Cerca

Caricamento in corso...

martedì 29 novembre 2016

L'A,B,C, (e D,E,F,G) della Riforma, per gli indecisi

A pochi giorni dal voto, molti sono ancora gli indecisi su quale orientamento prendere in merito al Referendum costituzionale del 4 dicembre. Premesso che - lo ricordo - questo Referendum NON PREVEDE QUORUM, e dunque astenersi è quanto di peggio si possa fare (a meno che non siate Fabrizio Barca, per il quale tutte le Costituzioni sono uguali, come di notte tutte le vacche sono grigie), ho provato a buttare giù un piccolo dizionarietto della riforma, il più possibile scevro di opinioni e carico di fatti.


Abolizione del CNEL: il CNEL spende meno di 10 milioni di Euro all'anno. Cioè sostanzialmente nulla. In compenso, picchia duro sugli effetti socio-economici delle riforme del governo. Per il resto, v. alla voce: Casta, cricca, corruzione.

Bicameralismo perfetto: significa che un progetto o disegno di legge, per diventare legge vera e propria, deve essere approvato sia dalla Camera sia dal Senato con testi identici. Nell'attuale legislatura, quasi l'80% degli atti normativi hanno richiesto due sole letture, e sono stati approvati 266 leggi (cioè più di una a settimana) e 83 decreti legge. Più dell'85% di questi provvedimenti sono di iniziativa governativa. Il prof. Pasquino ha mostrato come nessun Parlamento - eccettuato quello tedesco - regge il confronto. Le ultime Leggi di stabilità e i vari decreti legge con cui il governo ha stravolto l'impianto fiscale e previdenziale del Paese sono stati approvati in meno di due mesi; riforme importantissime come la Buona Scuola o il Jobs Act rispettivamente in 3 e 8 mesi. Tra i testi più pregnanti di questo esecutivo, solo l'Italicum ha richiesto tempi particolarmente lunghi, a dimostrazione che la navette tra Camera e Senato, o l'insabbiamenti in commissione, si verifica quando c'è dissenso su un provvedimento all'interno della maggioranza, o quando un'iniziativa parlamentare - magari sostenuta dai cittadini - non s'ha da fare. Un articolo più ampio ed equilibrato lo potete trovare qui.
Conclusione: il Bicameralismo perfetto non ha inciso sul numero di leggi prodotte dal Parlamento, né sui tempi di approvazione, anche grazie al fatto che i tempi sono stati spesso ridotti dal governo con l'escamotage della fiducia o del decreto legge (istituti che restano, nella riforma). Quello che servirebbe al Paese, tuttavia, non è un maggior numero di leggi, bensì provvedimenti più efficaci e scritti meglio (la riforma Madia è l'ultimo clamoroso esempio). Per fare questo, andrebbe rivitalizzato l'approfondimento e il dibattito parlamentare, cosa che - per inciso - tenderebbe anche a sciogliere almeno in parte il nodo gordiano che ultimamente lega insieme, presso il governo, potere esecutivo e potere legislativo. La riforma va nel senso diametralmente opposto.

Casta, cricca, corruzione: come si sa, il nuovo Senato e la decostituzionalizzazione delle Province consentiranno di risparmiare una cifra compresa fra 50 milioni di Euro annui (stima senatore Malan) e 500 milioni di Euro annui (stima ministro Boschi). La Ragioneria dello Stato ha confermato i 50 milioni di Euro per quanto attiene il Senato, mentre ha dichiarato non quantificabili i risparmi derivanti dal taglio delle Province, soprattutto in ragione del fatto che - è chiaro fin dalla prima applicazione del c.d. Decreto Svuota Province - le Regioni hanno necessità di creare delle articolazioni amministrative intermedie fra sé e i Comuni (lo stesso dicasi, mutatis mutandis, per il CNEL, il cui costo peraltro è inferiore ai 10 milioni annui).
Due considerazioni. La prima. Questo che si vuole tagliare non è il costo della politica, ma il costo della democrazia; quando comanda uno solo, certamente le spese per il funzionamento del Parlamento sono assai inferiori. Il problema è che quando comanda uno solo, è più facile che sbagli (ve la ricordate l'ultima Guerra?). Dunque il verso costo della democrazia sono le decisioni sbagliate, non qualche diaria in più o in meno. La seconda, più importante. I 500 milioni di Euro del ministro Boschi rappresentano lo 0,06% della spesa pubblica annua italiana. Un nulla. Per di più, la spesa pubblica è PIL, cioè ricchezza privata (anche i Senatori che prendono lo stipendi tendono a spenderlo in negozi, bar, ristoranti e non a bruciarlo nell'Etna). Di contro, l'Italia è contribuente netta dell'UE per circa 7 miliardi di Euro all'anno (cfr. bilancio europeo 2007-2013), i quali - quando va bene - finiscono nelle tasche di persone che li spendono in Paesi diversi dal nostro e - quando va male, cioè spesso - nei bilanci delle banche tedesche e francesi (via ESM).
La riforma del Senato ridurrà i Senatori da 315 a 100, tra l'altro part-time, nel senso che si tratterà di consiglieri regionali che avranno anche questo incarico. È la lotta contro la casta. Sarà, ma a me pare il contrario. Qui si sta parlando di far sì che dei politici - i più squalificati dei poilitici nel sentire comune, quelli delle Regioni - eleggano, secondo bizantinismi totalmente incontrollabili da parte del popolo così detto sovrano (e non solo al popolo), alcuni di loro (insieme ad un limitato numero di sindaci) affinché questi siano anche senatori.
Il tratto dopo-lavoristico dell'incarico, oltre al fatto che ai senatori è concessa l'immunità parlamentare, fa presagire che gli eletti non rappresentino proprio il meglio delle classi politiche locali, anzi. Altro che lotta alla cricca, riduzione della corruzione, e via salmodiando. Questi, più che per decidere su una riforma costituzionale, sono slogan buoni per un libro di Stella e Rizzo.

Democrazia: poiché a questa riforma costituzionale si salda come un gemello siamese l'Italicum, è importante sottolineare che, nel caso di vittoria del sì, solo la Camera dei Deputati voterà la fiducia al governo e che tale Camera vedrà una maggioranza del 56% di eletti del partito che - pur rappresentando, magari, un quarto della Nazione - ha però vinto anche di un solo voto il ballottaggio. Se poi per il nuovo Senato si votasse oggi, la maggioranza avrebbe una rappresentanza probabilmente superiore al 60% del totale dei seggi.
Quindi, un quarto della Nazione, in linea di principio potrebbe: votarsi autonomamente tutte le leggi ordinarie che ritiene opportuno; eleggere da solo il Presidente della Repubblica (basterà il 60% dei votanti, neppure del totale degli aventi diritto); eleggere - al limite (a seconda delle scadenze dei diversi mandati) - cinque giudici costituzionali su quindici, cui si aggiungono altri cinque nominati dal Presidente della Repubblica.
Considerato che, come dimostrato sopra, l'indirizzo politico e la sua esecuzione sono ormai appannaggio del medesimo organo (il governo), la divisione dei poteri e il principio dei "pesi e contrappesi" sono completamente spazzati via.
Unico contraltare al partito di governo resterebbe la magistratura. Quanto male questa contrapposizione furiosa abbia portato all'Italia degli ultimi 20 anni è sotto gli occhi di tutti.

Europa: Dice Renzi che se vince il sì saremo più forti in Europa, che poi sarebbe l'Unione Europea. Tuttavia, approvando la riforma costituzionale, ci priviamo del principale strumento concessoci per - sempre per usare un'espressione del premier - poter "battere i pugni sul tavolo". Questo strumento è l'uscita dall'UE.
La riforma Renzi-Boschi, infatti, costituzionalizza l'Unione Europea (e la c.d. Legge Comunitaria), anzi impone al Senato l'obbligo di "concorrere all'esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea", partecipando "alle decisioni dirette alla formazione e all'attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea".
Con questa norma, in sostanza, si cancellano cinquant'anni di giurisprudenza costituzionale sul dualismo degli ordinamenti italiano e comunitario, senza neppure citare i c.d. "controlimiti", che sempre per giurisprudenza costante la Corte Costituzionale ha considerato al di sopra delle norme europee.
Il risultato pratico potrebbe essere lo svuotamento dell'anima sociale della nostra Costituzione a vantaggio dell'iper-liberismo competitivo dei Trattati UE. V. alla voce: Fiscal Compact.

Fiscal compact: Qui sta il cuore della Riforma. Perché potenziare i poteri del governo (non scordiamo che questo non solo godrà di una importantissima maggioranza parlamentare - v. alla voce: Democrazia -, ma potrà anche contingentare i tempi per la discussione delle leggi più importanti e ridurre significativamente gli spazi di autonomia delle Regioni - v. alla voce: Governo regionale), perché introdurre un vincolo europeista assai più perspicuo di quello di cui all'art. 117, c. 1, Cost. attuale?
Per rendere effettivo il principio del "pareggio di bilancio" e con esso il relativo "vincolo monetario", principale grimaldello utilizzato per l'arretramento dello Stato a "Stato minimo" e per la privatizzazione di interi settori del nostro welfare, a partire dalla Sanità. D'altronde noi viviamo in un sistema in cui ci siamo privati del diritto di battere moneta (lo fa la BCE, cioè un organo c.d. indipendente, che poi significa NON ELETTO né soggetto ad alcuna RESPONSABILITÀ rispetto agli Stati dell'UEM: v. art. 105, Statuto BCE) e di monetizzare il deficit (art. 123 del TFUE).
Non solo: dice sempre Renzi, ma anche Gentiloni oggi a Berlino, che grazie alla nuova Costituzione le "riforme strutturali" saranno più celeri; e ormai penso che chiunque ha capito che "riforma strutturale" significa compressione dei diritti sociali dei lavoratori (minore stipendio, tramite Jobs Act; minore istruzione, tramite Buona scuola; minori pensioni, tramite Legge Fornero, ecc.).
L'attuale art. 81, Cost., approvato in fretta e furia ("fate presto!") dal governo Monti, dispone infatti: "lo Stato assicura l'equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all'indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali. Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte...... Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l'equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale".
L'attuale art. 97, c. 1, Cost. ugualmente prevede: "Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico".
Questi testi non sono modificati dalla riforma. Che però aggiunge all'art. 119, c. 4, Cost.: "con legge dello Stato sono definiti indicatori di riferimento di costo e di fabbisogno che promuovono condizioni di efficienza nell'esercizio delle medesime funzioni". E all'art. 116, c. 3, Cost.: "ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia... possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, anche su richiesta delle stesse, sentiti gli enti locali..., purché la Regione sia in condizione di equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio...".
Il disegno complessivo è spiegato dallo stesso governo nella Relazione accompagnatoria al d.d.l. oggetto di referendum: "lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall'internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale; le spinte verso una compiuta attuazione della riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione tesa a valorizzare la dimensione delle Autonomie territoriali e in particolare la loro autonomia finanziaria (da cui è originato il cosiddetto federalismo fiscale), e l’esigenza di coniugare quest’ultima con le rinnovate esigenze di governo unitario della finanza pubblica connesse anche ad impegni internazionali: il complesso di questi fattori ha dato luogo ad interventi di revisione costituzionale rilevanti, ancorché circoscritti, che hanno da ultimo interessato gli articoli 81, 97, 117 e 119 della Carta, ma che non sono stato accompagnati da un processo organico di riforma in grado di razionalizzare in modo compiuto il complesso sistema di governo multilivello articolato tra Unione europea, Stato e Autonomie territoriali, entro il quale si dipanano oggi le politiche pubbliche".

Governo regionale: L'attuale Titolo V della Costituzione, con l'identificazione di materie proprie dello Stato, altre delle Regioni, altre ancora a competenza concorrente, ha effettivamente creato non poche incertezze, lentamente risolte - con grande acribia - dalle sentenze della Corte Costituzionale (che, negli anni, ha fatto molta chiarezza, ma non per il Ministro Madia che lamenta una "evoluzione giurisprudenziale" che forse, a ben vedere, non c'è).
Ora si vuole cambiare. Penso che nessuno, in Italia, non lo ritenga opportuno. Per questo una riforma equilibrata del solo Titolo V sarebbe passata a larghissima maggioranza parlamentare, senza necessità di referendum (e lo stesso dicasi per altri "tratti minori" della riforma). Qui, però, la legge costituzionale usa la "mano pesante", nel senso che riattribuisce allo Stato centrale competenze molto significative ed incidenti sia sull'autonomia del governo regionale, sia sulla vita delle comunità locali. Ad esempio tornano allo Stato:
- le "norme sul procedimento amministrativo e sulla disciplina giuridica del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche tese  ad assicurarne l’uniformità sul territorio nazionale" (la Legge Madia si era già spinta su questo sentiero, e infatti è stata sonoramente bocciata);
-  le "disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare", cioè i famosi costi standard della sanità (la differenza, nelle Regioni meno virtuose, è presumibile ce la metta il cittadino, con il ticket);
- la "previdenza complementare e integrativa";
- le norme su "produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell'energia", nonché sulle "infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione d’interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale". In sostanza, deciderà lo Stato centrale, e solo quello, cioè il governo, e solo lui, dove far passare autostrade e ferrovie, dove costruire porti, o gasdotti, o impianti chimici, o termovalorizzatori.
La riforma, inoltre, riesce nel difficile intento di produrre Regioni di serie A, Regioni di serie B e Regioni di Lega Pro. Le prime sono quelle a Statuto speciale (cioè quelle che, tra le altre cose e proprio a voler parlare di soldi, costano di più alla collettività), per le quali è previsto dalla riforma un inaudito iter di modifica dei relativi Statuti: servirà infatti una legge costituzionale previa intesa con la Regione medesima, che dunque avrà diritto di veto. Le seconde sono le "Regioni virtuose" di cui all'art. 116, c. 3, di cui si è detto. Le terze, tutte le altre. Il che si sposa male con il supposto intento della Riforma di rendere omogenee le condizioni di vita in tutto il territorio nazionale.


Io, stando così le cose, voto no.
Voto no perché la nostra Costituzione garantisce non soltanto la "libertà di" (libertà di parola, libertà di movimento, ecc.), ma anche la "libertà da" (dal bisogno, dalla disoccupazione, dalla paura di ammalarsi senza potersi curare). Questa riforma, come tutte le riforme ispirate dall'UE o che comunque si pongono nel solco dei principi dei Trattati UE, sovverte questo dato di fatto, limitando ciascuna delle succitate libertà in relazione ai vincoli di bilancio predeterminati al di fuori del circuito democratico.
Il diritto alla pensione, il diritto alla salute, il diritto al lavoro in tanto possono essere concessi e attuati in quanto lo Stato non produca deficit.
Le politiche industriali e del lavoro in tanto potranno essere attuate in quanto siano congruenti con l'obiettivo della BCE di mantenere basso il tasso di inflazione.
Il dibattito democratico in tanto potrà esprimersi in quanto non vi sia necessità - in mancanza di strumenti di politica fiscale e monetaria (l'Euro è uno per tutti) - di scaricare shock economici asimmetrici sui salari dei lavoratori (le note riforme strutturali).


Se poi non avete voglia di leggere tutto questo papello, potete anche seguire il consiglio del Civico 21 (quattordici minuti illuminanti).

venerdì 25 novembre 2016

Il CNEL e l'imbarbarimento del messaggio politico

Quando studiavo, non c'era Organo costituzionale che mi stesse più sulle palle del CNEL.
Non capivo proprio cosa fosse: "è composto... di esperti e di rappresentanti delle categorie produttive, in misura che tenga conto della loro importanza numerica e qualitativa", "è organo di consulenza delle Camere e del Governo", "può contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge". Ad uno studente di giurisprudenza del primo anno (per di più digiuno di nozioni macroeconomiche, oltre che di vita reale) sembra di leggere un testo di Averroè (ovviamente in lingua originale).
Nel corso degli anni, il mio giudizio non è cambiato. Per dire: De Rita, Larizza, Marzano sono tutti personaggi che non mi hanno mai ispirato particolare simpatia.
Però, come sempre mi accade, quando vedo sparare impenitentemente su un cadavere, mi si risveglia dentro il Francesco Ferrucci e sento la necessità di dissociarmi. Subito e nettamente.



Ma il rispetto dov'è finito? La correttezza istituzionale dove si è nascosta? La vergogna! Sei un politico di professione che non ha mai lavorato un giorno fuori dalle istituzioni - cosa peraltro commendevole, ci mancherebbe altro - e ti permetti di additare altri al pubblico ludibrio, di parlare di "casta", di "tagli di poltrone", di "enti inutili", di "politici"?
Concepisci una riforma della Costituzione inqualificabile, tutta volta a ridurre gli spazi democratici a favore delle istanze lobbistiche della grande finanza e dei tecnocrati dell'Unione Europea (che poi sono la stessa cosa), per raccattare una maggioranza parlamentare che te la voti ti inventi un diritto di veto perenne a favore delle Regioni a statuto speciale, disegni un sistema di elezione del nuovo Senato che non funzionerebbe neanche in un condominio, e te la prendi col CNEL?
Viene quasi da pensare che ci sia qualcosa di più. Che Matteo nostro, uno che notoriamente non porta rancore, non abbia apprezzato certe analisi.

E comunque è troppo facile parlare solo per slogan. Per macchiette. Troppo facile offendere, insinuare, polemizzare, fingere, spararla più grossa possibile. L'unica risposta possibile a questo comportamento anti-istituzionale è allora quello di Giorgia Meloni, l'altra sera, da Vespa, che dopo essere stata annoverata fra gli eletti di Forza Italia (e non nelle liste di Alleanza Nazionale, Partito delle Libertà e Fratelli d'Italia) si inalbera leggermente, e spiattella nel muso al nostro amato Presidente un bel "bugiardo".


Ma alla sullodata puntata di Porta a Porta è successo anche di peggio. Il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, quella che ha elaborato i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) scordandosi però la relativa copertura, e che pertanto - così, per sicurezza - ha partorito in clinica privata, si è lanciata in un triplo salto carpiato con avvitamento verbale, collegando direttamente il sì alla riforma costituzionale e migliori cure ai malati di diabete.
E non era la prima volta.



Il Ministro fa intendere che le cure si livelleranno verso l'alto, ma non spiega dove le Regioni, che hanno come obiettivo il pareggio di bilancio (art. 97 attuale) e che devono essere, nella loro gestione, "virtuose" (artt. 119 nuovo), prenderanno le necessarie risorse. Metteranno ticket, chi può pagherà (o si farà l'assicurazioncina alla Unipol, ché non si sa mai), chi non può si curerà meno, mentre lei all'Ospedale S. Pietro una cameretta la troverà sempre.
Soldi dallo Stato, neanche a parlarne...


Campagna elettorale sulla pelle dei malati. Il peggio del peggio, incommentabile. Per questo mi affido ad alcune riflessioni scritte da chi ha idee completamente diverse dalle mie (per esempio in materia di aborto), ma mette bene in evidenza la bassezza di chi crea false speranze in soggetti per definizione deboli, esponendoli alla disillusione o - peggio - alla disperazione.

Allora, in fine dei conti, quello che resterà per sempre imputato a Renzi non sarà tanto il Jobs Act, o la Buona Scuola, o tutte le altre disposizioni che hanno distrutto il sistema giuridico e sociale di questo Paese, quanto piuttosto di aver distrutto - in una Nazione storicamente divisa, a partire dalle date fondative della Repubblica - l'unico punto di sintesi condiviso, cioè la Costituzione. Che passi il sì o che passi il no, dal 5 dicembre sarà la Costituzione di alcuni, non più di tutti.

martedì 15 novembre 2016

L'Euro finisce!

Alberto Bagnai ha da tempo dimostrato che l'Euro finirà ad esito di una terrificante crisi bancaria (il post completo lo potete leggere qui).
"Il botto finale potrebbe effettivamente presentarsi sotto forma di crisi bancaria in un paese grande... In termini finanziari il paese più suscettibile di innescare una crisi risolutiva resta l'Italia, per il semplice fatto che è, fra i grandi, il paese nel quale la qualità del credito si è deteriorata di più e più rapidamente... Dopo la botta del 2009 (inevitabile, data l'entità del crollo statunitense) il governo italiano, come quello spagnolo e quello francese, erano riusciti ad arginare la situazione. Fra 2008 e 2009 c'è uno scalino nella deteriorazione dei crediti erogati, ma fra 2009 e 2010 la situazione sostanzialmente si stabilizza. Dal 2011, però, con l'arrivo di Monti liberatore, per noi è una catastrofe...".

BENE. SECONDO ME, CI SIAMO.

Qualche mese fa, sulla scorte di quella lezione, avevo azzardato una previsione di massima.
Le cose sono andate per un verso più lentamente (il referendum si terrà a dicembre), per un altro più velocemente (la crisi di Montepaschi). Il che, però, crea una peculiarissima convergenza: la (auspicabile) crisi politica, la (più o meno) connessa crisi del debito pubblico e la (terribile) crisi bancaria potrebbero verificarsi tra fine 2016 e inizio 2017, tutte insieme.

La crisi bancaria
Montepaschi deve cedere 27 miliardi di sofferenze ad un prezzo di circa 9 miliardi. Una parte, per un controvalore di un miliardo e mezzo (la tranche mezzanine), se la dovrebbe comprare Atlante; un'altra (la tranche junior), più o meno per lo stesso controvalore, sarà regalata agli azionisti attuali della Banca; il resto, press'a poco 5 miliardi, sarà ceduta sul mercato, previo ottenimento della GACS e rimborso di un prestito ponte da parte di JP Morgan.
Per coprire gli interessi e le commissioni dovute all'Istituto americano, nonché le minusvalenze derivanti dalla cessione delle sofferenze a prezzo inferiore a quello di bilancio, e per ricostituire il capitale richiesto dalla Vigilanza europea, Montepaschi - tra dicembre 2016 e giugno 2017 - lancerà un aumento di capitale da 5 miliardi.
Il mercato tutto questi soldi non è disposto a darli.
Per questo, le alternative sono soltanto due: o gli attuali obbligazionisti subordinati (compresi i piccoli risparmiatori cui furono affibbiati più di 2 miliardi di upper Tier 2 al tempo dell'acquisto di Antonveneta) convertono almeno una metà degli oltre 4 miliardi di obbligazioni in loro possesso e, nel frattempo, il fondo del Qatar accetta di fare da anchor investor per almeno un paio di miliardi, oppure il Consorzio di garanzia si sfila e si va al bail-in.
In pratica: o burden sharing e svendita all'estero, o bail-in vero e proprio.
(Ricordo che qatarioti non sono samaritani. Si copriranno, come fatto con Barclay's. Ricordo anche che l'art. 2358, c.c., non è stato ancora abrogato).
Stamattina, per dire, si leggevano amenità di questo genere.
La lista, per chi fosse interessato, è questa (al netto - per il momento - del Fresh II, strumento talmente purulento che neppure la Banca riesce a capire cosa farne).


Poi c'è Unicredit, che deve vendere Pekao, Pioneer e una ventina di miliardi di sofferenze, poi trovare tra i 10 e i 15 miliardi per l'aumento di capitale (di cui una buona metà cash).
Miliardi che, anche in questo caso, il mercato non è disposto a sborsare.
Al contrario che per Mps, però, Unicredit ha già il cavaliere bianco. Si tratta di Société Générale, che (Antitrust permettendo) ne farà un sol boccone.
Un'altra società francese che entra a gamba tesa nel mercato italiano, come Axa per Generali (indipendentemente dalle smentite), come Vivendi per Mediaset e Telecom, come - in passato - Lactalis per la risanata Parmalat. Quando qualcuno parla di Euro 1 ed Euro 2, magari il secondo con i Paesi del Sud compresa la Francia, faccia un pensierino su queste dinamiche.
Non finisce qui.
Capitolo 4 banche oggetto di risoluzione lo scorso dicembre: è passato un anno ed è chiaro che le famose good bank non valgono assolutamente nulla. I geni che hanno pensato il bail-in, infatti, fra i tanti errori commessi, hanno aggiunto anche l'idea che il cliente buggerato da un Istituto potesse continuare a servircisi, soltanto perché qualcuno aggiunge un "nuova" all'insegna.

Del Veneto non ne parliamo: l'unica idea per salvare due banche fallite è fonderle insieme. In modo da fare un botto ancora più grosso. Meravigliose le parole - quasi poesia - di un giornale economico che di crisi se ne intende: "certo è che occorre fare presto [è una fissa: N.d.R.]. La Bce è in pressing, e così ha fatto anche nel corso di un incontro avvenuto la scorsa settimana con Alessandro Penati. Nessuna indicazione specifica in termini di strategie, ma Francoforte preme perché vuole evitare il rischio di «zombie-bank» [rischio...: N.d.R.]. Da qua la richiesta, a valle di alcune ispezioni sui crediti delle due banche, di ulteriori accantonamenti sugli Npl, che potrebbero comportare 2 miliardi circa di nuove provision [in realtà, saranno poco poco 2 miliardi e mezzo: N.d.R.], con effetti pesanti sul capitale delle due banche. Il problema sarebbe stato dettagliato anche nella bozza di lettera SREP inviata a fine settembre ad entrambi gli istituti, che si sono messe subito al ragionare sul da farsi. Certo è che le due banche sarebbero costrette a una ricapitalizzazione, anche se non è chiaro con quali capitali".
No, non è chiaro per niente.
Nel frattempo, quello che inizia a essere piuttosto chiaro è che nessuno, dico nessuno, è più al sicuro.
Tralascio le frattaglie: la Popolare di Bari che a breve si trasformerà in S.p.A. bruciando i risparmi di chissà quanti azionisti, la Popolare di Marostica che - grazie ad anni di falsi in bilancio - sta trascinando in un gorgo senza fondo la bolzanina Volksbank (anche questa in procinto di diventare una S.p.A.), la Sparkasse di Bolzano che - dopo aver dovuto effettuare un aumento da 270 milioni di euro - ha intentato un’azione di responsabilità contro i vecchi amministratori, e così via.
In sostanza. Il nostro sistema bancario è al collasso (e i presumo minori requisiti SREP che saranno diffusi a fine mese non credo cambieranno la situazione).

Crisi politico-finanziaria
Premetto che, secondo me, la risalita dello spread non ha nulla a che vedere con le vicende politiche italiane, se non che - così come accaduto prima della Brexit e della elezione di Trump - agiscono sui mercati certe "manine" il cui interesse è essenzialmente quello di seminare il panico (senza capire che la maggior parte delle persone, ormai, di soldi da parte non ne hanno più, e comunque quando vota è così esasperata che se ne sbatte).
Il nuovo project fear è già partito.
(Questo collabora con IBL. Per dire).
Ma, diciamo, è nato morto.

Tuttavia, indipendentemente dal risultato del referendum (anche e forse soprattutto se - come inizio a temere - vincerà il sì), la situazione dei conti pubblici italiani andrà sicuramente a deteriorarsi nei prossimi mesi, indipendentemente dal fatto che - come pare - la Commissione Europea (chi ha voglia, si può leggere il documento) decida o meno di riporre l'austerità tra i ferri vecchi (almeno per un po').
Il perché lo spiega molto bene e in poche righe, sulla propria pagina Facebook, Paolo Cardenà, il cui blog (da cui è tratta anche l'immagine qui accanto) consiglio a tutti caldamente.


In questo scenario (cui si aggiunge la sempre maggiore ostilità dei Paesi del Nord a politiche di QE da parte della BCE, stante sia la sofferenza del sistema pensionistico tedesco in un ambiente di tassi prossimo allo zero, sia la incipiente inflazione nella parte core della UE: vedi qui), le alternative per il governo sono poche e comportano tutte l'utilizzo della leva fiscale.
Che, a sua volta, provocherà non soltanto ulteriore deflazione, ma anche un altro peggioramento della situazione del sistema bancario, messo non tanto bene (come detto sopra). La frase di Bagnai a inizio post dovrebbe ricordare che se oggi ci troviamo con le pezze in determinate zone dei calzoni è soprattutto perché Monti ci ha tanto liberato, come titolò un altro giornale che, ci auguriamo, sparirà presto e definitivamente dalle edicole.


La spirale, che appare inarrestabile, può essere fermata soltanto al di fuori delle regole europee. Oppure sarà la catastrofe. Per questo non sono del tutto sicuro che Renzi - nonostante tutta la propaganda che sta mettendo in piedi - auspichi davvero di vincere il referendum (cosa che pure, forse, succederà), né di restare in sella in caso di no. Come nei migliori casi di eterogenesi dei fini, la bocciatura della riforma potrebbe essere il suo modo per salvarsi dall'abisso.

Qualcuno l'uscita dall'Euro (o la dissoluzione dell'Euro) - che, ripeto, è ormai imminente, diciamo nel 2017 - la dovrà gestire e non sarà una passeggiata.

Non è detto che il nocchiero di questa traversata sia anche colui che se ne avvantaggerà politicamente, nel medio periodo.

venerdì 4 novembre 2016

Regole bancarie a geometria variabile (a ciascuno il suo)

Per correr peggior acque alza le vele omai la navicella del mio ingegno, o almeno spero. Perché trattare la materia mi richiede davvero un grande sforzo, senza per questo aver alcunché di particolarmente attraente. Però, come nella più famosa Cantica, anche qui si tratta di purgare, tra i tormenti, peccati assai gravi. Quelli del sistema bancario, soprattutto... del Nord Europa.
Ripartiamo da principio.
Anche grazie alla subalternità della nostra classe dirigente, nel 2014 nasce ufficialmente il c.d. SSM, cioè la struttura regolamentare mediante la quale la BCE diviene Autorità di Vigilanza per le 130 banche più importanti d'Europa (cioè praticamente tutte quelle importanti, escluse le banche locali tedesche, le quali - come si sa - stanno in un mondo a parte).

Primo atto della nuova struttura è il c.d. comprehensive assessment ("valutazione approfondita"), "esercizio non contabile" basato su due pilastri: (i) la revisione della qualità degli attivi (asset quality review, o AQR) allo scopo di verificare se il capitale "di migliore qualità" (il famigerato common equity tier 1, o CET1) delle banche fosse adeguato a fronteggiare la rischiosità degli asset detenuti; (ii) gli stress test, volti a verificare la "resistenza" delle banche a due scenari economici, uno "di base" e l'altro "avverso".
Non c'è bisogno di ricordare che:
1. quanto al punto (i), la revisione degli attivi si risolse soltanto in un occhiuto ricontrollo degli impieghi, con conseguente esplosione delle sofferenze, soprattutto nei Paesi, come l'Italia, in cui maggiore era la propensione bancaria a prestare a privati e imprese
2. quanto al punto (ii), "nel caso italiano lo scenario [avverso risultava] molto sfavorevole perché ipotizza[va] una grave recessione per l’intero periodo 2014-16, dopo quella già sofferta dall'economia italiana nel 2012-13, che faceva seguito a quella del 2008-09, [e] ipotizza[va] inoltre un riacutizzarsi della crisi del debito sovrano" (Banca d'Italia dixit)
Risultato: aumenti di capitale esorbitanti in Italia, ulteriore riduzione del credito alle imprese, avvitarsi della crisi su se stessa.

Secondo atto (definito anche pillar 2): lo SREP (Supervisory Review and Evaluation Process, "processo di revisione e valutazione prudenziale").
In soldoni, si tratta di un processo valutativo che, partendo dall'analisi di tutti i rischi aziendali, ivi compresi quelli relativi alla governance e ai controlli interni, giunge ad individuare un livello di capitale "prudenziale" minimo in ragione degli attivi della banca, come di consueto ponderati per la loro rischiosità intrinseca (RWA: Risk-Weighted Assets).
Senonché, anche in questo caso, la fregatura è dietro l'angolo. Come tutti i rapporti (CET1 / RWA), la correttezza del risultato finale dipende in egual misura dalla correttezza tanto del numeratore quanto del denominatore. Ora, per un caso assolutamente fortuito, finora la BCE si è concentrata molto sulle modalità di "pulizia" del numeratore (per esempio facendo venire i capelli bianchi al legislatore ed al regolatore italiani in materia di valutazione dei crediti per imposte anticipate per perdite su crediti, o DTA: qualcuno avrà sentito parlare del compromesso danese), mentre ha lasciato un po' da parte l'altra questione, cioè l'armonizzazione delle RWA (che, per stessa ammissione della BCE e del FMI sono calcolate in modo molto differente da Paese a Paese).
O perché mai questa negligenza da parte degli occhiuti regolatori? A pensar male...
(Apro parentesi.
In realtà Deutsche Bank, senza qualche aiutino, non passava neppure gli stress test taroccati della BCE.
Chiusa parentesi).

Però a tutto c'è un limite. La questione è stata così posta con forza al Comitato di Basilea (di cui, si badi bene, fanno parte le banche centrali di quasi tutto il mondo, non soltanto quelle europee). In breve, le idee del Comitato per armonizzare la valutazione degli attivi - idee espresse in vari documenti, qui ad esempio uno particolarmente significativo - si muovono lungo quattro direttrici: (i) riduzione della possibilità di utilizzare modelli non standardizzati di valutazione delle RWA (v. qui il testo completo); (ii) revisione dei modelli standardizzati di valutazione delle RWA; (iii) revisione del trattamento del "rischio sovrano" (cioè del rischio insito nei Titoli di Stato); (iv) attenzione ai rischi di mercato e operativi connessi a determinate operazioni che, nel corso della crisi, hanno comportato impatti significativi sui CET1 delle banche.
Siccome l'antifona è abbastanza chiara, alcune banche centrali (in particolare, le banche olandese, inglese e svedese) si sono già mosse, per iniziare una specie di phase-in fatto in casa, da qui al 2019, quando Basilea IV sarebbe dovuta entrare in vigore. Sì, perché per ora la valutazione dei rischi bancari è molto più lasca nel rigidissimo Nord Europa rispetto al corrottissimo e mandolinaro Sud.
Chi non si è mosso, sono la Banque de France e la Bundesbank.
La Banque de France.
E la Bundesbank.
Nel frattempo, la BCE cazzeggia di MDA (il maximum distributable amount), di limiti (impliciti) minimi di copertura delle sofferenze (famosa la lettera, ai limiti del delirio, inviata a Banco Popolare e Popolare di Milano in vista della fusione), anche di una qualche forma di armonizzazione degli RWA, appuntandosi però - ma guarda un po' il caso - in particolare su una delle questioni sollevate dal Comitato di Basilea, e cioè la riconsiderazione del rischio insito nel debito sovrano. Ovviamente, un'altra coincidenza...
(Che poi vuol dire questo:
Ed è anche giusto, dal momento che gli Stati che aderiscono all'UEM sono tra i pochissimi, al mondo, a non poter battere liberamente moneta.
Chiusa parentesi).

Il treno, comunque, ormai è partito e fermarlo è difficile. C'è già chi inizia a tremare (non solo Deutsche Bank, ma anche Lloyds Bank, Barclays, UBS, Barclays, HSBC, BNP, ecc.). Alcuni analisti hanno parlato di aumenti di capitale per qualcosa come 150 miliardi di Euro in tutta Europa. Potrebbe essere la crisi bancaria finale, che porterà - più che l'Italia ad uscire dall'Euro - l'Euro ad uscire dall'Italia (oltre che dalla Storia).

Ora, visto che, per una volta, si rischia di mettere in difficoltà i belli ed i buoni, vi è stata l'immediata alzata di scudi non soltanto da parte degli esponenti delle banche europee, ma anche da parte dei Ministri delle finanze dell'Eurozona, gli stessi che hanno plaudito agli stress test "a denominatore casuale" ed hanno introdotto senza colpo ferire la disciplina del bail-in.
L'ineffabile Schäuble ha di recente espresso, bontà sua, "viva preoccupazione", poiché un irrigidimento ulteriore delle regole rischierebbe di penalizzare le banche europee più di quelle americane; secondo Schäuble perché gli Istituti europei sarebbero maggiormente indebitati rispetto a quelli statunitensi in quanto maggiormente esposti nel sostegno dell'attività economica delle imprese, in realtà perché regole più stringenti sul calcolo delle RWA gli americani le hanno già. Il Ministro ha infine proposto di differenziare gli standard di calcolo a per aree geografiche; si presume che, nella sua testa, tutto quello che c'è da togliere al Nord possa tranquillamente essere riaddebitato al Sud; è la via tedesca ai trasferimenti all'interno dell'Unione.
Lo fanno soprattutto per noi, tant'è che subito si è trovato qualche corifeo anche nel bel Paese là dove 'l sì suona. Anche Philippe Bordenave, uno dei principali esponenti di Bnp Paribas (ma guarda tu il caso), e Douglas Flint, Presidente di Hsbc (vedi un po'), si sono stracciati le vesti perché le norme di Basilea IV "andranno a svantaggiare le economie che dipendono maggiormente dal sistema bancario e i Paesi con i mercati finanziari meno sviluppati".
Nel coretto generale non poteva mancare l'ineffabile Patuelli (che, mi pare, non si stracciò le vesti per l'introduzione del bail in).



Il risultato pratico di questo fuoco di fila è che Basilea IV, la cui struttura regolamentare sarà pronta già nel corso del 2017, non entrerà in vigore prima del 2019, se non dopo. O forse mai. Nel frattempo, però...

1) ...la BCE inizia ad abbassare la soglia SREP delle banche, "anticipando" l'entrata in vigore di normative più penalizzanti. BMN, una banca spagnola tra l'altro con coperture ridicole sui crediti problematici (la metà del sistema spagnolo, press'a poco), ha avuto in regalo qualcosa come 2 punti percentuali (da 10% a 8%!). Un paio di punticini sono stati regalati, di recente, anche a BNP. Non è difficile immaginare che, presto, lo stesso andazzo sia utilizzato per tutti (o, più probabilmente ancora, per molti).

2) ...Commissione e Parlamento Europeo mettono a punto questo bel documentino (con punte di dadaismo tipo: "considerando che i coefficienti patrimoniali e di liquidità delle banche dell'UE sono costantemente migliorati nel corso degli ultimi anni; che i rischi per la stabilità finanziaria, tuttavia, rimangono; che la situazione attuale richiede cautela al momento dell'introduzione di modifiche normative"; oppure: "considerando che nessun Paese al di fuori dell'Eurozona ha ancora espresso la propria volontà di aderire all'Unione Bancaria").


In sostanza, il cuore del discorso (che vi consiglio vivamente di leggere per intero, tanto è breve) - dopo la richiesta agli Stati membri di peggiorare ulteriormente le legislazioni in tema di insolvenza (cioè di espropri) e l'inopinato ricorso alla dott.sa Arcazzo ("stimolare la crescita per meglio contrastare gli NPL") - è di nuovo rivolto proprio al Comitato di Basilea: aspettiamo con interesse i risultati del Comitato in materia di riconsiderazione del rischio sovrano; non si azzardi invece a rivedere tutto il sistema di calcolo delle RWA, perché se le banche tedesche o francesi, povere stelle, dovessero fare ulteriori aumenti di capitale, scateneremo una bella campagna di stampa parlando al solito di riduzione del credito e difficoltà delle piccole imprese. Non bastasse questo, siccome tutti i Salmi finiscono in Gloria, qualche parolina sull'EDIS (cosa di poca importanza, come si sa), che è tanto importante signora mia, ma lo facciamo solo quando non ce ne sarà più bisogno (§§ 19 e 21).

Perché - in sostanza - le regole per i nemici si applicano, per gli amici si interpretano, per le banche del Nord Europa, addirittura, non si scrivono.

martedì 18 ottobre 2016

Renzi aumenta la razione di cioccolato

A quanto pareva, vi erano state anche manifestazioni di ringraziamento al Grande Fratello per aver aumentato la razione settimanale di cioccolato, portandola a venti grammi. Ma se appena ieri, pensò Winston, avevano annunciato che la razione di cioccolato doveva essere abbassata a venti grammi! Possibile che potessero mandar giù una balla simile a distanza di sole ventiquattr'ore? Sì, era possibile. Parson se l'era bevuta tranquillamente, con la stupidità di un animale. [...] E pure Syme, magari in una maniera più complessa, implicante una qualche dose di bipensiero, pure Syme se l'era bevuta. Era quindi solo lui, Winston, a possedere una memoria?(G. Orwell, 1984) 

Questa è l'intesa tra il Governo, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano concernente il nuovo "Patto per la salute" per gli anni 2014-2016, stipulato il 10 luglio 2014 - Renzi regnante - ai sensi dell'art. 8, c. 6, L 5 giugno 2003, n. 131 (testo integrale qui, grazie a @killMatteo).
Per la sanità, nel 2015 avrebbero dovuto essere stanziati 112 miliardi, nel 2016 fino a 115 miliardi e mezzo.


Questa è invece la slide, sempre di Renzi, di un paio di giorni fa.


"Questo governo non ha mai tagliato la sanità e ora ha 2 miliardi in più, e quel miliardo che per alcuni sembrava ballerino servirà per i farmaci oncologici, per l'epatite C, per i vaccini e per le nuove stabilizzazioni di medici e intermedi... Il fondo per la sanità era di 111 miliardi l'anno scorso, oggi è di 113 miliardi. Oggi ho letto 'stretta sulla sanità', abbiamo un concetto diverso di stretta: questa è larga, non stretta". Così Matteo versione Grande Fratello.
Nel mezzo, c'è stato l'art. 1, c. 325, L. stabilità 2016, ancora di Matteo.


È un giochino delle tre carte troppo squallido per essere commentato. Soprattutto perché si gioca sulla pelle dei malati e delle loro famiglie.


Aggiungo solo un ultimo pensiero.
La sanità rappresenta circa l'80% dei budget regionali. Se considerate questo dato, quello che segue acquista un significato un po' più sinistro.


giovedì 13 ottobre 2016

L'abolizione delle elezioni (ancora sul Senato renziano)

Vi ricorderete che Renzi, da poco insediatosi a Palazzo Chigi, decise - col piglio da leader che lo contraddistingue - di eliminare le Province. O meglio, per usare un'espressione intellettualmente disonestissima che tanto gli piace ultimamente, di abolire le Province elettive.


Certo, il titolo non è chiarissimo nel dire che le più grandi di queste fantomatiche province, più che essere estinte, semplicemente cambiano nome, prendendo quello - certo più à la page - di "città metropolitane", ma non si può pretendere tanta precisione da un giornalista. E poi, insomma, 15 città metropolitane rispetto a più di 100 province, dai... è un bel colpo!
Oddio, proprio a dirla tutta, senza revisione costituzionale queste benedette Province restano in vita, ma svuotate di competenze, per carità, senza più essere centri di spesa.
Infatti, ecco la versione primavera-estate del Corriere.


Dunque, le Province esistono: se al prossimo referendum del 4 dicembre vincerà il sì, saranno del invece del tutto abolite, escluse le 15 Città metropolitane, che resteranno intatte, proprio grazie alla precedente riforma (fatta per eliminarle) del governo che ha ora proposto la nuova riforma (anch'essa fatta per eliminarle).
Non ci avete capito nulla? Tranquilli, è normale. Anzi, è fatto apposta.
Comunque, le Province esistono: e meno male che esistono. Sono talmente necessarie, almeno allo stato attuale, che il governo assegna loro più soldi, e le Regioni le confermano, sia pure in maschera. Anche dopo il 4 dicembre ci saranno enti intermedi, che con ogni probabilità prenderanno il nome - neanche tanto fantasioso - di "aree vaste".
Riforme inutili, quindi?
Non proprio, perché la legge del 2014 il risultato che effettivamente si prefiggeva l'ha raggiunto. Per le Province non si vota più.
Meglio: gli elettori non votano più.
Le elezioni, invece, si fanno ed a votare sono sindaci e consiglieri comunali del territorio (che eleggono altri sindaci, sempre del territorio, o al massimo i presidenti di Provincia uscenti).
Siccome i "grandi elettori" sono politici, ed i politici rappresentano chi li ha votati, questi signori hanno pensato bene di copiare in tutto le elezioni a suffragio universale, soprattutto per quanto riguarda l'astensione.
Alle recenti elezioni di Roma e Bologna non ha votato quasi un quinto degli aventi diritto, a Milano oltre un quarto, a Torino più di un terzo.
Ora, facendo il "combinato disposto" (Renzi dixit) del voto ponderato (consiglieri e sindaci dei comuni più popolosi hanno un peso maggiore nelle votazioni), del sistema maggioritario a doppio turno con ballottaggio utilizzato nei Comuni con più di 15.000 abitanti e dell'astensione esagerata sopra ricordata, si capisce come il risultato di queste elezioni e la volontà popolare non abbiano assolutamente nulla in comune.
In alcuni casi, le liste che hanno ottenuto, nei vari Comuni formanti la Provincia, la maggioranza assoluta dei seggi, neppure sono entrate nel Consiglio provinciale.
Per avere un così perfetto sistema, ovviamente bisogna averci studiato.
Quello del Senato è lo stesso.
Ora, io domando: ma veramente voi volete che l'Organo costituzionale che vigilerà sull'applicazione del diritto e delle politiche europei, cioè dell'80% di tutta la legislazione interna, nonché degli orientamenti che più pervasivamente influenzeranno la nostra vita, sia eletto in questo modo assurdo, che non solo vi priva della possibilità di esprimere la vostra opinione, ma che anzi è scientificamente pensato per giungere a risultati divergenti da quelli che avrebbe raggiunto la liberà espressione della volontà popolare?
Se veramente volete questo, il 4 dicembre votate convintamente sì.
Ve lo meritate.

lunedì 3 ottobre 2016

A cosa serve il nuovo senato renziano (the new Seiano)

Con la riforma costituzionale risparmieremo un sacco di soldi, perché ha abolito il CNEL, ha abolito le province, ha abolito il Senato!
Questa sarà la frase che, come un mantra, i testimoni di geova renziani ripeteranno ossessivamente per due mesi, porta a porta.
Non sarà tutto tempo perso. Intanto, molti scopriranno l'esistenza del CNEL, il che fa sempre bagaglio culturale. Qualcuno, facendo una breve ricerca su internet, si accorgerà pure che la sua abolizione è sostanzialmente inutile, sia per il miserrimo risparmio, sia perché tanto un ufficetto studi le Regioni se lo sono già create tutte. Ma tant'è.
Quelli più avvertiti faranno presente alle nuove serve di Maria (Elena) che l'abolizione delle Province o del CNEL si poteva tranquillamente fare con un paio di leggine costituzionali votate all'unanimità (come ben sottolineato dal prof. Onida qui)...


...e che, in realtà, il Senato non è affatto abolito, ma semplicemente reso non elettivo e composto da un terzo degli attuali membri. Con un risparmio in termini di risorse, tra l'altro, miserrimo (oltre che, alla fin fine, dannoso).
Anzi.
Il PD, all'idea di abolire puramente e semplicemente la seconda camera, ha risposto picche.
Però, ha pensato bene di inventare un sistema di elezione folle.
Il nuovo Senato ha 100 membri, 5 nominati per un settennato dal Presidente della Repubblica, gli altri eletti - ai sensi dell'art. 57 - dai consiglieri regionali (invece che a suffragio universale). Di questi 95, 21 sono scelti fra i sindaci (uno per ciascuna regione), gli altri 74 tra i consiglieri regionali medesimi (che, dunque, si votano da soli).
Non bastando tutto questo bailamme, Sindaci e Consiglieri restano in Senato finché non scade il relativo mandato "nelle istituzioni territoriali cui appartengono", così che è ben probabile che a Palazzo Madama debbano mettere le porte scorrevoli.

Ma allora, a cosa serve questo Senato renziano? A molte cose.

A livello di epifenomeno, serve in primo luogo a fare un favore alla disastrata classe dirigente regionale, che potrà profittare, per una certa parte dei suoi membri, della (blanda) immunità dell'art. 68 della Costituzione, non a caso non modificato ("senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell'atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza. Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza").

Su un piano più profondo, a due obiettivi, assai più inquietanti.
Come si sa, le Camere eleggono il Presidente della Repubblica e parte dei membri della Corte Costituzionale. Una modifica così profonda del Senato, che nella retorica renziana si vuole depotenziato, quasi inutile, ha imposto una rivisitazione anche delle modalità di elezione di questi organi.
Giustamente, il quorum minimo per eleggere il Presidente della Repubblica si alza, dalla maggioranza assoluta dei membri del Parlamento in seduta comune aumentato dei rappresentanti regionali, ai tre quinti del medesimo consesso (3/5 dei presenti al voto, dal settimo scrutinio, il che invero è un po' inquietante, non permettendo più ai parlamentari di bloccare l'elezione standosene a casa, ma tant'è).
Invece, per la Corte Costituzionale, c'è qualcosa di strano. Ad oggi, "la Corte costituzionale è composta di quindici giudici nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune e per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria ed amministrative". I cinque giudici eletti dal Parlamento sono eletti a scrutinio segreto, con la maggioranza dei due terzi dei componenti l’Assemblea (tre quinti dal quarto scrutinio).
Con la riforma, tutto cambia: i cinque giudici sono eletti tre dalla Camera e due dal Senato. Ora, tre quinti della Camera significano soltanto il 5% di seggi in più di quelli che toccano al partito che vince le elezioni al ballottaggio. In sostanza, chi vince le elezioni si elegge tre giudici costituzionali da solo. Tre quinti del Senato, ugualmente, significano 60 senatori, cioè un numero che il governo controlla oppure con cui può facilmente trattare.
E questo, secondo me, è pericolosissimo. Se ne parla poco, come di tutti i dettagli in cui, spesso, si nasconde il Diavolo.

Cercare di controllare la Corte Costituzionale significa, in sostanza, meditare di scardinare i principi fondanti della nostra Costituzione. Così come d'altronde richiesto, a suo tempo, a Matteo.
Richiesto... meglio: intimato.
(Poi mi raccomando chiedetevi come mai Viola, che voleva sistemare il Monte quanto prima e non dopo il referendum, sia stato giubilato).

Qui si incardina il secondo obiettivo.
Partiamo da un'osservazione. È singolare che, mentre ad oggi "ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione" (art. 67), nel Senato renziano i senatori sono "rappresentativi delle istituzioni territoriali" che li hanno eletti (art. 57).
Tradotto in altri termini: i nuovi Senatori renziani non sono tenuti a perseguire gli interessi nazionali.
Già appare assurdo pensare che coloro che fanno parte del Senato ITALIANO possano perseguire gli interessi di una parte (una REGIONE) anche se in contrasto con quelli del tutto. Ma, a ben vedere, le cose non stanno proprio così.
Primo, perché il nuovo Senato sarà quanto di più lontano dalla rappresentanza dei territori regionali, sia per quanto espresso dal prof. Onida qui sotto, sia perché, evidentemente, nell'elezione dei rappresentanti al Senato le minoranze regionali saranno ovviamente conculcate.


Secondo, perché ai sensi dell'art. 55 del nuovo testo che auspicabilmente sarà tra due mesi bocciato dal popolo italiano, "il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all'esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all'esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all'attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea. Valuta le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori. Concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge e a verificare l’attuazione delle leggi dello Stato".
Chiaro? I Senatori, che non rappresentano più la Nazione, devono però verificare "l'impatto della legislazione europea" e partecipare alla "attuazione delle politiche dell'Unione".

In sostanza, la nostra sarà (sarebbe) l'unica Costituzione in tutto il Continente a sancire l'obbligatorietà di attuazione delle politiche europee lato sensu intese, oltre che a prevedere un Organo costituzionale che, in sostanza, funge da prefetto del pretorio di Bruxelles a Roma.
Una specie di Seiano, uomo intelligente, accorto e cinico: "corpus illi laborum tolerans, animus audax; sui obtegens, in alios criminator; iuxta adulatio et superbia; palam compositus pudor, intus summa apiscendi libido, eiusque causa modo largitio et luxus, saepius industria ac vigilantia, haud minus noxiae quotiens parando regno finguntur". Che però finì ammazzato.

Per dirlo col linguaggio tecnicamente ineccepibile del Presidente Barra Caracciolo:
O, più prosaicamente:

Paio complottista.
In realtà, che questa sia la ratio della riforma è stato scritto nero su bianco dallo stesso governo. Proprio dal governo, e in un atto ufficiale!
I sostenitori del sì (soprattutto i più dementi) obiettano che, in realtà, il diritto comunitario è già entrato nella nostra Carta Costituzionale dalla porta principale: l'art. 117, c. 1, come modificato dalla dissennata riforma del 2001, statuisce infatti che "la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni" non soltanto "nel rispetto della Costituzione", ma anche "dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali".
In realtà, non è così. E chi lo dice o è in malafede o è un gonzo. O tutt'e due le cose insieme.
Infatti l'introduzione di questa disposizione nella Carta (norma che, comunque, resta particolarmente odiosa, quasi provocatoria, non a caso ultimo frutto avvelenato di quella stagione di europeismo orrendo che sono i governi Prodi, D'Alema e Amato) non ha spostato di una virgola il modello tracciato dalla Corte Costituzionale quanto al regime di applicazione del diritto europeo, che continua a fondarsi sulla possibile "limitazione di sovranità" prevista dall'art. 11.
L’art. 117, c. 1, è piuttosto una norma che, sul piano dell’esercizio della funzione legislativa, prende atto di un processo, in corso, di integrazione fra ordinamenti, senza per questo imporre una visione "monistica" (che, anzi, la Corte esclude: cfr. Corte Cost., 13 febbraio 2008, n. 102) degli stessi. In altri termini, è come se si dicesse: "legislatore, attento quando legiferi, perché - ad oggi - hai preso impegni con l'UE e con la comunità internazionale. Ai sensi dell'art. 11, devi rispettarli".Tutto qui, né più né meno.

IL NUOVO ART. 55 È BEN DIVERSO. TI IMPONE DI ATTUARE LE FUTURE POLITICHE UE, CHE SONO COME COSTITUZIONALIZZATE.
FORSE È GIUSTO COSÌ: SIAMO GIÀ UNA COLONIA - NON POSSIAMO BATTERE MONETA, NON CONTROLLIAMO I NOSTRI CONFINI, FACCIAMO RICHIESTE STRACCIONE AI TEDESCHI PER POTER AVERE QUALCHE MARGINE DI POLITICA FISCALE - SCRIVIAMOLO UNA VOLTA PER TUTTE E FACCIAMOLA FINITA.

In questo senso è interessantissimo anche il discorso di Alberto Bagnai, il quale evidenzia come il tentativo di riportare una maggiore centralizzazione della funzione legislativa dopo il pastrocchio della modifica del Titolo V voluta da Amato nel 2001 sia funzionale proprio a rendere maggiormente efficace questa "cinghia di trasmissione" fra volontà di Bruxelles e assoggettamento di Roma.

(Il che fa anche capire che senso abbia trasmettere e guardare una trasmissione in cui si scontrano un Eurista per il sì con un Eurista per il no. Io - proprio perché l'ho capito - la trasmissione non l'ho guardata, ma non faccio fatica a credere che abbia vinto Renzi. L'Eurista per il sì è necessariamente più conseguente dell'Eurista per il no).

Cinghia di trasmissione, ovviamente, che tanto più è efficiente quanto più il Parlamento è subalterno al Governo.
E qui entrano in gioco tutte le contestazioni fatte all'Italicum, le polemiche sulle preferenze, il fatto che solo un ramo del Parlamento esprima la fiducia, e così via; ma si tratta, in fondo, solo di corollari.

Sulla stessa linea d'onda riporto qui un articolo di Giuseppe Palma, che condivido sostanzialmente appieno.