bail-in)

Insomma, alla fine pare che la soluzione prescelta per dare ancora un po' di ossigeno al malato terminale Montepaschi (con ogni probabilità unico bocciato agli esami truccati degli stress test) sia quella "di mercato", ammesso che - nel pasticciaccio brutto che sta diventando la gestione del sistema finanziario italiano - questo termine abbia ancora un qualche senso.
Nella pratica Atlante, una volta rimpinguato di nuovi capitali (500 milioni dalle Casse di previdenza, 1 miliardino da SGA e CDP, qualche altro soldarello ancora da Unicredit e Intesa, tanto son messe bene), dovrebbe acquisire 9 miliardi e 600 milioni di sofferenze nette della banca, a un prezzo non di molto sotto di quello di mercato, "creando" così un ammanco di capitale per Mps stimabile tra i 2 e i 3 miliardi di Euro. Ne abbiamo diffusamente parlato in calce a questo post.
La BCE, dicono, ha chiesto uno sforzo ben maggiore, diciamo pure doppio. Nel frattempo, il governo preme su UBI perché faccia da cavaliere bianco e si mangi tutto il boccone, rimanendone prevedibilmente strozzato. A volare sulle carogne sta già l'avvoltoio (sotto forma di garante dell'eventuale aumento, nonché - udite udite - di emittente del prestito ponte da 6 miliardi tondi tondi che servirà a Atlante in attesa della cartolarizzazione GACS): JP Morgan.
Non è detto che poi tutto finisca in qualcosa di più opaco, una soluzione mista che preveda lo spezzatino di parte della rete Mps (UBI che si prende Antonveneta, Banco Popolare che si prende il brand della Banca dell'Agricoltura: vedi qui) e un aumento ridotto.
Non è secondario, peraltro, sottolineare ancora una volta che questa sedicente "operazione di mercato", se sarà portata a termine, andrà a spese dei pensionati che versano nelle casse previdenziali diverse dall'INPS (leggi: professionisti). Che poi queste Casse siano controllate dal Ministero dell'Economia, che è anche socio di Montepaschi, è un dettaglio insignificante.
O, in altri termini...
Né meglio è la proposta di Boccia, che tornato di recente da Marte si straccia le vesti per la situazione delle banche italiane e propone di risolverla dissanguando Cassa Depositi e Prestiti, cioè - senza troppo girarci intorno - il risparmio postale.
Già questo basterebbe a comprendere con chi si ha a che fare. Tuttavia in questo post vorrei approfondire un'altra questione.
E cioè: se l'art. 32 della Direttiva BRRD, cioè della Direttiva che ha istituito il bail-in, permette (laddove la banca necessiti "di un sostegno finanziario pubblico straordinario... al fine di evitare o rimediare a una grave perturbazione dell’economia di uno Stato membro e preservare la stabilità finanziaria") che lo Stato provveda ad "una garanzia dello Stato a sostegno degli strumenti di liquidità forniti da banche centrali... [o] sulle passività di nuova emissione", oppure a "un'iniezione di fondi propri o all'acquisto di strumenti di capitale a prezzi e condizioni che non conferiscano un vantaggio all'ente...", perché il governo italiano ha deciso non solo di non sottoscrivere un eventuale aumento di capitale di Montepaschi ma, pare, neppure di garantirlo?
Eppure Rodomonte da Rignano aveva ben preso questa strada! A Siena - freschi freschi della carriera appena corsa - già si esultava, anche se sottovoce per non disturbare il manovratore...
La spiegazione sta nel successivo comma del medesimo articolo 32.
"...Le garanzie o misure equivalenti ivi contemplate sono limitate agli enti solventi e sono subordinate all'approvazione finale nell'ambito della disciplina degli aiuti di Stato dell’Unione. Dette misure hanno carattere cautelativo e temporaneo e sono proporzionate per rimediare alle conseguenze della grave perturbazione e non vengono utilizzate per compensare le perdite che l’ente ha accusato o rischia di accusare nel prossimo futuro".
Le garanzie sono subordinate all'approvazione finale nell'ambito della disciplina degli aiuti di Stato.
Qui sta tutto il rebus.
- Eh, ma la Germania...!
- Sì, però la Commissione...!
Tutto vero.
In parte.
Cioè falso.
La Commissione, già in tempi non sospetti, ha specificato in quali casi è possibile procedere ad un aiuto di Stato nei confronti di una Banca.
Lo ha fatto in modo formale, con propria Comunicazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 luglio 2013.
Di recente, questa Comunicazione ha fatto molto parlare di sé, perché è stata oggetto di una Sentenza della Corte di Giustizia UE (CGUE) dello scorso 19 luglio, relativa alla sua validità ed alla sua corretta interpretazione (si tratta della causa C-526/14, che trovate qui).
Ovviamente, i giornali ci si sono buttati a pesce, dando della pronuncia le interpretazioni più stravaganti. Riporto qualche tweet tra i più deliranti.


In realtà, la sentenza - trattando della corretta interpretazione di una Comunicazione del 2013 - difficilmente avrebbe potuto pronunciarsi sul sistema del bail-in, introdotto del 2014, a meno di non riconoscere ai giudici capacità divinatorie che, francamente, non credo abbiano. Forse si voleva dire che la Corte, con la propria pronuncia, ha riconosciuto la legittimità dei diversi sistemi legali che impongono ad azionisti e creditori delle banche di partecipare al risanamento delle stesse e che un particolare tipo di questi sistemi è proprio quello di cui alla Direttiva BRRD.
Però capisco che si tratta di un periodo di tre righe con due proposizioni unite in modo paratattico, un po' troppo per il giornalismo nostrano.
Ora, la Comunicazione del 2013 è molto chiara nello stabilire il principio per cui aiuti di Stato possono "essere concessi soltanto a condizioni tali da comportare un’adeguata condivisione degli oneri da parte degli investitori esistenti" (punto 40). Tale adeguata condivisione "comporterà di norma, una volta che le perdite saranno state in primo luogo assorbite dal capitale, contributi da parte di detentori di capitale ibrido e di debito subordinato... nella massima misura possibile..:", non essendo invece necessario il contributo dei "detentori di titoli di debito di primo rango" (punti 41 e 42). In altri termini: "gli aiuti di Stato non devono essere concessi prima che capitale proprio, capitale ibrido e debito subordinato siano stati impiegati appieno per compensare eventuali perdite" (punto 44).
Certo, il successivo punto 45 aggiunge che "è possibile derogare a quanto richiesto ai punti 43 e 44 se l’attuazione di tali misure metterebbe in pericolo la stabilità finanziaria o determinerebbe risultati sproporzionati", qualora "l’importo degli aiuti da concedere sia limitato rispetto agli attivi della banca ponderati per il rischio e la carenza di capitale sia stata notevolmente ridotta, in particolare mediante misure di raccolta di capitale..." sul mercato, ma mi pare chiaro che la Commissione ha recisamente escluso questa evenienza.
Sulla questione, peraltro, ha scritto un post di grande pregnanza Luciano Barra Caracciolo.
Ricapitoliamo fino a qui.

La BCE ha intimato a Montepaschi di cedere 10 miliardi di sofferenze nette. O ora o subito. Se le dovrebbe comprare Atlante, probabilmente a un prezzo superiore a quello di mercato, ma non abbastanza alto per evitare un aumento di capitale alla banca. L'aumento, ovviamente, non lo sottoscriverebbe nessuno, con conseguenti scenari di bail-in. Il bail-in, però, comporta perdite in termini economici per i risparmiatori (detentori di bond subordinati ed anche senior, forse correntisti), ma soprattutto perdite in termini elettorali per Matteo nostro. Dunque l'ideona è mettere una garanzia statale all'aumento, o addirittura sottoscriverlo, utilizzando la "scappatoia" dell'art. 32 della BRRD. Che però, ahimé, impone di sacrificare gli obbligazionisti subordinati, come richiesto dalla Commissione già nel 2013 (è quello che, i giornalisti fichissimi, chiamano burden sharing). Comunque, eventualmente, dicono sempre a Bruxelles, questi bond holders li potete indennizzare "a cose fatte", restituendo - a certe condizioni - il maltolto.

E allora, qual è il problema?
I problemi sono due. Uno è questo.


Montepaschi ha ancora sul mercato 5 miliardi di subordinati, la maggior parte dei quali piazzati al retail (cioè in mano alle famiglie). Applicare il principio del burden share significherebbe dunque mettere in seria difficoltà moltissime persone, spesso ex dipendenti della Banca, che si sono fatti pagare i premi di rendimento e parte della liquidazione in azioni, e che per spirito di fedeltà hanno anche sottoscritto, con ulteriori risparmi, titoli con un buon rendimento, certo più rischiosi di un senior bond, ma comunque garantiti da quello che, un tempo, era fra i più solidi istituti italiani.
Renzi questo lo sa. E sa anche che moltissime di queste persone vivono in Toscana. Una regione che, dopo questa catastrofe, potrebbe essere assai meno rossa che in passato (ma tanto lui si consola con la nuova roccaforte di Varese).

La soluzione al problema sembrerebbe però a portata di mano. Prima si tosano i bond subordinati, quindi si costituisce un meccanismo di indennizzo automatico per i risparmiatori colpiti. Ma ecco che si presenta il secondo problema.
Il governo - in primo luogo - non può non tenere conto della gestione micragnosa e sostanzialmente punitiva dei rimborsi per i detentori di obbligazioni subordinate di Banca Etruria (ne abbiamo parlato diffusamente qui).
Ma, soprattutto, non può non tenere conto di quanto è successo in Portogallo, dove la Banca centrale portoghese - per migliorare i ratio patrimoniali del Novo Banco, ex Banco Espirito Santo - ha imposto, a fine 2015, il trasferimento da NB (nuova good bank teoricamente sana, in realtà piuttosto malandata) al vecchio BES (rimasto in piedi come bad bank, per la gestione delle sofferenze pregresse) di quasi 1 miliardo e mezzo di bond senior.
Si è scatenato il finimondo.
In realtà, la scelta è stata fatta con un criterio.
Quei bond erano in mano, per intero, a investitori istituzionali internazionali, i quali l'hanno presa così bene da denunciare la Banca del Portogallo di fronte alla magistratura lusitana. Oltre che, un po' più in sordina, ma con risultati ben visibili, a rendere un inferno le aste dei titoli governativi portoghesi.
Osservo, di straforo, l'equilibrio e veridicità con cui titolò all'epoca il Sole24Ore.


Comunque, il grafico dello spread dei titoli portoghesi è questo.


Raddoppiato da dicembre a febbraio.
La morale è molto semplice: se lo Stato mette i soldi, gli obbligazionisti subordinati ci rimettono l'osso del collo. Punto e basta. Ai governi resta solo una scelta: perdere le elezioni, o perdere clienti alle aste dei propri titolo di Stato. È tra gli inconvenienti di aver voluto una Banca centrale così detta indipendente.
Ecco allora che, alla fine di questo ridicolo gioco dell'oca, si ritorna alla prima casella. Si inventa un'operazione di mercato, che di mercato non è, che non risolverà i problemi di Montepaschi, ma esporrà a maggior rischio Unicredit e Intesa, e probabilmente affosserà UBI.
Triplete.


Ciò detto, mi sia concessa qualche nota autobiografica. Chi non è interessato, smetta pure di leggere, non si perderà nulla.
Montepaschi, il burden sharing lo ha già provato, eccome. Ha inciso sulla carne viva di una comunità, oltre che su quella di chi, come me, è dipendente di quello che un tempo ne era il maggiore azionista e che ora si trova a possedere meno dell'1,5%.
A novembre 2008 Mps acquista Antonveneta. I giornaloni, ovviamente, stappano autarchicamente spumanti e champagne, mentre la borsa penalizza fortemente il titolo, visto il prezzo assai elevato, di 9 miliardi di Euro (in realtà, alla fine, l'esborso vero - compresa copertura delle linee di credito attivate da Santander - sarà quasi doppio, pari a 17 miliardi), per di più pagato cash con 8 bonifici, di cui uno, chissà perché, di 2 miliardi e mezzo, indirizzato alla Abbey National Treasury a Londra (i maligni sostengono poi che sia tornato indietro grazie allo scudo fiscale, ma noi ovviamente, in mancanza di riscontri certi, non c crediamo).
Per pagare questa massa immensa di denaro, a maggio 2008 il Monte lancia un aumento di capitale da 5 miliardi (di cui 2 e mezzo sottoscritti dalla Fondazione) ed emette, tra i primissimi in Italia, un c.d. "titolo ibrido", un altro miliardino tanto per gradire. Il famigerato Fresh. La Fondazione, in sostanza, ne sottoscrive - sia pure non direttamente - la metà.
Chiariamo una cosa. Montepaschi questi soldi li incassa, certo. Ma li gira, come detto, al Santander. Sono, quindi, 7 miliardi (di cui 3 miliardi e mezzo di una città, di un popolo) letteralmente buttati. Non solo, oltre questo, al Santander - o a chi per lui - di miliardi ne arrivano altri 10.
Montepaschi non ha più un soldo in cassa.
Sì, perché per quanto sembri strano a molti scienziati di Twitter, le banche i soldi devono procurarseli, non li fabbricano. Normalmente se li fanno prestare da altre banche, tant'è vero che - a seconda della divisa prescelta - esistono anche appositi tassi di riferimento: qualcuno avrà sentito parlare di Euribor e Libor (per altri, nonostante l'attività dell'apostolo della tecnica bancaria, è una partita persa).
Ora, stiamo parlando di un periodo in cui Unicredit "andò per uno" dal fallire proprio per problemi di liquidità (aumenti di capitale a raffica: 3 miliardi nel 2009, 7 miliardi e mezzo a inizio 2012). Erano gli anni in cui, venuta meno la specializzazione delle banche, per gonfiare i Roe a due cifre (con conseguente bonus per l'A.D.) si era presa l'ottima piega di indebitarsi a breve, anzi a brevissimo, e di impiegare a lungo, se non a lunghissimo. Con ovvie conseguenze una volta che lassù al Nord, travolti dalla crisi dei subprime, decisero di chiudere alcuni rubinetti.
Bene, proprio in questo periodo, per l'esattezza a primavera 2010, Banca d'Italia inizia a mettere Montepaschi nel mirino, convoca più volte Mussari - nel frattempo divenuto Presidente dell'Abi (per dire la lungimiranza) -, si reca a Siena, inizia un'ispezione vera e propria, conclude evidenziando i forti problemi di liquidità determinati da alcune operazioni in derivati su titoli di Stato (passati poi alla storia patria sotto i nomi di Alexandria e Santorini) e imponendo l'invio a Roma di dati giornalieri proprio sulla liquidità.
In questo contesto Mussari assicura formalmente alla Fondazione che nessun aumento di capitale è all'orizzonte. E la Fondazione ci crede. Ci crede davvero, tant'è che - quando viene lanciato, nel giugno successivo - l'aumento di capitale da 2 miliardi, si trova totalmente impreparata. Sia questo aumento, sia soprattutto quelli successivi del 2014 e del 2015 (8 miliardi in due anni), hanno una caratteristica, quella cioè di essere "iperdiluitivi". Che è come dire: se sottoscrivi bene, se non sottoscrivi quello che hai non vale più nulla.
Cioè, il bail-in (sia pure per i soli azionisti) prima del bail-in. Così la Fondazione, negli ultimi attimi della propria grandezza, nell'estate 2011, per sottoscrivere l'aumento pro quota (il 48% del totale), si trova indebitata di 1 miliardo di Euro (sì, esatto, prende un finanziamento, da restituire per certo, per acquistare azioni, dal corso incerto). Il successivo crollo del titolo Mps la rende inadempiente nei confronti delle banche finanziatrici già a novembre. Prima dell'aumento del 2014 - e dopo un drammatico rinvio, a fine 2013, dell'aumento da 5 miliardi grazie all'energia e alla sagacia di una donna maremmana che ha fatto per Siena quello che generazioni di senesi non hanno saputo fare - la Fondazione ha venduto quasi per intero il suo pacchetto azionario in Montepaschi, ma soprattutto, per rientrare del proprio debito, ha ceduto, come ha potuto, tutti i gioielli di famiglia: la quota in Intesa, quella in Mediobanca, quella in Cassa Depositi e Prestiti, quella nel fondo Clessidra, e così via. Resta con un piccolo peculio di risorse liquide, meno di un decimo di quelle che furono.
Ma non basta. Il Fresh, in quanto titolo subordinato, cessa di pagare le cedole ed inizia a perdere in modo significativo di valore, finché non diventa addirittura conveniente per i suoi detentori convertirlo, secondo regole prefissate, in azioni Mps. In media, l'80% dell'investimento viene meno, il resto segue il corso delle altre azioni Montepaschi. E così il bail-in, che non si chiamava bail-in, si abbatte anche sugli ibridi. Cerchio chiuso.
Il resto è storia recente. Riguarda solo marginalmente me, e quasi per nulla Siena.
Probabilmente il prossimo aumento darà atto, ufficialmente, di una fine già scritta. Anche l'Impero romano era caduto ben prima del 476.

martedì 19 luglio 2016

Il CCNL e le gabbie salariali (chi si fa agnello, leone se lo mangia)

La Francia è stata bloccata dei mesi per gli scioperi e le piazze traboccavano di manifestanti contro la Loi Travail (cioè il Jobs Act in salsa transalpina). Tuttora continuano le proteste, nonostante metodi di approvazione delle norme non proprio democratiche. Norme che, come ben si sa, sono state adottate, in due mandate, anche da noi, prima grazie alla Legge Fornero, che il Signore ce la conservi, quindi coi decreti a nome merigàno di Matteo nostro. Il tutto, a fronte di un paio d'ore di sciopero.
Per dirla tutta:
D'altronde, il motivo esiste.
Siccome siamo dei gran pecoroni, e chi si fa pecora il lupo se lo mangia, le nostre amate élite trafficano - di festival in festival, come vedremo - onde cercare di peggiorare ulteriormente quello che sembrava già un capolavoro di mostruosità. Nel frattempo, si danno alla cosmesi da prima pagina dei giornaloni, in modo da non cambiare assolutamente nulla, ma riuscire comunque a sviare l'attenzione dai temi concreti.

Prima parte: i voucher.
Seconda parte: il Festival del Lavoro (!).
Terza parte: l'attacco al contratto collettivo nazionale.

* * * * *

Il meraviglioso edificio del Jobs Act (cinque decreti delegati: nn. 81, 148, 149, 150 e 151 del 2015) ha già bisogno di qualche ritocchino. Come se aveste comprato casa nuova e dopo sei mesi cascasse la facciata. I sullodati ritocchini, peraltro, non sono poi così marginali: tra gli altri, quello che riguarda il "lavoro accessorio", meglio noto ai precari d'Italia col nome esecrando di voucher, e quello relativo alla possibilità di trasformare i contratti di solidarietà “difensivi” in “espansivi” (con - ti pareva! - la previsione di incentivi per il datore di lavoro).
Come si sa, infatti, ad oggi la comunicazione di inizio della prestazione è fatta con riferimento ad un arco temporale che può arrivare sino ai 30 giorni successivi, senza l’identificazione in anticipo del giorno preciso di inizio della prestazione. In altri termini: io dichiaro oggi di voler utilizzare un voucher, e solo per questo sono in qualche modo coperto rispetto ad eventuali controlli dell'Ispettorato del lavoro per tutto il mese successivo.
Un po' come se togliessero l'obbligo di obliterazione dei biglietti sull'autobus.
Il governo ha deciso di correre ai ripari (com'era già successo, in passato, col lavoro intermittente), imponendo al datore di lavoro di comunicare, 60 minuti prima dell’inizio della prestazione, mediante SMS o posta elettronica, i dati del lavoratore e luogo e durata della prestazione stessa.
Bene? Insomma.
Intanto l'intervento è limitato, perché esclude del tutto i datori di lavoro non imprenditori (quindi, specularmente, proprio quei lavoratori per cui la disciplina era nata: colf, giardinieri, badanti, e in generale tutti coloro che svolgono servizi alla persona a domicilio) e limita fortemente la propria innovatività nei confronti degli imprenditori agricoli (cui è consentito di effettuare la comunicazione di inizio della prestazione con riferimento ad un arco temporale sino ai 7 giorni successivi, quasi che il "nero" debba essere consustanziale al lavoro nei campi).
Secondariamente, è evidente che la norma avrà la stessa effettività di una grida manzoniana, dal momento che molto difficilmente gli uffici si muoveranno autonomamente per controllarne il rispetto. La disposizione funzionerebbe in caso di estese denunce da parte dei voucheristi, i quali tuttavia - in un mondo ad elevatissimo tasso di ricatto (grazie al combinato disposto di mansioni spesso non qualificate, di quelle che piacciono tanto a Philippe Daverio, e di una disoccupazione giovanile che veleggia attorno al 40%) - molto probabilmente faranno buon viso a cattiva sorte.
Ma soprattutto, l'innovazione non coglie la sostanza del problema.
Sì perché, a mio avviso, resta aperta la questione della qualificazione della prestazione del voucherista, ulteriore rispetto a quella retribuita col voucher medesimo, come "lavoro nero". La nota del Ministero del Lavoro del 12 luglio 2013, n. 12695, chiarisce infatti che, "in merito all'utilizzo di prestazioni di lavoro accessorio comunicate preventivamente all'INPS/INAIL, ma in assenza di corresponsione di voucher per alcune giornate..., la mancata remunerazione di alcune giornate di lavoro non potrà dare luogo all'irrogazione della maxi sanzione [per lavoro irregolare], in considerazione dell'avvenuta comunicazione preventiva agli Istituti".
Non potrà dare luogo all'irrogazione della maxi sanzione.
Certo, la nota lascia aperta la possibilità di procedere alla trasformazione del rapporto "in quella che
costituisce la forma comune di rapporto di lavoro, ossia il rapporto di natura subordinata a
tempo indeterminato, con applicazione delle relative sanzioni civili e amministrative"; tuttavia questa possibilità è limitata "a quelle prestazioni rese nei confronti di una impresa o di un lavoratore autonomo secondo i canoni della subordinazione" e, comunque, richiede un'attività istruttoria e probatoria importante agli uffici.
Tracciare i voucher non serve a nulla. L'unica cosa da fare è abrogarli, o al limite riportarli entro ambiti molto ristretti, come quando furono creati dalla Legge Biagi. Il resto è un palliativo che non affronta lo scandalo di un rapporto di lavoro che non è neppure qualificabile come tale, che impone salti mortali legislativi e accertativi per irrogare le sanzioni, che - anche sotto la più occhiuta burocrazia - sarà sempre fonte di abuso, ricatto e sommerso.

* * * * *

Dovete sapere che in Italia si tiene anche il Festival del Lavoro. Che poi sarebbe come se nel Sahara facessero il Festival della neve, ma tant'è. Per aggiungere danno alla beffa, quest'anno gli argomenti clou erano il "contratto a tutele crescenti" e il "nuovo art. 18" dello Statuto dei lavoratori: parlare di corda in casa dell'impiccato e vivere felici.
I seguaci del Barone Leopold von Sacher-Masoch si sono dunque potuti gustare un fantastico monitoraggio dell'Ufficio di Statistica della Fondazione Studi del Consiglio nazionale dell'Ordine dei Consulenti del lavoro, da cui emergerebbe che col contratto a tutele crescenti diminuiscono i licenziamenti (anche grazie agli incentivi statali, aggiungono... bontà loro) e un intervento illuminante del prof. Antonio Vallebona.
Quest'ultimo ha nuovamente scoperto la ruota sottolineando come il Jobs Act semplicemente si ponga nel solco di una rivoluzione già anticipata dalla Fornero - ne abbiamo parlato qui - e come entrambe questi atti normativi non si preoccupino tanto della liceità o meno del licenziamento, quanto della mera predeterminazione del risarcimento dovuto al lavoratore.
Tipo Codice di Hammurabi: "Qualora un medico esegua una seria operazione su un asino od un bue, e lo uccida, pagherà al proprietario un quarto del suo valore".

* * * * *

Oltre al Festival del Lavoro esiste anche il Festival dell'economia (ma limitarsi alla Sagra della salsiccia, no?).
Un palcoscenico importante, utile - in questo caso - per rilanciare un tema tanto caro ai liberisti de' noi altri: l'attacco al buon vecchio CCNL. Il tema della tavola rotonda tra Andrea Ichino (in secondo grado di meritocrazia con Pietro), Tito Boeri e Enrico Moretti aveva un titolo che era tutto un programma: divari territoriali e contrattazione: quando l'uguale diventa disuguale.
La questione è vecchia. Ne abbiamo già parlato qui. Ne hanno inoltre parlato in un ottimo articolo Marta e Simone Fana, i quali, fra l'altro, fanno la seguente osservazione: con proposte di questo tipo "viene svuotato di fatto il principio della solidarietà fiscale, che aveva costruito la base dello stato sociale, rovesciando la funzione del fisco da garante dell’esercizio dei diritti costituzionali (salute, istruzione, accesso ai beni pubblici) a guardiano degli interessi dell’impresa. La richiesta di rovesciare i meccanismi redistributivi a vantaggio degli interessi forti è un suggerimento al governo a continuare quella politica di riforme, a quanto pare solo abbozzata con il Jobs Act e la proposta di riforma della Costituzione. La prospettiva assume quindi i tratti di un tentativo di ridefinire un nuovo impianto costituzionale, che prevede la 'messa a valore' del pubblico e lo spostamento dell’esercizio della sfera di giurisdizione dallo stato al mercato, il solo che competerà nella definizione dei diritti stessi dei cittadini".
Si tratta di un punto molto importante, ma mi sembra detto veramente molto bene, e dunque non ci torno. Rimando soltanto ai "mandanti" di questo modo di (non) concepire lo Stato, e lascio a voi riflettere su quali conseguente si possano trarre dal fatto che i sicari siano professori - e politici - che si professano di sinistra.
Io, più modestamente, vorrei (ri)fare solo qualche osservazione ulteriore.


Primo. Mi pare assolutamente disonesto, dal punto di vista intellettuale, presentare come "proposte" quelle di Ichino & soci. In realtà, la questione è da tempo nell'agenda dei governi, ed anzi siamo già molto avanti nello scardinamento del CCNL. Però i giornaloni ne iniziano a parlare solo ora, in modo dubitativo, come fosse la paturnia di qualche esperto, tanto siamo d'estate. Si tratta del noto metodo Juncker: sparo il ballon d'essai, guardo le reazioni, poi vado avanti.
Ricordo infatti due normicine presenti nel nostro corpus normativo.
L'art. 51 del D. Lgs. n. 81 del 2015 (made in Renzi) dispone testualmente che "salvo diversa previsione, ai fini del presente decreto [che regola alcune bagatelle come il lavoro a tempo determinato, part-time, flessibile, apprendistato, ecc.], per contratti collettivi si intendono i contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale e i contratti collettivi aziendali stipulati dalle loro rappresentanze sindacali aziendali ovvero dalla rappresentanza sindacale unitaria".
Cioè: questi (nazionali) e quelli (territoriali) pari sono.
Ma non basta.
Mi risulta infatti sempre in vigore l'art. 8, D.L. n. 138 del 2011 (made in Berlusca): "i contratti collettivi di lavoro sottoscritti a livello aziendale o territoriale... possono realizzare specifiche intese... finalizzate alla maggiore occupazione, alla qualità dei contratti di lavoro, all'adozione di forme di partecipazione dei lavoratori, alla emersione del lavoro irregolare, agli incrementi di competitività e di salario, alla gestione delle crisi aziendali e occupazionali, agli investimenti e all'avvio di nuove attività. Le specifiche intese di cui al comma 1 possono riguardare la regolazione delle materie inerenti l'organizzazione del lavoro e della produzione con riferimento:  ...; b) alle mansioni del lavoratore, alla classificazione e inquadramento del personale; .... Fermo restando il rispetto della Costituzione, nonché i vincoli derivanti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali sul lavoro, le specifiche intese... operano anche in deroga alle disposizioni di legge che disciplinano le [succitate] materie... ed alle relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro".
Cioè: se anche il contratto territoriale deroga in peggio al nazionale, pazienza. Si applica lo stesso.

Secondo. Come al solito, si cerca di curare una crisi di domanda agendo dal lato dell'offerta.
Le imprese italiane vendono poco, dunque hanno problemi economico-finanziari che incidono anche sulle loro scelte di investimento e, in ultima analisi, sulla loro produttività? Potremmo incrementare il potere di acquisto dei loro potenziali clienti e dunque la domanda aggregata... No! Siccome i caffè che facciamo restano tutti sul bancone, risolviamo facendo più caffè (eventualmente, a un costo un pochino meno elevato). Si tratta della famosa legge dell'offerta e dell'offerta.
Non può d'altronde essere che così, almeno nella mente dei nostri governanti. Menti che, per inciso, producono questo.

Terzo. In buona sostanza, quello che intende dire Ichino è che, siccome Nord Italia e Sud Italia utilizzano la stessa moneta, ma la produttività del Nord Italia è superiore a quella del Sud Italia, per rendere competitive le imprese del Mezzogiorno è necessario ridurre il costo del lavoro sotto Roma. Bisogna cioè pagare meno i lavoratori meridionali.
Vi ricorda qualcosa? Provate a sostituire alla frase di cui sopra la parola "Italia" con la parola "Europa". Forse vi aiuta.
Tra diversi Paesi, d'altronde, non c'è neppure bisogno di una legge. Basta la disoccupazione, come dimostra questo recente post.


E che sia così non lo dico io, e nemmeno Bagnai. No, lo dice la BCE, e lo dice - per l'esattezza - dal 5 agosto 2011, quando Mario Draghi e Jean Claude Trichet mandarono al Silvione nazionale una simpatica letterina. Riporto alcuni brani particolarmente significativi: "caro Primo Ministro, il Consiglio direttivo della Banca centrale europea (Bce) il 4 agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un'azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori.  Il vertice dei capi di Stato e di governo dell'area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell'euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali». Il Consiglio direttivo ritiene che l'Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali... Nell'attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure...: b) ... riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione... Vista la gravità dell'attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge... Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio. Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate. Con la migliore considerazione, M.D. e J.-C.T.".
Serve altro?