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lunedì 26 settembre 2016

Il Jobs Act funziona!

Il Jobs Act - o, per meglio dire, il pacchetto formato dalla Legge Fornero e dai Decreti derivanti dalla Legge delega nota come Jobs Act - funziona.
Su questo punto, è necessario consentire con la BCE, che infatti, dopo averlo disonestamente imposto


lo ha anche disonestamente lodato.
Dico disonestamente perché il fine del Jobs Act (così come della Legge Fornero) non è certo una maggiore occupazione, ma - semplicemente - un incremento significativo della precarizzazione volto ad una compressione non marginale dei salari.
Che ad interessarsi della materia sia proprio la BCE non sorprende, dal momento che la svalutazione del lavoro consegue all'impossibilità della svalutazione della moneta.



(Se capite il perché, bene, altrimenti potete tranquillamente andare su goofynomics e imparare lì. Se poi non riuscite neppure a vedere il nesso tra precarietà e deflazione salariale, leggete almeno questo).


Dunque, il Jobs Act funziona.

Funziona perché ha eliminato dal diritto del lavoro i diritti dei lavoratori. E lo ha fatto obliterando ogni specificità di questa branca del diritto, sempre più portato a rientrare nei parametri del diritto comune (quello, di stampo liberale, in cui tutti i soggetti economici si trovano sullo stesso piano, il pensionato come la multinazionale, per capirsi).
Che poi la Costituzione sia innervata del principio lavorista, "non... [per] negare completamente valori 'cardine' dei sistemi precedenti, ma [piuttosto per assire come] non sia più accettato che essi possano essere predominanti sulle esigenze di rispetto della personalità e della dignità dell’uomo", è un dettaglio che ormai - con una Corte i cui giudici sono Amato, Barbera o Prosperetti - può ritenersi del tutto secondario.

Alcuni esempi.

Il contratto di lavoro individuale a tempo indeterminato, in particolare dopo l'approvazione dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori nella sua formulazione originaria, si poneva come contratto dotato di speciale stabilità, in qualche modo "perpetuo" se confrontato alla vita lavorativa del contraente.
Con la Legge Fornero, che ha stravolto questa norma, e poi con il Jobs Act, che l'ha superata, le cose non stanno più così.
Oggi il contratto di lavoro è in sostanza un contratto di diritto comune: se non ha termine, è liberamente recedibile, per giusta causa senza risarcimento ovvero ad nutum salvo indennizzo (i casi ancora previsti di reintegro sono penose foglie di fico). Nel contratto a tutele crescenti, questo indennizzo è addirittura prefissato, per la tranquillità di tutti.
Tra lavoratore e impresa, soprattutto grande impresa, mi sembra abbastanza ovvio di chi si avvantaggi di questo ritorno all'antico.

L'art 4, c. 1, dello Statuto dei Lavoratori vietava "l'uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori".
Per la verità, il comma in questione lo vieta ancora. Soltanto, che, semplicemente, è una petizione di principio del tutto falsa.
Infatti il comma 2 aggiunge che "la disposizione di cui al comma 1 non si applica agli strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa e agli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze", avendo cura di aggiungere che "le informazioni raccolte... sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro, a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalità d'uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli...".
In altri termini: i controlli a distanza sono vietati, esclusi tutti quelli che possono essere realizzati mediante tracciatura di PC, tablet e smartphone aziendali. Senza dimenticarsi badge, apriporte automatici, telecomandi di garage aziendali, et similia.
Secondo il prof. Ichino, si sarebbe trattato di una bazzecola.
Io, invece, scrissi qualche riga un po' più preoccupata.
Oggi si legge questo.
In sostanza: ai fini delle norme applicabili al contratto, la multinazionale e tu siete sullo stesso piano, come quando concludi un contratto di acquisto di un chilo di pane dal fornaio; però, durante il rapporto, la suddetta multinazionale può mettere su un controllo degno di un servizio segreto per sapere se davvero lavori e come, cosa che - temo - risulti difficile dal panettiere.

Si potrebbe continuare a lungo, parlando di demansionamento, smart working, fino al vero punto di arrivo di questa terrificante deriva: la fissazione di un salario minimo che - nonostante il suo nome - in una situazione di depressione economica si trasformerà immediatamente nel salario medio.
Ma il punto è un altro.
Il punto è la totale mancanza di un principio personalista che tuteli la persona nella sua fondamentale dignità di essere umano. Dignità che, ovviamente, non è tanto e solo "libertà di" (aggiungete un po' voi il diritto cosmetico che preferite), quanto piuttosto - e principalmente - "libertà da". Dal bisogno, dalla malattia, dall'indigenza, dalla disperazione. A questo fine, la sicurezza di un lavoro retribuito in modo dignitoso (artt. 4 e 36, Cost.) è condizione assolutamente necessaria.
In questo senso, con la morte nel cuore vorrei riproporre un vecchio post, suggeritomi da una sentenza delirante della Cassazione.
...volevo segnalare agli happy few la recente Cass., sez. lavoro, 18 novembre 2015, n. 23620... Secondo gli Ermellini, a base del potere di licenziare per giustificato motivo oggettivo vi è "la necessità di ristrutturazione aziendale e la conseguente soppressione del posto spettante al lavoratore poi licenziato", anche se tale riorganizzazione, "realizzata con la soppressione di uno o più posti di lavoro, persegue... il fine di evitare perdite o incrementare il profitto". Infatti... al "controllo giudiziale sfugge necessariamente anche il fine, di arricchimento o di non impoverimento, perseguito dall'imprenditore..., considerato altresì che un aumento del profitto si traduce non, o non solo, in un vantaggio del suo patrimonio individuale, ma principalmente in un incremento degli utili dell'impresa, ossia in un beneficio per la comunità dei lavoratori"....
La Cassazione, sia pure nello stile paludato e concettoso che le è proprio, sembra voler mettere in guardia i lavoratori. Attenzione, si legge infatti tra le righe della sentenza, che il licenziamento di uno, potrebbe essere la salvezza di altri, perché in tanto saranno mantenuti i posti di lavoro, in quanto l'imprenditore potrà aumentare, a suo piacere, il proprio profitto. Dunque, si inferisce, non è il caso di solidarietà tra lavoratori, o di fronti condivisi di lotta; piuttosto ciascuno si rifugi nel suo particulare, applichi il detto mors tua vita mea... e vada avanti.
Se i lavoratori vogliono mantenere qualche diritto, o provare a riprendersi quelli già persi, devono invece recuperare la propria coscienza e dignità di classe in un periodo storico in cui le classi sociali sono state abolite per decreto, devono comprendere quali sono i loro interessi comuni (che sono, in gran parte, coincidenti con quelli di... professionisti, artigiani - evasori per definizione, sempre secondo certa stampa - e piccoli o medi imprenditori), devono identificare chi ha invece obiettivi incompatibili con il proprio benessere (e sa, tra l'altro, perseguirli molto bene).
Insomma. Più solidarietà. Meno narrazione. E anche un po' di palle.
Questo ci vuole. Lo si capisce anche dalle sentenze della Cassazione.

venerdì 16 settembre 2016

La devastazione bancaria europea

Montepaschi resta al centro dell'attenzione per la nomina ad Amministratore Delegato di Marco Morelli. A scandalizzare sono per lo più le modalità con cui è maturata la designazione: prima, Viola è giubilato da Padoan, su incarico di Renzi, per compiacere JP Morgan, che ormai più che garantire un aumento di capitale dispone della banca (o del governo?) come fosse cosa propria; quindi, l'individuazione di Morelli da parte di una società di cacciatori di teste, che chissà quanto ha incassato per fare la foglia di fico a disposizioni venute da ben altri lidi. Morelli, uomo di punta in Italia e in Europa di Merrill Lynch, ma già Vice Direttore Generale di Intesa Sanpaolo e ancora prima a JP Morgan Europa e quindi a proprio a Mps.
Non si è fatto mancare niente, il nuovo Amministratore Delegato. Ha comprato Antonveneta, ha rimediato anche una bella multa da Banca d'Italia.
Quello che è passato un po' più sotto silenzio è il ruolo del personaggio all'epoca bella di Mussari, l'uomo nero del Monte. Morelli, oltre a essere Vice Direttore Generale, è stato a lungo anche Amministratore Delegato di Mps Capital Services, cioè il soggetto giuridico del gruppo che erogava credito alle imprese.
Che erogava credito. Alle imprese. Credito - alle - imprese.
Comunque, mentre succede tutto questo, Atlante - che sarà una operazione di sistema ma intanto si fa gli affari suoi - ha stanziato un mezzo miliardino per ricapitalizzare la Popolare di Vicenza, in modo da permettere alla banca di vendere quasi 2 miliardi di sofferenze a 25 centesimi.
Il che fa molto pensare.
Se la Popolare di Vicenza vende le sofferenze a 25 centesimi, è credibile che Mps le venda a 35, come previsto dal piano talmente sponsorizzato da Viola da essere mandato via con ignominia? E se mezzo miliardo di Atlante se ne va in Veneto, con che cosa le compra Penati le tranche mezzanine del Monte? Oppure crede ancora di fare 3 miliardi di commitment?
Dunque, la cessione delle sofferenze non è più così sicura.
L'aumento, invece, è slittato.
A "dopo il referendum", indipendentemente da quando si tenga.
In questo modo, tutte le banche di affari americane hanno un autunno intero per ricattarci.
Tante volte non bastasse Fitch...
... o un ambasciatore.
Va da sé che si tratta di previsioni con lo stesso grado di attendibilità di quelle che presagivano le cavallette e un paio di glaciazioni, in caso di Brexit, nel Regno Unito (il cui attuale ottimo stato di salute sta dando molto phastidio a più di un sé dicente intellettuale).


Sempre nello Stivale, mentre Montepaschi si avvita su se stessa, è rimandata di giorno in giorno (ora siamo a fine settembre) la vendita delle 4 good bank nate dal vergognoso decreto di fine anno del nostro beneamato governo.
Queste banche sono talmente buone che le poche offerte ricevute in passato sono state rifiutate perché troppo basse, mentre ora - almeno secondo quanto si legge sulla stampa - vi sarebbe sì un interesse di BPER e di UBI, ma condizionato a una riduzione del prezzo in caso di "scoperta" di nuove sofferenze, alla certezza di aver "mano libera" per la riduzione del personale, alla prestazione di una garanzia statale tramite CDP.
Poi ramazziamo anche la stanza, per dirla col poeta.
Al solito, non mi sembra peregrino ipotizzare l'intervento del Fondo Interbancario di Garanzia dei Depositi, che dopo tutte queste operazioni (a partire da quella di Cesena) evidentemente non potrà garantire più nulla.

Dice: certo che in Italia il sistema bancario va maluccio... Ma negli altri Paesi? Tralasciamo la Grecia o il Portogallo (che rappresenta una clamorosa mina vagante di cui nessuno però, chissà perché, parla): come va nell'Europa core?

Nel resto d'Europa va malissimo. Il sistema bancario è tutto al collasso. E perché? Perché per tenere appiccicata alla meglio una moneta che si sgretola ogni giorno di più si è condannato un intero Continente alla stagnazione economica, oltre che alla completa stasi finanziaria (grazie ai tassi a zero).

La Germania, ora che è cambiata la linea editoriale e per non essere costretti a dire che l'Euro non funziona si è comunque autorizzati a parlar male del padrone tedesco, è da tempo all'onore delle cronache.

Siccome tutte e due stanno molto male - Deutsche Bank per gli enormi rischi finanziari e legali presi, Commerzbank per la compressione degli utili dovuta alla politica dei tassi nulli - ovviamente si pensa di risolvere la questione con una bella fusione.
Poi siccome la migliore difesa è l'attacco, ecco la stoccata alla BCE...
...forse rea di non aver aperto, come qualche mese fa, una linea ELA a favore di DBK, in modo da poter tranquillizzare i mercati.
Ma non finisce qui.
Prendo spunto da un interessantissimo articolo tradotto da voci dall'estero, che nota come “Deutsche Bank stia cercando di vendere almeno un miliardo di crediti [su sei totali] per alleggerire la propria esposizione verso un settore, [quello dei crediti commerciali marittimi], i cui creditori stanno finendo sotto scrutinio sempre più attento da parte della Banca Centrale Europea".
Perché? Semplice.
Il commercio mondiale langue. Di conseguenza, le spedizioni marittime vanno maluccio. Le banche esposte, soprattutto quelle tedesche, avendo margini sempre più risicati per la demenziale politica dei tassi zero, rischiano di andare a gambe all'aria.


Ma se Deutsche Bank sta male, a Brema stanno pure peggio. La Landesbank di lì, è esposta verso lo shipping in maniera imbarazzante ed ha necessità di una significativa ricapitalizzazione. Per tale motivo, circa un mesetto fa il Ministro delle Finanze di Brema aveva disinvoltamente dichiarato che la banca avrebbe beneficiato di una cospicua iniezione di denari freschi, da parte non solo del principale azionista (la banca NordLB), ma anche degli altri soci, pubblici: la città di Brema, l’associazione delle casse di risparmio della Renania Settentrionale-Westfalia, nonché lo Stato della Bassa Sassonia.
I mercati hanno reagito bene. A Bruxelles hanno fatto uno sbadiglio e una scrollata di spalle. Unicuique suum.
Poi è successo qualcosa. "Si sarà svegliata la Vestager!", direte voi. Ovviamente no, si tratta solo di beghe politiche interne. Copio pari pari il sopra citato articolo di ZeroHedge: "in un articolo... del giornale tedesco Handelsblatt, intitolato 'Gli aumenti di capitale per le Landesbank in difficoltà sono discutibili', è scritto che 'i crediti deteriorati verso il settore delle spedizioni hanno creato grosse difficoltà alla Landesbank di Brema, e la banca non è più in grado di sopravvivere senza l’aiuto del governo, ma al momento attuale un’iniezione diretta di capitale da parte dello Stato della Bassa Sassonia appare improbabile'... Secondo il presidente della Bassa Sassonia, Stephen Weil, 'un aumento di capitale da parte dello Stato e da parte della città di Brema in favore della banca in difficoltà è, al momento, irrealistico... Il metodo classico, cioè che i partner attuali forniscano essi stessi il capitale necessario, non sembra funzionare'... L’improvvisa caduta della Landesbank di Brema dalle grazie del bail-out sembra l’ultimo atto di un conflitto politico, perché, come nota Handelsblatt, Weil stava rispondendo ai commenti del suo collega Carsten Sieling (socialdemocratico) che escludeva un supporto di capitale per la Landesbank di Brema...".
Non tutto è perduto, però. L'amico americano, con il consueto pragmatismo di quel popolo, continua infatti l'articolo con una fine analisi politologica e istituzionale sul funzionamento del sistema dell'Unione Europea: "a dire il vero è possibile che una soluzione si trovi. La Merkel dovrebbe concedere il salvataggio tramite bail-out non solo alla Landesbank di Brema, ma anche a una banca italiana, dato che le due andrebbero mano nella mano".
A meno che, per compiacere gli elettori teutonici, drogati da vent'anni di bugie e propaganda, Angela non decida di sacrificare anche "una dei loro".


In Germania, no. In Italia, no. In Portogallo, no. In Grecia, Dio ci liberi. porteremo i soldi in Svizzera. Sì, ecco...
Secondo i principali analisti finanziari, UBS, Credit Suisse e Julius Baer si trovano tutti al centro della c.d. "tempesta perfetta".
I clienti stanno progressivamente riducendo i propri rischi, scelgono prodotti con margine più basso e continuano nel deleveraging dei loro portafogli, i tassi sono molti bassi, i ricavi ricorrenti pertanto si assottigliano fortemente.
A questo si aggiunga che sia Julius Baer, sia soprattutto Credit Suisse, hanno sviluppato piani piuttosto aggressivi di ampliamento, andando ad incidere pure sul livello dei costi.
Che ora, inevitabilmente, dovranno essere tagliati. Con lacrime e sangue.


Anche nel Regno Unito, dove - nonostante l'invasione delle cavallette e due glaciazioni una di seguito all'altra a causa del voto sulla Brexit - l'economia va piuttosto bene, qualche problemino finanziario, dopo la crisi terrificante di qualche anno fa, anche oggi si inizia a porre.
Intanto, ci sono i soliti problemi legali, connessi al fatto che si tratta pur sempre di banche anglosassoni, che come si sa hanno nello Statuto una deroga espressa al rispetto delle leggi nazionali (sono o non sono cross-border?). Poi ci sono Paesi che possono imporsi un minimo, e altri che devono accettare il fatto, senza fiatare. Ma questo è un altro discorso.
(Non solo anglosassoni, ovviamente...
...).
Tuttavia, lì il problema maggiore pare essere stato creato dalla Banca d'Inghilterra, che ha di recente avviato un massiccio programma di acquisto di bond corporate denominati in sterline (10 miliardi massimo). Se l'operazione ha permesso alle imprese - prima fra tutte Vodafone - di emettere titoli a prezzi particolarmente bassi, è possibile che, anche nel breve termine, deprima a tal punto i rendimenti obbligazionari da mettere in difficoltà il margine di interesse sia le banche, sia degli altri operatori finanziari (fondi pensione in primis).
La BOE giustamente copia la BCE. E crea la medesima situazione insostenibile. Il che, tutto sommato, riconcilia con l'idea che in fondo l'economia è davvero una scienza.

Ovviamente, per chi l'applica con onestà intellettuale.

martedì 6 settembre 2016

Taaaaaaacccc! (il metodo Juncker applicato al diritto del lavoro)

Imagine a pot filled with cold water. A frog is quietly swimming in it. The fire is lit under that pot. Water starts warming up. Soon it becomes lukewarm. The frog finds this rather pleasant and keeps swimming. The temperature keeps rising. Water is now warm. It's a little more than what the frog enjoys; it becomes a bit tired, but it doesn't panic. Water is now really warm. The frog finds that unpleasant, but it has also become weak, by now, so the frog stands the heat as it can and does nothing. The temperature will thus keep rising up to the moment the frog will simply end up being cooked and die, without ever extracting itself from the pot.

Wir beschließen etwas, stellen das dann in den Raum und warten einige Zeit ab, was passiert... Wenn es dann kein großes Geschrei gibt und keine Aufstände, weil die meisten gar nicht begreifen, was da beschlossen wurde, dann machen wir weiter - Schritt für Schritt, bis es kein Zurück mehr gibt.

Gutta cauat lapidem, consumitur annulus usu,
atteritur pressa uomer aduncus humo.


Il 5 agosto 2011, la Banca Centrale Europea (a firma franco-italiana) squarcia definitivamente i residui lacerti della nostra supposta sovranità nazionale e spiega per filo e per segno al nostro governo cosa sia tenuto a fare. Nel testo, breve ma denso, si legge anche questo: "il Consiglio direttivo della Banca centrale europea... ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani... Ritiene che sia necessaria un'azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori... [e] che l'Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali... Nell'attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure...: a) è necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali...;  b) c'è anche l'esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione...; c) dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti... [Inoltre], il Governo ha l'esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche... [e di] prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell'amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l'efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese...".
Essendo segretissima, ne abbiamo ovviamente anche la fotocopia.




Poiché il governo allora in carica non volle, o non seppe, eseguire gli ordini (o, come dicono quelli à la page, implementare il piano), fu simpaticamente destituito in una notte di follie, e rimpiazzato con i successivi tre esecutivi: il Monti I (di Monti, supportato da PD e PDL), il Monti II (feat. Enrico Letta, supportato da PD e PDL sotto alfaniane spoglie) e il Monti III (feat. Matteo Renzi, supportato dal PD versione nazareno, causa liquefazione del centro-destra).
I quali, obiettivamente, sono stati piuttosto solerti, soprattutto in materia di liberalizzazioni, riduzione della spesa pubblica, a tutto vantaggio del profitto privato (riforma Fornero delle pensioni), licenziamenti facili (ancora la Fornero piagnens, mediante cancellazione de facto dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori), assunzioni senza impegno tipo acquisto di materassi da Mastrota (se sei all'antica hai il contratto a tutele crescenti, se sei più moderno i voucher), attenzione sempre maggiore alla contrattazione di secondo livello (Jobs Act).
In questo blog, di queste cose, si è scritto fino alla nausea.
D'altronde, pare che fosse l'unico modo per rendere il nostro sistema istituzionale, economico e sociale un po' meno bolscevico e, dunque, un po' più attrattivo (come l'Irlanda, per capirsi. O forse è l'esempio sbagliato?).
Il testo integrale delle elucubrazioni di JP Morgan (di maggio 2013... son passati 2 anni dalla letterina di cui sopra) lo trovate qui. Per comodità, comunque, riporto qualche breve estratto.




L'incipit relativo alle riforme costituzionali, invece, lo copio proprio: "at the start of the crisis, it was generally assumed that the national legacy problems were economic in nature. But, as the crisis has evolved, it has become apparent that there are deep seated political problems in the periphery, which, in our view, need to change if EMU is going to function properly in the long run. The political systems in the periphery were established in the aftermath of dictatorship, and were defined by that experience. Constitutions tend to show a strong socialist influence, reflecting the political strength that left wing parties gained after the defeat of fascism. Political systems around the periphery typically display several of the following features: weak executives; weak central states relative to regions; constitutional protection of labor rights; consensus building systems which foster political clientalism; and the right to protest if unwelcome changes are made to the political status quo. The shortcomings of this political legacy have been revealed by the crisis. Countries around the periphery have only been partially successful in producing fiscal and economic reform agendas, with governments constrained by constitutions (Portugal), powerful regions (Spain), and the rise of populist parties (Italy and Greece)".

[Apro parentesi.
Abbiamo visto il disinteressato tentativo di JP Morgan di salvare Montepaschi. Certo, col famoso piano la banca raccatterà qualche centinaio di milioni in commissioni, ma insomma non è questo il punto! Il punto vero era che JP Morgan, se fosse stato solo per Dimon e per Renzi, la banca la risanava e poi se la comprava da sola...


......come arma di ricatto, diciamo......
Cioè, tradotto in fine analisi politica:
Ed è per questo, e solo per questo, cioè soltanto per questo, che i sullodati consulenti pretendono che l'aumento di Mps si tenga dopo il referendum: altrimenti la minaccia viene meno.
Chiusa parentesi].

Si arriva più o meno all'attualità.
I diritti dei lavoratori sono stati massacrati, tra l'altro col consenso dei sindacati che dimostrano, una volta di più, o di non capire o di essere venduti ai vertici (o probabilmente tutte e due le cose).
Basta leggere questo incredibile storify:
Resta solo il problema di questo maledetto contratto collettivo nazionale, quello - per capirsi - che fissa le retribuzioni in contraddittorio fra due parti entrambe dotate di significativa forza contrattuale, quello che - in più di un'occasione - la giurisprudenza di merito e di legittimità ha riconosciuto come parametro per la determinazione della "adeguata" retribuzione a norma dell'art. 36 della Costituzione. Matteo, che evidentemente si ispira a Attila re degli Unni e vuole dunque far vedere di riuscire anche dove gli altri prima di lui hanno fallito, parte lancia in resta.
Qualche apertura inizia a crearsela col Jobs Act. L'art. 51 del D. Lgs. n. 81 del 2015 recita testualmente: "per contratti collettivi si intendono i contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale e i contratti collettivi aziendali stipulati dalle loro rappresentanze sindacali aziendali ovvero dalla rappresentanza sindacale unitaria".
Questa norma, dirompente, si salda peraltro a quanto già prodotto dal tandem Berlusconi-Brunetta nel 2011 (art. 8, D.L. n. 138/2011), di cui si è già parlato: "i contratti collettivi di lavoro sottoscritti a livello aziendale o territoriale... possono realizzare specifiche intese con efficacia nei confronti di tutti i lavoratori interessati a condizione di essere sottoscritte sulla base di un criterio maggioritario relativo alle predette rappresentanze sindacali, finalizzate alla maggiore occupazione, alla qualità dei contratti di lavoro, all'adozione di forme di partecipazione dei lavoratori, alla emersione del lavoro irregolare, agli incrementi di competitività e di salario, alla gestione delle crisi aziendali e occupazionali, agli investimenti e all'avvio di nuove attività... Le specifiche intese... possono riguardare la regolazione delle materie inerenti l'organizzazione del lavoro e della produzione con riferimento: a) agli impianti audiovisivi e alla introduzione di nuove tecnologie; b) alle mansioni del lavoratore, alla classificazione e inquadramento del personale; c) ai contratti a termine, ai contratti a orario ridotto, modulato o flessibile, al regime della solidarietà negli appalti e ai casi di ricorso alla somministrazione di lavoro; d) alla disciplina dell'orario di lavoro; e) alle modalità di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro, comprese le collaborazioni coordinate e continuative a progetto e le partite IVA, alla trasformazione e conversione dei contratti di lavoro e alle conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro... Fermo restando il rispetto della Costituzione, nonché i vincoli derivanti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali sul lavoro, le specifiche intese... operano anche in deroga alle disposizioni di legge che disciplinano le materie richiamate... ed alle relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro".

(Bada! Queste fantomatiche intese andavano a incidere soprattutto su materie la cui regolamentazione è stata spazzata via dal Jobs Act. Proprio un caso buffo!).

Nel frattempo, Matteo manda avanti l'ariete Poletti (qui un esempio fra mille) col bastone......


......mentre lui - sin dall'anno precedente - esibisce la carota del salario minimo (grande invenzione: siccome se è troppo alto porta al lavoro nero, normalmente è fissato troppo basso, in modo da diventare - con gaudio degli imprenditori imbecilli - il salario più diffuso. Chiedere in Portogallo per maggiori informazioni).


Poi, per un po', aspetta. Applica il metodo Juncker.
Come ballon d'essai, manda avanti i professori, nella fattispecie il fratello di Ichino, Tito Boeri e Enrico Moretti, tutti arrotondati ad una tavola del Festival dell'economia (ormai festival di tal fatta si sprecano; io preferivo la sagra del cinghiale, ma questo passa il convento). Il dibattito - il cui titolo era già tutto un programma: divari territoriali e contrattazione: quando l'uguale diventa disuguale - è l'ennesima occasione per "svuotare di fatto il principio della solidarietà fiscale, che aveva costruito la base dello stato sociale, rovesciando la funzione del fisco da garante dell’esercizio dei diritti costituzionali (salute, istruzione, accesso ai beni pubblici) a guardiano degli interessi dell’impresa. La richiesta di rovesciare i meccanismi redistributivi a vantaggio degli interessi forti è un suggerimento al governo a continuare quella politica di riforme, a quanto pare solo abbozzata con il Jobs Act e la proposta di riforma della Costituzione. La prospettiva assume quindi i tratti di un tentativo di ridefinire un nuovo impianto costituzionale, che prevede la 'messa a valore' del pubblico e lo spostamento dell’esercizio della sfera di giurisdizione dallo stato al mercato, il solo che competerà nella definizione dei diritti stessi dei cittadini" (così in un ottimo articolo Marta e Simone Fana). 

Nessuna reazione. Si va avanti.
La scusa è proprio buona.
Addirittura una catastrofe naturale e la necessità di più flessibilità per la ricostruzione (che, tradotto, significa: dare all'Europa i nostri soldi e poi chiederne indietro una minima parte sotto forma di elemosina; immagino che nei regimi coloniali funzioni così).

[Parentesi.
Ovviamente, ci danno anche un piano B. Cioè la distruzione del nostro sistema economico e finanziario, sia pubblico sia privato.
(Ricordo, così tra parentesi, che quest'ultima ideona è stata sponsorizzata ai più alti livelli da alcuni professoroni di supposta nazionalità italiana. Devono avere abolito gli artt. 241 e ss. del codice penale senza che me ne sia accorto. Se no non si spiega).
Chiusa parentesi].

Insomma, dopo 5 anni l'argomento può essere messo tranquillamente all'ordine del giorno, nessuno si scandalizza, nessuno alza le barricate (meno che mai i sindacati). La rana è bollita. Svenderemo anche quest'ultimo pezzo di civiltà del diritto e tanti saluti.

Una lezione e un avvertimento.

LEZIONE.
I viceré italiani sono tollerati dalla potenza coloniale finché sono funzionali a un progetto. A tal fine, devono tirare sempre più la corda, sia pure con l'accortezza di non farsi accorgere troppo, finché la corda si rompe.
Quando la corda si rompe, il viceré è sostituito.
Pertanto: (i) lottiamo per evitare ogni arretramento nella tutela dei diritti sociali, anche il più piccolo, perché ad ogni passo indietro farà seguito un altro, maggiore; (ii) dividersi tra Renzi e minoranza PD o tra Renzi e Di Maio è ridicolo, semplicemente perché accanirsi contro una persona e sperare in un'altra è appunto funzionale al meccanismo di progressiva distruzione del nostro sistema sociale e costituzionale.

AVVERTIMENTO.
Occhio, perché il metodo Juncker ora si sta applicando alla Troika. Se rileggete il blog vedete che tante volte ha fatto capolino.
Ma ora siamo già molto molto molto avanti.

domenica 28 agosto 2016

Esopo spiega presente e futuro dell'UE

Χερσαιος μυς μακη μοιρα βατραχω εφιλιωθη. Ο δε βατραχος κακως βουλευσαμενος τον ποδα του μυος τω εαυτου ποδι συνεδησε. Και πρωτον μεν επι της χωρας ηλθον σιτον δειπνησοντες επειτα δε τω χειλει της λιμνης πλησιαντες, ο μεν βατραχος τον μυν εις το βαθος κατηγεν, αυτον βρυαζων τω υδατι και το βρεκεκεκεξ ανακραζων. Ο δε αθλιος μυς τω υδατι φυσηθΘεις ετεθνηκει· επεπλει δε τω ποδι του βατραχου συνδεδεμενος. Ικτινος δε τουτον ιδων τοις ονυξιν ηρπασεν· βατραχος δε δεσμωτης επηκολουθει, δειπνον και αυτος τω ικτινω γενομενος. Οτι, καν νεκρος η τις ισχυει προς αμυναν η γαρ θεια δικη εφορα παντα και το ισον αποδιδωσι ζυγοστατουσα.

Traduco per chi ritiene che la scuola serva solo per addestrare al lavoro ed i licei durino anche troppo (con gli altri mi scuso per non saper mettere gli accenti sulle lettere greche).
Un topo di terra, per cattiva sorte, aveva fatto amicizia con una rana. La rana, malintenzionata, legò il piede del topo al proprio. Dapprima se ne andarono sulla terra per mangiar grano; successivamente, avvicinatisi al bordo di uno stagno, la rana trascinò dentro verso il fondo il topo, mentre essa sguazzava nell'acqua e gracidava. Invece il topo, sventurato, morì annegato; tuttavia galleggiava, perché era legato al piede della rana. Dunque un nibbio, quando lo vide, lo afferrò con gli artigli: la rana, legata, gli tenne dietro, divenuta anch'ella pasto per il nibbio. Anche se uno è morto, ha la possibilità di vendicarsi: la giustizia divina vede ogni cosa e restituisce, per ricompensa, pan per focaccia.

venerdì 19 agosto 2016

Montepaschi #4 (se sbaglio mi corrigerete)

Chiedo spiegazioni. Ogni chiarimento nei commenti sarà ben accetto e anzi benedetto. Io alzo bandiera bianca.

Atlante 2 ha in cassa circa 700 milioni di Euro da parte di soggetti ricollegabili al perimetro pubblico (SGA e CDP). Per rispettare i vincoli onde non rientrare nella disciplina degli Aiuti di Stato, è pertanto necessario che raccolga somme per complessivi 3 miliardi e mezzo di Euro. Che è infatti il target del fondo da qui a luglio 2017. Ora siamo a un miliardo e 700 milioni: dei 700 milioni si è già detto, mentre il miliardo è una rimanenza del glorioso Atlante 1.
Qualcuno ha ironizzato sulla manina pubblica al liberista Penati. Ma noi non cadiamo in queste trappole di cattivo gusto.
Dove trovare, quindi, i soldi? Le Casse professionali si sono, giustamente, smarcate, anche se io credo che Matteo un ultimo tentativo proverà a farlo: privatizzazione e abbandono di ogni velleità di liberalizzazione delle professioni a fronte di qualche soldo buttato sul falò degli NPL di Montepaschi. La delega inserita nel c.d. Jobs Act del lavoro autonomo, che intende devolvere ad avvocati, notai, architetti e ingegneri importanti funzioni pubbliche in materia di contenzioso e di edifici mi pare vada in questo senso. Dal settore assicurativo non arrivano chissà quali cifre e i nomi che circolano sono sempre gli stessi (Generali, attualmente in altre faccende affaccendata, Unipol).
Tra l'altro, quello che ha racimolato finora Atlante 2 lo ha già speso, impegnandosi a sottoscrivere la tranche mezzanine degli NPL di Montepaschi; i soldi per ripetere l'operazione con Veneto Banca e Popolare di Vicenza proprio non ci sono.
E dunque? Davvero il governo pensa di coinvolgere investitori stranieri in un progetto in cui si acquistano sofferenze - valutate dal mercato 20c - addirittura a 33c, soltanto perché Mps garantisce a Atlante il 7% del capitale dopo l'aumento in warrant?

L'allucinante progetto del management di Montepaschi prevede l'attribuzione ai soci - mediante costituzione e immediata riduzione di una riserva sovrapprezzo azioni; in sostanza: tramite i soldi messi con l'aumento di capitale - di un diritto di opzione sulle junior notes rivenienti dalla cartolarizzazione delle sofferenze. Lo strumento in cui è incorporata l'opzione potrebbe anche essere quotato. Io una cosa del genere non l'avevo mai sentita e mi lascia perplesso, ma sicuramente l'ignoranza è mia: vedremo se funziona.
Dunque, se ho capito bene, di 5 miliardi di Euro di aumento di capitale, 1 serve per coprire il differenziale di prezzo fra il valore di bilancio degli NPL netti e il prezzo di cessione dei medesimi e un altro miliardo e mezzo per tappare il buco che si aprirà nel veicolo di cartolarizzazione, una volta passata agli azionisti della Banca la tranche più rischiosa dei nuovi bond.
Se ho capito male, di nuovo chiedo lumi. E non per artificio retorico.
Se però le cose stanno così, siamo sicuri che - nonostante l'apertura della BCE rispetto alla sterilizzazione della "ricalibrazione delle serie storiche" - i 5 miliardi previsti dal C.d.A. di Montepaschi siano davvero sufficienti per il rispetto dei requisiti patrimoniali imposti dalla BCE, soprattutto in un contesto di tassi bassi (e dunque, infimi ricavi) come quello attuale?
E ancora: in attesa di leggere il piano industriale che sarà presentato il mese prossimo, davvero si troveranno investitori vogliosi di mettere così tanti soldi su una banca piena di problemi come Mps, oppure si assisterà alla triste riedizione degli aumenti delle popolari venete? Tra l'altro, tra i 5 gli 8 miliardi devono essere cacciati anche per Unicredit.
Certo, c'è il consorzio di garanzia, ma quale sia il suo perimetro di intervento non è stato reso di pubblico dominio (per ora siamo solo a un pre-accordo). Presumo abbastanza ampio, viste le commissioni richieste (cui si aggiungono, per JP Morgan, gli interessi sul prestito ponte per l'acquisto degli NPL da parte del veicolo di cartolarizzazione, in attesa dei rating per poter accedere alla GACS).

Infine un'ultima questione, a cui pochi pensano, ma che è invece molto importante.
Atlante 2, che compra crediti in sofferenza a prezzi stratosferici, deve comunque garantire qualche ritorno ai propri azionisti (che, ricordiamolo, sono altri soggetti finanziari, i quali non si possono permettere di perdere troppo denaro dall'operazione). A tal fine, bisogna che chi gestirà le procedure di recupero entri velocemente in possesso e venda al meglio i beni posti a garanzia del prestito.
Circa il 70% delle sofferenze bancarie italiane è nei confronti di imprese e, pertanto, le famose "garanzie" degli NPL sono capannoni, macchinari, o beni personali dell’imprenditore.
D'altronde, le quotazioni degli immobili in generale e di quelli industriali in particolare continuano a non mostrare alcun segno di ripresa.
La domanda è allora abbastanza scontata: il salvataggio delle banche, si tradurrà in una ondata di pignoramenti e aste che soffocheranno ancor di più l'economia italiana, comportando la chiusura di altre imprese e un deprezzamento ulteriore degli immobili?

Entro fine anno vedremo. Per ora la fiducia regna sovrana.

(Io per sicurezza me ne vado una settimana in vacanza...).

giovedì 18 agosto 2016

Niente gufi. Tutti più (c)ottimisti!

Per lungo tempo l'interpretazione tradizionale della rivoluzione industriale ha insistito sul suo carattere di frattura epocale nella storia della civiltà umana. Era questo l'aspetto saliente e comune sia nelle versioni marxiste... sia nelle versioni "scientiste"..., sia nelle versioni macroeconomiche che ricostruivano l'evoluzione degli indicatori statistici generali... Le ricerche più recenti hanno invece messo in discussione la discontinuità, elaborando una versione "continuista" dello sviluppo economico inglese... Nicholas Crafts... ha... ridimensionato l'aumento del reddito nazionale e degli investimenti e ricostruendo una dinamica dello sviluppo più lenta, lungo tutto il mezzo secolo compreso tra il 1780 e il 1830. In parallelo a questa visione continuista era stato proposto... il concetto di "proto-industrializzazione" per indicare un fenomeno... definito dalla presenza di: 1) una parte cospicua della forza-lavoro agricola che integra il lavoro nei campi con attività manifatturiere... svolte a domicilio con macchine fornite da un mercante-imprenditore...; 3) un'economia monetaria che consenta ai proprietari di acquistare materie prime e fornirle ai lavoratori agricoli in grado di trasformarle... Questa... non è in sostanza che una ridefinizione del fenomeno dell'industria a domicilio. Tra i molti studi sull'argomento, si segnala quello di tre storici tedeschi, P. Kriedte, H. Medick, J. Schlumbohm... Medick in particolare afferma il ruolo cruciale svolto dalla famiglia contadina nello sviluppo del capitalismo moderno proprio grazie ai suoi comportamenti pre-capitalistici: attraverso il lavoro a domicilio essa mira alla sussistenza anziché a un guadagno in moneta, consentendo al mercante-imprenditore di risparmiare sui costi e sui rischi del suo investimento... (Detti, Storia contemporanea, L'ottocento, Milano, 2000, pp. 35-36; enfatizzazioni mie).
Certo, il lavoro a domicilio è continuato ad esistere fino ai giorni nostri, sia pure limitato ad alcune specifiche sacche del manifatturiero, soprattutto in ambito tessile. In mancanza di indicazioni codicistiche specifiche (art. 2128, c.c.), la L. n. 877 del 1973 dispone norme ad hoc e definisce lavoratore a domicilio "chiunque, con vincolo di subordinazione, esegue nel proprio domicilio o in locale di cui abbia disponibilità, anche con l’aiuto accessorio di membri della famiglia conviventi e a carico, ma con esclusione di manodopera salariata e di apprendisti, lavoro retribuito per conto di uno o più imprenditori, utilizzando materie prime o accessorie e attrezzature proprie o dello stesso imprenditore, anche se fornite per il tramite di terzi". Si ha "vincolo di subordinazione", "in deroga a quanto stabilito dall'art. 2094 del c.c...., quando il lavoratore a domicilio è tenuto ad osservare le direttive dell’imprenditore circa le modalità di esecuzione, le caratteristiche e i requisiti del lavoro da svolgere nella esecuzione parziale, nel completamento o nell'intera lavorazione di prodotti oggetto dell'attività dell’imprenditore committente".
Il problema della subordinazione, o - se si vuole - della parificazione del lavoratore a domicilio e del lavoratore interno alla azienda, è costante nella giurisprudenza e nell'evoluzione legislativa. Così, l'art. 2 della L. n. 877 - ai sensi della quale è "fatto divieto alle aziende interessate da programmi di ristrutturazione, riorganizzazione e di conversione che abbiano comportato licenziamenti o sospensioni dal lavoro, di affidare lavoro a domicilio per la durata di un anno rispettivamente dall'ultimo provvedimento di licenziamento e dalla cessazione delle sospensioni" - è stato spesso aggirato dalla contrattazione collettiva, tesa per lo più a parificare il lavoratore in azienda da quello fuori azienda. La giurisprudenza ha inoltre dovuto faticare ad applicare (quando c'era) l'art. 18, agganciandone l'operatività alla dimostrazione caso per caso "di una qualificata e ragionevole continuatività delle prestazioni lavorative". La stessa impostazione, assai poco tutelante, si è riscontrata rispetto al riconoscimento dell'indennità di mobilità (v. le Sezioni Unite n. 106 del 2001). Col bel risultato di creare un lavoratore a domicilio "continuativo" e uno "precario".
Da altro punto di vista, la retribuzione dei lavoratori a domicilio non può che essere evidentemente calcolata con il metodo del cottimo pieno (art. 8), con riferimento, per la sua concreta determinazione, a quanto disposto dai contratti collettivi di categoria; generalmente essa viene fissata sulla scorta del concetto di normale capacità lavorativa ad eseguire i lavori oggetto della commessa. Si tratta comunque di dati indicativi, riconoscendosi la possibilità per il lavoratore a domicilio di chiedere al giudice l'adeguamento o, in mancanza, la determinazione della retribuzione ex art. 36 Cost. (v. p.e. le Sezioni Unite, sent. n. 828 del 1982).
Il lavoro a domicilio e il cottimo, due istituti inscindibilmente collegati che, si pensava, fossero il retaggio di un mondo passato.
Il cottimo è obbligatorio quanto la valutazione della prestazione è fatta in base al risultato delle misurazioni dei tempi di lavorazione, quando cioè si procede preventivamente... all'accertamento del tempo necessario al lavoratore medio per compiere l'operazione commessagli... La legge fa... riferimento ai sistemi... d'organizzazione scientifica del lavoro...; sistemi la cui finalità è quella di congegnare le lavorazioni in modo da razionalizzare al massimo lo sfruttamento della forza lavoro, con la più alta intensità possibile e con la massima resa, tutto calcolando scientificamente in termini di tempo e di sforzo fisico e psichico (e da qui il dramma della condizione operaia, nella sistematica denuncia dei ritmi ossessivi di lavoro ripetitivo, usurante ed alienante nelle condizioni della società industrializzata...). Coerentemente, per legge, quando le lavorazioni sono così congegnate..., quando tutto è preordinato in ragione del risultato, deve adottarsi il sistema del cottimo... (Pera, Diritto del lavoro, Padova, 1996, pp. 490-491, enfatizzazioni mie).
Il prof. Pera cita Chaplin e Clair. Io aggiungerei Petri.



Tutto questo mi è tornato in mente l'altro giorno, mentre leggevo come, zitto zitto quatto quatto, sta procedendo in Parlamento il disegno di legge relativo a "Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e [a] misure volte a favorire l'articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato" (il dossier completo è qui).
Il testo, nel consueto stile italico (ma che - in questo caso - ha anche ragioni profonde), è la risultante della somma di due leggi distinte e di una delega (divisa, chissà perché, in tre articoli):
- gli artt. 5, 6 e 10 che delegano il governo a rimettere mano al mondo delle professioni, attribuendo alcune funzioni pubbliche direttamente agli iscritti in determinati albi (avvocati, notai, architetti, ingegneri), istituendo per il tramite delle Casse degli stessi professionisti forme di sostegno al reddito, riducendo gli obblighi in materia di sicurezza sul lavoro per i titolari di studi;
- il capo I, che reca norme a tutela dei lavoratori autonomi, soprattutto quelli con unico committente, relativamente ai tempi di pagamento delle fatture, al recesso o allo ius poenitendi della controparte, alla formazione, alle tutele assistenziali e previdenziali, all'accesso agli appalti pubblici (artt. 1, 2, 3, 4, 7, 8, 9, 12, 13);
- il capo II, che attiene al c.d. "lavoro agile" (artt. da 15 a 20).

Ecco, il "lavoro agile" o, per chi non sa l'inglese, lo smart working. Cioè, in buona sostanza, il vecchio lavoro a domicilio, un po' imbellettato per renderlo meno impresentabile, traslato - grazie allo sviluppo dell'informatica - dal mondo della manifattura a quello dei servizi. E visto che, nel caso di specie, il cottimo non si può applicare, si utilizzeranno allo stesso fine i bonus variabili, che fanno tanto multinazionale anglosassone e sono pure detassati.
Non si tratta [in sostanza] di un sotto-tipo (acrobatico o circense) del lavoro autonomo né del lavoro parasubordinato, [ma soltanto] di un alto modo per chiamare il telelavoro subordinato (prof. Oronzo Mazzotta).
Secondo il nostro illuminato governo, infatti, il "lavoro agile" è una "modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, allo scopo di incrementarne la produttività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro", che si svolge "in parte all'interno di locali aziendali e in parte all'esterno", "entro i soli limiti di durata massima dell'orario di lavoro giornaliero e settimanale..." e "assenza di una postazione fissa durante i periodi di lavoro svolti all'esterno dei locali aziendali".
Quale dei due obiettivi sia realistico, e quale invece rappresenti una foglia di fico buona per i gonzi di tutti gli orientamenti, non c'è neppure bisogno di scriverlo. Noto soltanto che Matteo e i suoi sodali ci vogliono talmente bene che, pur di farci conciliare i tempi di vita (molti) con quelli di lavoro (pochi), non solo ci sbattono fuori dall'ufficio, ma già che ci sono ci demansionano anche. Mi immagino già la scena: "sì, sai, mi hanno tolto la scrivania e messo a fare il centralinista da casa, così almeno ho molto più tempo per perfezionare il draw alla buca otto".
Per essere certi che il dipendente concili al meglio, "l'accordo relativo alla modalità di lavoro agile disciplina [anche] l'esercizio del potere di controllo del datore di lavoro sulla prestazione resa dal lavoratore all'esterno dei locali aziendali nel rispetto di quanto disposto dall'articolo 4" dello Statuto dei Lavoratori.
Ora, come si sa il diavolo si nasconde nei dettagli. Si dà infatti il caso che il sullodato Matteo quell'articolo lo abbia cambiato col Jobs Act (quello delle due ore di sciopero da parte dei sindacati italiani), permettendo il controllo a distanza dei dipendenti attraverso gli "strumenti utilizzati... per rendere la prestazione lavorativa" e, anzi, precisando addirittura come "le informazioni raccolte... siano utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro...". Ricordo, per gli ingenui, che i telefonini hanno un geolocalizzatore, che gli accessi a internet possono essere tracciati, che - al limite - i portatili hanno spesso una webcam integrata. Per dire.
Trattandosi di un governo di sinistra, ha ritenuto opportuno precisare che al lavoratore che si comporta bene deve essere riconosciuto "un trattamento economico e normativo non inferiore a quello complessivamente applicato nei confronti dei lavoratori che svolgono le medesime mansioni esclusivamente all'interno dell'azienda". Quei due aggettivi e quell'avverbio, nella medesima frase, mi fanno rizzare i peli sugli avambracci.
Tanto più che, a mo' di ciliegina sulla torta, "i contratti collettivi, di cui all'articolo 51 del D. Lgs. 15 giugno 2015, n. 81, possono introdurre ulteriori previsioni finalizzate ad agevolare i lavoratori e le imprese che intendono utilizzare la modalità di lavoro agile". Cioè tutti i contratti. Anche quelli territoriali. Anche quelli aziendali.
L'esame in commissione ha migliorato, di molto il testo (è sparito il riferimento ai contratti collettivi, è stato eliminato il riferimento alla flessibilità, sono stati espunti alcuni assurdi obblighi di protezione dei dati trattati posti in capo al lavoratore, e così via), ma nel complesso il senso del provvedimento non cambia.
Ecco che, allora, prende senso anche l'introduzione di queste disposizioni all'interno del testo in commento: il lavoro autonomo - in un contesto economico di partite Iva che sono in realtà dipendenti mascherati - assume qualche colorazione (e minima tutela) del lavoro subordinato, senza che da tale involuzione siano esclusi i professionisti iscritti ad albi, per i quali infatti si sente la necessità - nella delega - di inserire alcune sconnesse previsioni di stampo previdenziali e assistenziale; il lavoro subordinato, flessibilizzato, decontestualizzato, privato di molti dei suoi tradizionali diritti, si avvicina all'autonomo, anche - se non soprattutto - per la sempre maggiore espulsione del dipendente dal contesto aziendale.
Per dirla in altri termini...
Non sono mancati, anche in passato, i corifei del governo. Il Foglio: "più che un modo per superare i limiti del telelavoro (che non è mai decollato) [il lavoro agile] è un’opportunità di rivedere l’approccio al lavoro. È necessario indubbiamente... uno sforzo ulteriore innanzitutto agli attori del sistema di relazioni industriali, cui spetta il compito fondamentale di compiere un salto culturale e metodologico di approccio al lavoro che di certo non è nella disponibilità del legislatore”. E quale sarebbe questo nuovo approccio? Lo scopriamo grazie al Corriere: "il lavoro agile ha poco a che fare con il vecchio telelavoro. Il punto non è se si lavori da casa, dall'azienda o da qualunque altro posto. Il punto è che ciascun dipendente viene valutato per i risultati che porta. Indipendentemente da quanto e da dove lavora".
Io ci ho anche lo slogan. "Lavoro agile: tutti più (c)ottimisti".
Ce l'ho anche per altre forme di lavoro molto moderne: invece che #lavoltabuona, #stavoltaèunbuono. Da utilizzarsi, ovviamente, nel caso in cui si abbia un datore di lavoro un po' arcaico e paternalista, che usa i voucher, oppure uno più moderno e sfidante, che paga direttamente in buoni pasto (essendo, magari, un supermercato).
Di questo, al solito, i sindacati non sembrano preoccupati.
Forse, col tempo, hanno cambiato mestiere.